Inchiesta: Violenza sulle donne

Violenza sulle donne: quando si ha la forza di scegliere

Nella testimonianza di Valeria ora quasi 40enne, il ricodo di un rischio scampato: la fuga da un ragazzo violento, amato in gioventù.

Donne Paola Simonetti — 04/12/2008
Titolo: pensierinsintonia.splinder.com

"Ci sono incontri che nel bene o nel male ci danno la dimensione di quello che siamo capaci di essere e fare. Io, tutto sommato, ringrazio che il caso abbia messo sulla mia strada un uomo come quello che conobbi 17 anni fa. Perché ora so riconoscere il seme della violenza..". 

Quello di Valeria è un ricordo senza lacrime, né tentennamenti, perché il sopruso, dice, non l’ha compromessa nel profondo, "mi ha solo sfiorato rendendomi più forte". Già, perché la sua è una delle poche storie a lieto fine, dipanata sull’onda di un fiuto che le ha fatto recepire in tempo il precipizio dove sarebbe potuta cadere.

"Quando lo incontrai avevo poco più di 20 anni. Ero entusiasta, carica di sogni e d’amore. Fu un colpo di fulmine: lui era brillante, intelligente in modo non comune, intuitivo. Frequentava medicina all’università, era di buona famiglia. Ci frequentammo in modo serio per due anni.. Caddi nella rete quando mi dichiarò il suo amore. Le sue elucubrazioni filosofiche fecero il resto. Mi ritrovai plagiata senza accorgermene". 

Valeria, nell’arco di un mese si era innamorata a tal punto da vivere aspettando la sua chiamata, trascurando lo studio, dimenticando quasi la sua gioventù. Il poco tempo che M. le dedicava, tuttavia, la faceva soffrire e le liti cominciarono a scandire i loro incontri.

"Mi sentivo sola e un po' in prigione. M. mi aveva fatto terra bruciata intorno, perché era geloso e molto critico sulle mie conoscenze. Se chiamava e non mi trovava a casa (allora non esistevano ancora i telefonini), scattava l’interrogatorio. Ma se le domande le facevo io, si finiva con gli insulti e le urla. Mi maltrattava verbalmente a tal punto, che ero arrivata a temere il confronto. Così mi adeguavo, soffrendo in silenzio".

La sottomissione però, in questi casi, i dati lo certificano, accentua sempre l'aggressività del violento, che inizia a calpestare con più veemenza la vittima che è già a terra. "Quando capì che mi aveva nel suo pieno controllo - spiega Valeria -, cominciò a denigrare con parole dolorosamente offensive anche la mia famiglia e a spadroneggiare in casa mia, anche in presenza di mia madre, che mi tampinava per lasciarlo. Una domenica - prosegue- si presentò a pranzo senza avvertire, e io mi arrangiai con quello che avevo in casa. Quando misi il piatto in tavola mi aggredì in tono dispotico, dicendo che lo ospitavo facendogli mangiare gli avanzi; rifiuto il piatto con violenza urlando. L’intervento di mia sorella, che lo invitava ad abbassare la voce e ad andarsene,  peggiorò le cose: coprì di insulti lei e me, che avendolo seguito per le scale pregandolo di restare, mi beccai i primi calci".

Ma per Valeria il vaso non era ancora colmo, l’umiliazione non ancora sufficiente per approdare alla consapevolezza. Qualche scusa, un piccolo regalo e poche parole dolci la rassicuravano sull’amore che M. diceva di provare per lei, e tutto ricominciava. Le poche occasioni in cui tentava di lasciarlo, sfumavano nelle preghiere lacrimose di M., che giurava amore eterno e cambiamenti mirabolanti nella sua vita per darle felicità. Nulla di tutto questo, però, aveva un fondamento di concretezza.

L’ennesimo litigio un pomeriggio di un finesettimana d’autunno, in auto. "Un banale motivo di discussione, (il film preferito o il giudizio sul comportamento di un amico), misero in luce che o ero d’accordo con lui o ero contro di lui. Quel giorno - prosegue Valeria - osai contraddirlo, come si fa in un normale confronto fra persone civili. Bhè, all’improvviso, senza che potessi neanche ripararmi con la mano, mi assestò un cazzotto su un ginocchio. Il terrore di quell’attimo non mi fece avvertire il dolore fisico, la mia unica preoccupazione era parare un eventuale secondo colpo, magari in pieno viso. Avrebbe potuto, io ero seduta accanto a lui, con l’auto in corsa. Mi accostai più che potei allo sportello, cercando rifugio dalla paura che lui mi incuteva. Nel percorso si calmò, non avendo probabilmente la dimensione della gravità del suo gesto". 

Per Valeria fu la serata di svolta. Arrivati sotto casa, lui lesse negli occhi della ragazza il terrore puro che la attraversava. "A quel punto lui pianse, chiedendomi perdono". Il mattino seguente, Valeria incrociò per caso la sua immagine allo specchio: "Mi guardai, ero giovane, con lo sguardo ancora cristallino, la vita davanti a me, ancora tutta intera. Mi chiesi cosa sarebbe stato di me nell’arco di dieci anni, accanto ad un uomo così. Ebbi paura della risposta. Gli dissi che non volevo più sapere nulla di lui. Anche in quell’occasione mi ricoprì di insulti. Provò a cercarmi, ma rifiutai i suoi tentativi, fino a quando non si stancò".  

Oggi Valeria, ripensando alla sua ingenuità prova tenerezza, ma anche la sensazione di essere una sopravvissuta. Pensa che le sue ferite sono guarite in poco tempo, quella di molte altre donne, ancora sanguinano. "Non bisogna perdere tempo. Dopo il primo schiaffo, occorre cambiare strada, con una determinazione d’acciaio. Ringrazio la mia forza, e la mia famiglia".