Inchiesta: I tagli alla cultura

Spettacolo: le cittadelle italiane del cinema

Mentre a livello nazionale si discute sui finanziamenti pubblici allo spettacolo, gli enti locali fanno a gara per avere le proprie produzioni e i propri studios. Da Milano a Bari, ecco come si sta regionalizzando l?industria cinematografica.

Cronaca Italia Laura Croce — 02/10/2009

Ormai dovrebbe mancare poco (solo l'ok della Regione Lazio) prima che la località di Castel Romano, nei pressi della Capitale, si appresti a diventare una novella Hollywood. Qui è prevista la costruzione di un mega  parco tematico (ben 38 ettari) dedicato al cinema italiano, sul modello dei celebri studios visitati ogni anno da migliaia di persone in California e in Florida.

Ad annunciarlo è stato il vicesindaco della Città Eterna, Mauro  Cutrufo, recentemente in missione a Tokyo per la Fiera Internazionale del Turismo, e non si tratta certo di un caso. Il progetto mira infatti ad aumentare il potenziale attrattivo di una metropoli abituata a riposare sugli allori, essendo una delle più ricche di storia e di arte nel mondo.

Trattandosi però di studios e non di un semplice parco di divertimenti, l'iniziativa coinvolge in prima linea lo stesso mondo del cinema, e in particolare la Cinecittà Entertainment, che insieme ai suoi partner privati dovrebbe investire in questa nuova oasi della settima arte circa 240 milioni di euro. E se può far sorridere l'idea di vedere un ottovolante costruito intorno alla Fontana di Trevi de "La dolce vita", o dei figuranti truccati da Fellini o Mastroianni invece che da Minnie e Topolino, la notizia non è da prendere troppo alla leggera. Si può anzi considerare sintomatica dell’ormai consolidata tendenza delle realtà locali a rivendicare il proprio valore  e la propria autonomia cinematografica, in un processo che dietro all’apparente nobiltà, nasconde non pochi punti interrogativi riguardo ai suoi costi e all’effettivo beneficio per la cultura italiana nel suo complesso.

Si è cominciato già una decina di anni fa, con la nascita e il progressivo sviluppo delle Film commission: organismi di varia natura giuridica, finanziati dagli enti locali (regionali, provinciali o comunali) per attirare sul proprio territorio le produzioni cinematografiche con una serie di servizi volti a facilitare il lavoro delle troupe nella location di propria competenza. Aiutano a sbrigare le pratiche burocratiche necessarie ad ottenere le autorizzazioni per le riprese, spesso mettono a disposizione alcuni dei propri professionisti del settore, mentre a volte si preoccupano perfino di proporre convenzioni con alberghi e ristoranti.

Negli Usa esistono già da decenni, perché in effetti svolgono un ruolo importante nell'organizzazione del lavoro sul set. Ma più si va vanti, più la sana competizione messa in atto attraverso queste varie forme di marketing territoriale, tende ad assumere i contorni di una vera lotta senza esclusione di colpi, con Film commission  che sono diventate delle vere potenze a scapito delle realtà in cui gli enti locali non si sono dimostrati abbastanza lungimiranti dal prevedere (e finanziare) una loro politica  cinematografica.

Dopo aver attirato produzioni italiane e straniere, organizzato festival ecc., ultimamente  sembra essere nata poi la moda degli studios. Così mentre Roma tenta di virare l'attenzione verso il turistico, le altre regioni fanno a gara per avere la propria personalissima Cinecittà. Giusto per fare qualche esempio: in Campania quel colosso del Giffoni Film Festival lavora alla Multimedia Valley, per la modica cifra di 30 milioni di euro, mentre la giovane Apulia Film Commission si impegna non solo per potenziare il neonato Festival di Bari - battezzato da una personalità del mondo del cinema come Felice Laudadio - ma anche per creare assieme alla Regione Il Polo del digitale.  Una sorta di Università del cinema e dell'audiovisivo, da trasformare col tempo in un vero cineporto dove permettere ai tanti talenti pugliesi di esercitare la professione senza migrare verso la Capitale.

Chi invece non ha perso tempo a battezzare in pompa magna la propria Cinecittà è stata Milano, dove a metà luglio si è inaugurato il Polo della cinematografia lombarda, o "Milano Cinema", com'è la definita Umberto Bossi prima ancora della sua nascita. Questo nuovo centro, sorto nell'ex Manifattura Tabacchi e costato alla Regione di Formigoni 8,7 milioni di Euro, vuole infatti essere l'alternativa padana agli storici studios di Roma, dove girare film che raccontino la storia del Nord per diffonderla in Italia e nel mondo. Oltre a vedere il trasferimento dei corsi del Centro Sperimentale di Cinematografia, della Fondazione Cineteca Italiana, della Lombardia Film Commission e di varie produzioni  televisive, il Polo milanese punta quindi alla realizzazione di cinema autoctono, dove finalmente non si senta più parlare quel romanesco che pure fu di grandi attori come Sordi e Mastroianni, ma che tanto infastidisce Roberto Castelli.

"Non se ne può più", aveva  dichiarato il viceministro all'inaugurazione  di "Milano Cinema", plaudendo invece - come il resto del suo partito - al primo film girato nella Cinecittà Padana,"Barbarossa" del monzese  Renzo Martinelli. Un kolossal  senza bighe e calzari,  genuinamente nordico, tranne forse che per il suo protagonista Raz De Gan, la cui parlata, come noto, non ricalca esattamente il "lumbard" stretto, ma almeno non ricorda quelle insopportabili del sud.  E dopo questa impresa - di prossima uscita nelle sale - il Senatùr ha già in mente un nuovo progetto cinematografico di sicuro richiamo al botteghino: un film su Marco d'Aviano, un frate cappuccino che alla fine del XVII secolo contribuì a liberare  Vienna dai turchi (…a quanto pare i leghisti avevano già da allora il pallino degli emigrati). 

Cinema lumbard, fatto dai lumbard per i lumbard e, soprattutto, in lumbard. Il che non farebbe una piega. Contenti loro, contenti tutti, verrebbe spontaneo da dire, se non fosse per un piccolo dettaglio, cioè la proposta di legge leghista per riformare in senso "federalista" il sistema cinematografico, depositata  in Parlamento già prima dell'apertura del Polo milanese. Elaborata dal giovane - quanto poco noto - regista Massimiliano Zanin, il ddl si propone di modificare la legge Urbani (la 28/2004), e presenta anche idee interessanti, come la raccolta di nuovi fondi  tramite la tassazione dei fatturati delle televisioni e di quegli esercenti che non programmano abbastanza film italiani.

Il problema sta nel come intende ridistribuirli: le nuove risorse dovrebbero infatti confluire nel Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) gestito dal Mibac (Ministero per i beni e le attività culturali), ma essere assegnate per ben l'80% alle Regioni, con premi e incentivi per i casi più virtuosi. Il cinema federalista, stringendo le somme, dovrebbe quindi essere finanziato dai fondi ministeriali, come da Roma ladrona, ovvero, vista da un'altra angolatura, da tutti i cittadini. Non è però detto che i romani vogliano vedere solo film romani, i pugliesi solo film pugliesi e i toscani solo film toscani. Per quanto le tradizioni regionali abbiano sempre avuto un ruolo importante nella nostra cinematografia, il proliferare di questi paletti e ghettizzazioni comincia ad assumere tratti di assurdità mai visti, sia dal punto di vista culturale che economico.

Più si restringe il pubblico di riferimento, minori sono gli incassi, e da sempre l'universalità - soprattutto nell’arte - si raggiunge attraverso l'apertura all'altro e non tramite la chiusura. Il che non significa annullare le differenze, ma nemmeno esasperarle fino al separatismo. Più in generale, è incredibile come nei decenni passati si sia fatto di tutto per dare al nostro cinema un respiro, se non mondiale, almeno europeo, mentre oggi non si riesca a pensare al grande schermo se non nel proprio dialetto. Il ché forse solletica l'orgoglio dell'appartenenza, ma non sembra la soluzione migliore per rispondere alle sfide della crisi dell'industria culturale italiana.