Inchiesta: Crisi economica europea

Grecia: la crisi mette sotto esame l'Europa

Disoccupazione, congelamento degli stipendi e nuove tasse. Storia recente dell'economia ellenica, tra luci e ombre.

Crisi economica Sergio Di Carlo — 15/03/2010
Titolo: Il premier greco George Papandreou

È dai primi mesi di quest'anno che la Grecia fa parlare di sé. Tutto ha inizio con l'emergere di gravi incongruenze relative ai traballanti conti pubblici, che hanno attirato l'attenzione non solo dei leader europei, ma anche degli operatori economici internazionali. I primi preoccupati delle ripercussioni negative sulla forza della moneta unica e sulla solidità dell'Unione Monetaria, gli altri interessati alla capacità dello Stato ellenico di onorare i debiti emessi sotto forma di obbligazioni statali. 

Anche sul fronte interno la Grecia deve gestire il galoppante malcontento della popolazione, dovuto alle pesanti misure restrittive contenute nel piano di austerità varato (e approvato il 5 marzo) dal governo per calmierare l'incontrollata crescita di deficit e debito. Il punto di massima criticità a riguardo si è raggiunto a fine febbraio, quando l'intera nazione è stata paralizzata da uno sciopero generale indetto dal sindacato del settore privato, Gsee, cui hanno aderito anche Adedy (che rappresenta i dipendenti pubblici) e il sindacato comunista Pame.

DALLE STELLE ALLE STALLE. Eppure, fino a due anni fa, la Grecia era uno tra i Paesi europei con il più alto tasso di crescita  del PIL e aveva intrapreso un cammino di consolidamento della finanza pubblica (principalmente con l'obiettivo di rientrare nei parametri di accesso nell'Unione Monetaria Europea) e di riduzione della disoccupazione. Come è possibile, allora, che si sia verificata un'inversione di tendenza così repentina e violenta?

NON E' TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA.
I notevoli tassi di crescita che l'economia greca ha fatto registrare da metà degli anni novanta sono stati sostenuti principalmente da una altrettanto notevole crescita del credito erogato dalle banche, sia alle imprese (per lo più piccole e molto piccole) sia alle famiglie. Tale dinamica ha avuto due conseguenze: la prima è che già all'inizio dello scorso decennio era stato avviato un processo di liberalizzazione e deregolamentazione del settore bancario e quindi del mercato del credito. La seconda a partire dal 2001, con l'ingresso del Paese UME, i tassi d'interesse si sono fortemente ridotti, andando ulteriormente a stimolare la domanda di fondi.

La concessione di credito è stata, dunque, il propellente dell'attività economica, che ha poi trovato il proprio 'sfogo' nel costante aumento della domanda privata per consumi. In termini numerici si può sintetizzare evidenziando che nel periodo 1994 - 2005 la Grecia ha visto il suo PIL crescere mediamente del 3,8 per cento contro il 2,4 per cento relativo alla zona Euro. Tra il 1999 e il 2005 la forbice si amplia (i valori diventano rispettivamente 4,2 per cento e 2,7 per cento). Mentre i dati (fonte governativa) relativi alla disoccupazione parlano di un calo dal 2000 al 2008 di ben 4 punti percentuali (dal 11,4 per cento al 7,4 per cento). In realtà, il sistema era 'tarlato' da alcuni fattori di debolezza che gettavano ombre sulla sostenibilità, nel medio termine, di simili performance. Già nel 2007 un rapporto del Fondo Monetario Internazionale (IMF) su alcuni punti chiave dell'economia greca evidenziava:

1. un 'rilassamento' della politica di rigore fiscale attuata per rientrare nei parametri di ingresso nell'UME;

2. una strutturale scarsa competitività delle imprese greche sul mercato internazionale;

3. un tasso d'inflazione in crescita eccessiva rispetto a quanto avveniva nel resto dei Paesi europei;

4. che i principali motori della crescita greca (espansione creditizia e domanda privata) erano destinati ad esaurire il carburante nel medio periodo;

5. che la tenuta dei conti pubblici era legata principalmente ad aumenti estemporanei della tassazione e alla riduzione della spesa pubblica per investimenti.

TEMPI DI VACCHE MAGRE.
In un tale contesto, la Grecia non ha saputo fornire delle risposte strutturali, che mirassero all'ottenimento di una maggiore solidità e stabilità del proprio potenziale di sviluppo. Anzi, ha lasciato che le problematiche latenti si acuissero. Su questa scricchiolante struttura, la crisi si è abbattuta come una scure, mettendo a nudo non solo le debolezze del sistema economico, ma anche (forse soprattutto) quelle della classe politica greca. In questa sede è interessante evidenziare, infatti, non tanto i numeri di un disastro annunciato, quanto l'emersione di un pesante 'deficit di credibilità' che lo stesso governo ellenico, finalmente, pone in cima ai problemi da risolvere nell'aggiornamento del 'Piano Ellenico di Stabilità e  Crescita'. Non solo il Paese non è riuscito, in questo decennio trascorso dal suo ingresso in Europa, a stabilizzare come promesso le proprie finanze, ma addirittura negli ultimi anni ha attuato una serie di costanti revisioni al rialzo (rispetto alle iniziali ottimistiche previsioni) delle grandezze relative a deficit e debito. Basti pensare che per il 2009 era stato annunciato un deficit pari al 2 per cento del PIL, mentre a fine anno il valore effettivamente registrato è stato peri al 12,7 per cento.

QUALE TERAPIA? Innanzitutto, tamponare l'emorragia. Ed è in questa luce che va inquadrata la recente emissione (5 miliardi di euro a scadenza decennale) di debito pubblico da parte della Grecia. Emissione che, per altro, ha incontrato il favore del mercato, che ha interamente sottoscritto i titoli. Ovviamente non basterà. Le misure straordinarie adottate dal governo per riportare nei ranghi i conti pubblici fanno molto discutere: da una parte l'Europa le guarda con favore, dall'altro, tra la popolazione monta il malcontento. Del resto, se migliorare gli introiti e ridurre la spesa pubblica in maniera stabile sono i mezzi principali per conseguire il fine del consolidamento fiscale, è pur vero che vi sono diverse strade per implementare concretamente il piano d'azione. Incrementare le entrate statali non vuol dire solo aumentare le tasse, ma anche ottimizzare il sistema di riscossione dei tributi e di recupero dell'evasione. Il contenimento della spesa non lo si ottiene solo contingentando la retribuzione dei dipendenti pubblici, ma anche e soprattutto attraverso l'eliminazione delle uscite superflue e la riduzione degli sprechi e delle inefficienze.

Come giudicare, allora, il piano di austerità adottato dalla Grecia? Difficile esprimersi univocamente. Sicuramente lo sforzo richiesto alla popolazione in questa fase di emergenza è davvero notevole: la manovra ha una portata di 4,8 miliardi di euro (tra incremento dei proventi fiscali e taglio alle spese), pari al 2 per cento del PIL. Le singole misure vanno dall'incremento dell'IVA, alla riduzione del 60 per cento della quattordicesima mensilità, dall'aumento delle accise sul carburante, al taglio del 7 per cento nei salari delle imprese del settore pubblico. Il governo, però, ha anche in cantiere riforme di più ampio respiro che dovrebbero consentire al Paese non solo di rattoppare, ma anche di migliorare e rilanciare la propria economia. Si parla di un piano per convertire la Grecia all'energia pulita, di progetti per canalizzare gli investimenti pubblici sui settori nevralgici per la competitività del Paese, di rinnovamento delle politiche relative al mercato del lavoro. Il tutto con il supporto e una più stretta collaborazione dei partner europei.

PAROLE, PAROLE, PAROLE.
Certo, la classe dirigente greca dovrà dimostrare di essere in grado si mantenere (finalmente…) la parola data, non andando a sedersi sulle spalle dei cittadini una volta che l'allarme rosso sia rientrato. Al di là di tutto, però, resta una domanda fondamentale. Se già da qualche anno erano evidenti le fragilità dell'economia greca, e se oggi si parla di un piano di sostegno affinché essa possa risollevarsi, perché non ci si è impegnati con la stessa solerzia, anche a livello internazionale, prima che si scoperchiasse il vaso di Pandora?   


LINK
- Aggiornamento Piano Stabilità e Crescita
- Misure intraprese per fronteggiare la crisi
- Report del Fondo Monetario Internazionale