Inchiesta: Senza fissa dimora

Senza fissa dimora: i deboli prima di tutto

La ribellione contro l'impoverimento al posto della paura secondo il Dott.Aldo Morrone.

Costume Maria Fusca — 02/12/2008
Fonte: Massimo De Francesco

Aldo Morrone non è un medico come tutti gli altri, non ha nulla dell'asettico rassicurante aspetto dei medici tradizionali. Nessuna certezza in mano, solo tanto ottimismo e voglia di provocare perché se non si scuote dalle fondamenta un sistema ormai incancrenito, non c’è speranza di poterlo in qualche modo recuperare. 

Dal 2000 lavora presso l'Istituto scientifico in dermatologia e venereologia dell'ospedale S. Gallicano di Roma dove è direttore della struttura di medicina preventiva delle migrazioni, del turismo e di dermatologia tropicale.

Direttore del corso internazionale di medicina transculturale dal 1993, è anche socio fondatore del direttivo nazionale della Società italiana di medicina delle migrazioni e consulente dell'Ufficio europeo per gli investimenti per la salute e lo sviluppo dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Autore di circa 400 articoli scientifici, oltre che di una decina di libri dedicati alle infezioni da Hiv e all'Aids, da sempre a contatto con le fasce più deboli della società, abbiamo parlato un po' con lui della questione "senza dimora".

Dott. Morrone lei ha partecipato, alla Notte dei senza dimora. Cosa pensa di questo genere di manifestazioni che fondono divertimento e tematiche serie?
"Penso che siano molto utili perché servono a sensibilizzare le persone non addette ai lavori. Si evita, in questo modo, che i senza dimora sprofondino e restino in una sorta di oblio. Il punto è mettere in luce ciò che i senza dimora sono: non un problema, ma una risorsa e se una serata come quella serve per condividere quest aspetto e mostrarlo, ben venga. Io credo sia decisamente problematico che in una città come Roma, capitale del cristianesimo e di uno dei paesi maggiormente industrializzati al mondo, vivano ancora 4mila-5mila persone senza dimora. L'importante è che non diventino appuntamenti a scadenza annuale. Quella contro la povertà deve essere una lotta quotidiana".

Di quali strumenti pensa necessitino i senza dimora oggi per uscire da questa situazione di dipendenza cronica dalle istituzioni e dai circuiti della solidarietà?
"Intanto occorre che la società in genere cambi punto di vista. Loro non sono dei ricettori di servizi, sono persone che hanno molto da offrire. Io credo che prima occorrerebbe valorizzare ciò che loro possono darci per poterli capire e solo poi, aiutare. Quanto hai bisogni…quelli di tutti. Lavoro, casa, affetti, solo che loro esprimono queste necessità con più sofferenza. Per farlo, bisognerebbe vivere un po' con loro per conoscerli da vicino, come fa tanta gente che lavora nel settore e che ha un grande privilegio in questo. Ci vuole una vera e propria contaminazione culturale. Se c'è una letteratura su di loro, se l'arte si è affacciata al loro mondo e ha tentato di coglierlo è perché è stata in grado di vedere le loro istanze di sentimenti. Noi dovremmo mantenere questi sentimenti e darli magari alle istituzioni che forse hanno un corpo, ma spesso non un’anima, così come un clochard ha un corpo spesso in abbandono ma un’anima forte".

Se dovesse offrire delle proposte in termini pratici, quale sarebbe la prima esigenza?
"Stiamo parlando di senza dimora, quindi la prima esigenza è la dimora, la seconda è ciò che gli impedisce di perderla: il lavoro. La terza sono modalità studiate 'ad personam' perché per questi individui non è così facile ricominciare. Bisogna dar loro uno spazio fisico e di senso che non sia abbandono e solitudine. Un po' di tempo fa  un barbone qui a Roma difese due ragazze da un’aggressione da parte di due giovani 'bene'. Ecco, quel signore è morto anche a causa delle botte riportate, e quei giovani? Io temo di sapere che fine hanno fatto. Non basta dare a un senza dimora una pacca sulla spalla come avvenne in quell'occasione, bisogna dargli un nuovo senso".

Cosa ne pensa della proposta della Lega Nord di un censimento per i senza dimora?
"Il censimento è una provocazione che io colgo volentieri. Recuperiamo l'identità di queste persone, non l'identificazione, e allora ben venga il censimento. Trasformiamo quello che di solito è uno strumento di controllo, in un mezzo al loro servizio. Che senso ha la vita di queste persone? Ha un grande senso, se il censimento può divenire un modo per ritrovarlo, ben venga. Facciamoci adottare da un senza dimora, prendiamo un po' della loro importanza ed ecco che anche questo può rivelarsi un mezzo utile".

Cosa pensa del clima di ostilità verso le fasce più deboli che si respira al momento?
"Identificare i deboli come pericolosi è l'obiettivo della parte peggiore della popolazione ma io sono ottimista e penso sia solo una piccola parte. Il punto è che le istituzioni ormai vivono completamente separate dalla società civile. A Lampedusa tutti questi disperati che arrivano dovrebbero trovare un'accoglienza a braccia aperte da parte delle istituzioni, preti, politici, tutti dovrebbero chiedere scusa perché non sono stati in grado di distribuire equamente la ricchezza. Non sono persone povere, ma impoverite, bisognerebbe agire sui fattori che creano povertà, e invece 'in prima linea' ci siamo solo noi che non contiamo nulla".