Inchiesta: Gioco compulsivo

Gioco d'azzardo: fenomeno in crescita tra le fasce più deboli

Quasi un milione e mezzo i cittadini esposti al pericolo del gioco compulsivo. Precari, pensionati, disoccupati le categorie più coinvolte. In Italia i giocatori patologici ammontano già al 2,7 per cento della popolazione.

Dipendenze Paola Simonetti — 16/01/2009

La febbre del gioco brucia le tasche di una sempre più ampia fetta di cittadini italiani e ne lambisce, con il rischio dipendenza, un'altra debole sponda: precari, disoccupati, pensionati. Sgretola risparmi, rosicchia redditi già magri, si insinua, con l'illusione, nelle vite di chi ha poco e spera di avere di più, soprattutto in un clima di pesante flessione economica.

I dati resi noti di recente da una ricerca nazionale del Coordinamento nazionale gruppi per giocatori d'azzardo (Conagga), sono preoccupanti: gli scommettitori patologici sono il doppio di quanto finora ipotizzato, ovvero 1 milione e 353mila italiani, il 2,75 per cento della popolazione, a fronte di una cifra presunta di 700mila. Puntano per lo più su Gratta e vinci, Superenalotto, Lotto. Il rischio ne bracca altrettanti, proprio coloro che possono contare su risorse già scarse. Non a caso fra i lavoratori precari i giocatori compulsivi sono il 9,1 per cento e la percentuale aumenta fra i disoccupati (9,5 per cento) e i pensionati (11,1 per cento).

"Il dato è sicuramente impressionante - spiega Matteo Iori, presidente del Conagga - ma non del tutto sorprendente: è dimostrato che, paradossalmente, gioco d'azzardo aumenta nei momenti di maggiore recessione: dunque ci sono meno soldi, ma spesi peggio. I giocatori sperano di trovare nell'azzardo una sorta di scorciatoia ai problemi. Questo avviene di fatto - aggiunge Iori-, per colore che hanno meno strumenti: lavoro precario, scarse risorse culturali, elementi che spingono a comportamenti irrazionali". 

La ricerca mette in luce come l'82 per cento degli italiani ha giocato almeno una volta, l'85 per cento sono uomini, 77,5 donne. I giochi più gettonati restano il Gratta e vinci (61 per cento), il Superenalotto (50 per cento) e il Lotto (41 per cento). Si sborsano per lo più 10 euro a settimana (66,3 per cento), ma non di rado si investono cifre anche più consistenti: il 6,5 per cento spende da 50 a 149 euro a settimana, e il 4,4 per cento spende più di 150 euro. Lo studio considera a rischio dipendenza le persone che giocano più di tre volte a settimana, dedicando più di tre ore al gioco e spendendo oltre 150 euro: si tratta appunto del 2,75 per cento degli italiani.

Prima spinta al gioco la vincita in denaro. Fanno eccezione i giovanissimi, tra i 10 e i 19 anni, che dicono di scommettere per "passatempo". Una fascia d'età questa, in cui si innesta saldamente il gioco d'azzardo on line (33 per cento), anche se il Gratta e vinci rimane di gran lunga il più praticato (77 per cento). Un elemento rischioso la noia, secondo il presidente del Conagga, secondo il quale "il 3,6 per cento dei giovanissimi ha tutte le probabilità di cadere nella dipendenza".

Vero responsabile di questa nuova e insidiosa dipendenza è lo Stato, secondo quanto denunciato dal Conagga, "non solo perché continua ad aumentare e pubblicizzare le possibilità di gioco - ha spiegato Iori-, ma anche perché è totalmente assente sulla sensibilizzazione, il riconoscimento e dunque sull'assistenza di giocatori patologici e familiari. Si è impegnato molto a promuovere il gioco con modalità studiate e mirate: le pubblicità televisive sanno sfruttare i momenti opportuni e le debolezze dei cittadini: 'ti piace vincere facile' 'Il tuo capo è un incompetente, è ora che qualcuno glielo dica, diventa milionario: gioca oggi' ". 

"Si lavora sulle frustrazioni e sui desideri reconditi - prosegue - giocando sull'incentivo all'illusione. In questo l'Italia è molto lontana da altri Paesi del mondo, dove le linee guida sul gioco d'azzardo non permettono di fare  pubblicità illusorie, come l'Australia. O Paesi come la Svizzera, dove il riconoscimento della patologia garantisce cure e riabilitazione".

Il nodo, dunque, non è il gioco in sé, sottolinea Iori, "per il quale non è auspicabile nessun tipo di proibizionismo, ma il gioco non più consapevole che diventa schiavitù e, quindi, patologia". Importante, secondo il Conagga, la sorveglianza della famiglia, che possa mantenere alta l'attenzione sul congiunto che gioca troppo di frequente: "Il consiglio è di non sottolineare l'inutilità del gioco, che sortirebbe l'effetto contrario - conclude Matteo Iori - ma far fare, al giocatore di turno, un conto della spesa settimanale o mensile. Avere sotto gli occhi la somma, sollecita la consapevolezza".

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- Conagga