Le serrature scattate tutte in un secondo.
Porte e finestre, spalancate dalla furia del ricordo. Fluiva il dolore, finalmente, insieme al passato: la lunga frusta del tempo lanciava i suoi colpi, in ritardo ma senza sconti.
Per Elisabetta Lachina, figlia di Giuseppe e
Giulia, morti insieme ad altre 79 persone sul DC9 dell'Itavia, nella strage di Ustica il 27 giugno del 1980, il 2006 è stato l’anno del ritorno, il passo indietro a cercare tutto il cammino perso nell'oblìo, dai suoi 18 anni in poi.
Dopo una sosta durata 26 anni, Elisabetta a
Bologna in occasione del trasferimento di quel che rimaneva del velivolo nel museo dedicato al disastro (inaugurato ufficialmente l’anno successivo), ha atteso i 15 tir che trasportavano da Pratica di Mare i 2000 pezzi del DC9 che le aveva sottratto le persone più care. "Lì sono riuscita a versare le prime lacrime per mamma e papà - ci racconta -. Oggi, dopo di allora, posso dire di essere diversa. Ne sto parlando con lei, per decenni non sono stata in grado di farlo".
"Dopo aver blindato il cuore così a lungo per difesa, in una mancata
elaborazione del lutto, sono riuscita a sentirmi parte di quella strage, di quell'aereo che tornava a casa. E' stato come se di colpo, fossi stata scaraventata in quel 27 giugno con il carico di angoscia, terrore, smarrimento, senso di abbandono che pervase allora me, mia sorella e i miei due fratelli".
Quel percorso di quasi tre decenni è stato così lungo da sembrare infinito
per
Elisabetta, divenuta per molti l'emblema di quello che la tragedia dei cieli per eccellenza, ha provocato nelle esistenze di chi è rimasto a piangere le vittime. Una pagina di storia italiana fra le più oscure, persa in un groviglio di contraddizioni, depistaggi, occultamenti, che avrebbe sottratto terreno al corso della giustizia, mai veramente celebrata, secondo i parenti dei defunti, nei tribunali italiani.
La carezza che Elisabetta diede, tre anni fa nel museo di Bologna, all'oblò
del
DC9, ha fatto il giro delle cronache mediatiche restando il simbolo di quell'abbraccio mancato per molti dei familiari degli altri 79 deceduti nel disastro. "Li ho immaginati seduti a chiacchierare, papà che accarezzava la mano della mamma, lei che aveva paura di volare. Ho trascorso giorni e notti in preda alla disperazione, ostaggio di un passato doloroso, che però era giunto il momento di guardare in faccia".
L'INCUBO DEL SILENZIO.
Il volto oscuro del passato, per Elisabetta Lachina, ha i tratti di una sera limpida di fine giugno, quando nello spicchio di cielo tra Ustica e Ponza il DC9 dell'Itavia partito da Bologna e diretto a Palermo con a bordo i suoi genitori, scompare inghiottito dal buio. Le ipotesi si rincorrono: un attentato? Un'avaria? Istituzioni, forze dell’ordine e operatori degli aeroporti sembrano brancolare nel nulla per ore.
"Quel venerdì sera ero sola a casa, con mia sorella, allora 13nne. I miei fratelli
erano via. Appresi la notizia dalla telefonata di una zia: "Accendi la televisione" mi disse. Erano le 23:30 circa. Fu come piombare in un incubo, in cui nessuno ci era d'aiuto. Non una sola chiamata da un rappresentante di una qualsiasi istituzione. Fummo lasciati nel silenzio e in una tormentosa attesa".
La mattina dopo la tragica conferma: l'aereo si era inabissato, nessun
superstite. Cominciarono i primi recuperi di salme e frammenti di velivolo. "Mio padre fu trovato e riconosciuto il lunedì successivo. Di mia madre, invece restò un pezzetto di gonna e qualche grammo di pelle. Il riconoscimento lo fece mio fratello, partito il giorno dopo il disastro per Palermo. Ci bastò per avere una bara su cui piangere. E di questo non finirò mai di ringraziare il sostituto procuratore di allora, Aldo Guarino [1]. La grande amarezza che ci resta, è legata al fatto che molti, troppi non hanno potuto avere la nostra stessa fortuna, non hanno avuto nemmeno questo pallido sollievo".
A queste decine di persone va il tormentoso pensiero di Elisabetta, intere
famiglie la cui vita è stata saccheggiata dal dolore. Figli, mogli, mariti, madri e padri, sorelle e fratelli, "che non hanno potuto scegliere il loro destino, abbandonati a loro stessi, in balia delle bugie".
LA VITA DEVASTATA.
Lo strappo fu così feroce e senza senso, che dopo il disastro nulla avrebbe più potuto essere come prima. "Quella tragedia ha cambiato per sempre le nostre vite. Ha condizionato ogni singolo evento e decisione delle nostre esistenze - aggiunge Elisabetta -. Il senso di abbandono ci accompagna da allora".
La tangiblità della vita, tuttavia, riprendeva il suo malandato corso: "Con
la disperazione nel cuore, abbiamo dovuto occuparci dell'attività di mio
padre. Io ho dovuto sostenere mia sorella nell'impossibilità di piangere, disperarmi, dare spazio alle emozioni. Elaborare il lutto, è stato impossibile. Presi distanza da quanto accaduto, guardandolo come fossi una spettatrice. Io appartenevo ad Ustica, ma Ustica non apparteneva a me. Non andai a riunioni e processi. Il mio cervello rimosse. Poi, tre anni fa, la vita mi ha portato il conto: quando ho visto entrare il primo tir con i resti dell'aereo, ho sentito il cuore scoppiarmi nel petto. Ho rivissuto tutto, ho ricordato finalmente, quello che per anni era rimasto annebbiato. I cassetti della memoria si sono spalancati tutti. E ho iniziato a piangere, finalmente…Potevo per la prima volta, rendere omaggio al mio dolore e alla memoria di mamma e papà".
GIUSTIZIA, LA GRANDE ASSENTE.
Ma scendere a patti col dolore, ancora oggi, è un'operazione dura: a pesare, per Elisabetta, come per tutte le altre famiglie coinvolte, c'è la mancata verità, il mancato coraggio dei responsabili e delle istituzioni a fare giustizia una volta per tutte, su quella che è stata definita nella sentenza - ordinanza del giudice Rosario Priore nel 1999, "un atto di guerra", avendo accertato la collisione tra l'aereo civile e un caccia militare "di nazionalità sconosciuta".
Nonostante la lunga e grande battaglia di Daria Bonfietti, presidente
dell'Associazione dei parenti delle vittime della strage, a cui Elisabetta rivolge un ringraziamento accorato: "Senza di lei - dice - non avremmo potuto andare avanti in questi anni", i veri responsabili non hanno mai confessato, né pagato. "Quel disastro è un infinità di indagini, di perizie - aggiunge la signora Lachina -. Oltre un milione di pagine di atti processuali, di assoluzioni, di tanti 'non ricordo', 'non so', 'non ero in servizio quella sera'. La strage di Ustica è la strage delle tante, troppe, infinite bugie, così tante da renderla eterna".
"A chi sa e tace, dico - conclude Elisabetta -
'mettete fine a questa storia
infinita, dateci la possibilità di seppellire dignitosamente i nostri cari'. La verità ci rende liberi".
DOCUMENTI
[1]
Audizione di Guarino sul riconoscimento delle vittime
LINK
- Associazione familiari vittime strage Ustica
- La strage di Ustica.info