Inchiesta: Disagio mentale

Malattie mentali: a Trento ci pensano gli Ufe

I pazienti sono aiutati dai loro "colleghi" che hanno superato i disturbi psichici. Il primario De Stefani: "Gli utenti esperti sono risorse che vanno utilizzate"

Patologie Sandro Foschi — 11/07/2008
Fonte: www.fareassieme.it

“In reparto c’era un ragazzo che non si muoveva dal letto da cinque giorni, non si puliva e non voleva farsi pulire.  Mi sono avvicinata a lui, ci siamo conosciuti e mi ha detto: 'grazie ora mi sento una persona'.  Poi si è lavato”.  A raccontare questo episodio è Claudia, una degli Utenti e Familiari Esperti (Ufe) di Trento, ovvero persone che in passato hanno sofferto di malattie mentali, o loro familiari, che oggi aiutano le persone che soffrono degli stessi disturbi.

La filosofia che è alla base di questa iniziativa è quella del “fare assieme”: ex malati psichici che aiutano dottori e operatori a confrontarsi con la malattia mentale, apportando tutto il loro sapere, che arriva dall’esperienza e non dai libri.  Un’idea venuta al primario del Servizio di Igiene mentale di Trento, il dottor Renzo De Stefani: “Da oltre dieci anni - spiega - cercavamo di coinvolgere di più gli utenti.  Poi abbiamo capito che avevamo tra le mani delle piccole miniere d’oro, che andavano sfruttate: la loro esperienza migliorava il sapere collettivo.  Così sono nati gli Ufe: strani personaggi, proprio come i marziani, che non sono operatori ma agiscono come loro”.  Tant’è vero che la loro attività è retribuita dal Servizio sanitario.

Ma a guadagnarci, non solo economicamente, sono tutti: gli Ufe, che intraprendono un lavoro e un percorso che migliora la loro qualità di vita; i malati psichici, che hanno a che fare con dei loro pari che hanno superato il loro stesso problema; gli operatori classici, che grazie agli Ufe riescono meglio a entrare in contatto con i pazienti.  Perché gli utenti esperti riescono ad arrivare dove i medici hanno maggiori difficoltà: “La persona che soffre – spiega Roberto, coordinatore degli Ufe – si sente più ascoltata da chi ha avuto lo stesso problema.  Chi ha sentito le voci difficilmente ne parla con l’operatore, mentre con qualcuno che sente le voci come lui è più facile aprirsi”.

Gli Ufe oggi sono oltre una quarantina.  Si occupano della prima accoglienza al Centro di salute mentale, rispondo al call center, accompagnano gli operatori nelle situazioni di crisi, si occupano dei pazienti sia in reparto che nei centri di accoglienza.  “In reparto – spiega ancora l’Ufe Claudia – vedo la sofferenza vera.  Noi offriamo relazione e amore, loro sentono se uno trasmette questo.  È più difficile per un dottore perché non ha vissuto in prima persona la cosa, mentre io ho un figlio che soffre di questa malattia.  Noi ci avviciniamo in un altro modo, il nostro è un sapere vissuto”.

Un sapere di vita che va ad aggiungersi e, spesso, supera i limiti di quello teorico.  Un sapere condiviso e non più erogato in maniera unidirezionale dal medico al paziente.  In questo modo viene superata quella barriera di incomunicabilità che  può essere rappresentata dal camice.  Nello stesso modo in cui è stato superato il primo ostacolo che bloccava tanti malati al loro arrivo al Centro di salute mentale: il campanello.  “È un oggetto freddo – dice Mara, un Ufe, con un passato di psicosi e attacchi di panico, che si occupa della prima accoglienza – e non animato.  Bisognava suonare e aspettare: ma una persona, quando sta male, ha paura di stare sempre peggio, può andare in crisi e avere attacchi di panico.  Ora invece al bancone c’è una persona, che oltretutto ha passato gli stessi problemi di chi arriva”.

La presenza dei “colleghi” diventa quindi un sollievo per i malati psichici.  “Non ho visto un caso che non abbia avuto benefici con noi.  Quando c’è la sofferenza vera, non ti ascoltano a fondo, noi invece lo facciamo, ci interessiamo, facciamo domande, iniziano delle riflessioni e piano piano si diventa amici.  Sono innamorata di tutto questo”, ammette Clara, un Ufe che ha provato sulla sua pelle la discriminazione nei confronti dei malati di mente, anche all’interno del manicomio.  Clara, infatti, alla fine degli anni Sessanta è stata ricoverata nell’Ospedale psichiatrico di Pergine, poi è uscita, ha trovato un lavoro da commessa e oggi ha un figlio di 27 anni.  Si è faticosamente ricostruita una vita e ora il suo aiuto e il suo esempio è indispensabile per tante persone con gli stessi problemi che lei è riuscita a superare.