Inchiesta: Sticker art

Sticker art: contro-messaggi generazionali di Satoboy

Altro che sfregi, un giovane sticker artist salernitano racconta quello che c'è dietro adesivi e poster: prima di tutto il bisogno di comunicare. E poi: "Perché nessuno protesta contro la pubblicità?".

Correnti artistiche Francesco Amorosino — 14/01/2009
Titolo: Una sticker art di Satoboy

Artisti? "Non abbiamo il bisogno di essere chiamati così". Vandali? "Tra chi scrive 'Pippo ti amo' e chi usa materiali effimeri come i poster c'è molta differenza". Comunicatori? "Sì, vogliamo lanciare messaggi". Gli sticker artist non sono ciò che ci si aspetta e le parole di Satoboy, un giovane salernitano che ha partecipato alla collettiva "Stick my car", lo dimostrano. Una doppia vita, come quasi tutti gli artisti urbani: un lavoro da designer e una passione, quella per gli adesivi, che gli permette di esprimere ciò che pensa "in modo libero". Quando si pensa alla street art vengono in mente i graffiti, i disegni sui muri fatti con le bombolette, o le tag, nomi "di battaglia" lasciati ovunque ce ne sia l'occasione.

"A noi i graffiti non interessano - dice Satoboy - non esprimono nulla, non fanno crescere niente. Io ho iniziato nel '95 come writer, ma quella vita  non mi bastava,  quel periodo è stata una scuola, ma non mi ha dato nulla, mi sentivo insoddisfatto nello scrivere solo il mio nome". "Poi - continua - ho scoperto le altre forme di espressione e ho iniziato da solo a Salerno. Col tempo il progetto di Satoboy è diventato un collettivo composto da due persone e altre che vanno e vengono". L'obiettivo è anche quello di andare oltre il "vecchio" concetto di estetica, perché "l'arte non è più quella di una volta, con bello e simile: è concettuale, è comunicazione". Quello che gli sticker artist ribattuto sempre a chi li classifica come teppisti è: "perché ci si scandalizza tanto per gli adesivi e i poster e non si dice nulla contro l'invasione di manifesti pubblicitari su ogni muro e ogni angolo libero?".

A questo proposito Satoboy spiega di adottare "tecniche simili a quelle della pubblicità. Noi - spiega - osserviamo delle cose e diciamo la nostra opinione sotto forma di messaggio in adesivi e poster. Le persone non avvertono la nostra presenza subito, ma abbiamo bisogno di essere ascoltati, la gente deve riflette su ciò che vogliamo comunicare". Quali i temi più cari? "L'attenzione alla privacy, mostrare quanto tutti siamo controllati. E poi l'eliminazione delle differenze, per far capire che siamo tutti italiani, la gente spesso se lo dimentica". Insomma, "scendere in strada per comunicare senza influenze". Per questo Satoboy pensa che il decreto contro i writer che il governo Berlusconi vorrebbe varare sia un modo per "colpire i messaggi della nuova generazione" perché tra "vandalismo e street art la differenza è enorme" in quanto si preferisce "usare strumenti che non rovinano, la nostra è un'arte effimera".

Alcuni, racconta il giovane salernitano "ci dipingono come una banda di disadattati che si riferiscono a una sottocultura, ma  la sottocultura non esiste più". Anche all'interno nella comunità degli street artist, infatti, ci sono differenze enormi. C'è chi è in preda al "fanatismo rionale e condominiale, persone che si ghettizzano e si beano della fama raggiunta nel loro circondario", ma anche chi "scappa appena trova una piccola collaborazione". Ci sono anche quelli che si sono fatti "accalappiare dalle grandi aziende" che usano gli street artist "per farsi conoscere ancora di più, per raggiungere un target. Promettono tanto e poi alla fine ti mollano senza neanche un 'grazie'. Io lo so, ci sono passato. Le aziende sono entrare in un ambiente difficile, che non capiscono e gli unici che ci cascano sono ragazzini e adulti perdenti".

Molti cercano un percorso artistico più “istituzionale”, ma Satoboy dice di non volersi "chiudere in una galleria, non voglio avere un punteggio su internet, non voglio che mi dicano 'bravo'. Voglio continuare così, perché un supporto di questo genere non serve, meglio andare avanti da solo". Insomma, conclude, non hanno "né il bisogno, né la voglia di essere chiamati artisti". Il messaggio è chiaro, ora non resta che ascoltarlo.