La morte di 500 persone nella città di Jos,
in Nigeria, ha fatto aprire gli occhi alla comunità internazionale sulla situazione del Paese. Ricchezze economiche, petrolio, ma anche povertà e scontri di potere per gestire le risorse. Una condizione analoga con tanti altri stati africani, come sottolinea Padre Franco Moretti, comboniano e direttore della rivista Nigrizia.
In molti hanno parlato di questo episodio come un conflitto religioso. Dietro ci sono però tanti altri problemi. Quale è la causa, secondo lei, di quello che è successo?
"In Nigeria, e soprattutto nello stato del Plateau, ma anche in altri, il problema è economico. Riguarda le riforme agrarie, il possesso della terra, le risorse naturali, sto parlando anche di pascoli e acqua, perché lì, nel centro del Paese, c'è l'incontro tra gli stati del Nord, occupati da nomadi, pastori, dell'etnia Fulami, e le tribù nero-africane, che sono più inclini all'agricoltura. È ovvio che quando un pastore si incontra con un contadino il contrasto è spesso dietro l'angolo. Il primo vuole aumentare il suo gregge o le sue mandrie e ha bisogno di sempre più ampi pascoli. Il deserto avanza, si estende ed è costretto a spingersi sempre più a sud. D'altra parte anche le popolazioni agricole, più sedentarie, aumentano di numero (la Nigeria ha 150 milioni di abitanti, erano la metà al tempo dell’indipendenza) e quindi ha sempre maggiore bisogno di terreni coltivabili. E quando c'è un campo pronto per la raccolta, che viene invaso e distrutto dagli animali è naturale uno scontro".
Quanto c'entra la differenza religiosa?
"Il fatto che i pastori nomadi siano musulmani e gli altri siano animisti, cioè seguaci delle religioni tradizionali, o cristiani è un dato che non si può sottovalutare. Non è il fattore religioso però che li spinge a scontrarsi. È una lotta per la sopravvivenza. È una situazione presente in tutta la fascia sud-sahariana, dal Darfur (dove il regime di Kartoum ha sfruttato questo scontro tradizionale per fini più moderni) al Ciad, dal Senegal all'Africa orientale, dall'Uganda al Kenia. Ho vissuto per più di un decennio in quest'ultimo paese e i morti per questo genere di lotte erano circa 2mila l'anno e se ne parlava solo nelle statistiche".
Quale è la differenza?
"Qui ci sono più interessi. Gli occhi della comunità internazionale sono più attenti a quello che succede in Nigeria che è un gigante di questo continente, pieno di risorse come il petrolio. È normale che uno scontro tradizionale abbia un'eco più vasta".
Quanto incidono i cambiamenti climatici su queste tensioni?
"È da almeno 10 anni che gli osservatori dell'Africa parlano di sfollati e rifugiati causati non dalle guerre, ma dal degrado ambientale. È che noi non vogliamo capirlo. Le risorse di questo continente potrebbero far stare bene tutti i suoi abitanti, ma fanno gola anche al nord del mondo. Ormai sappiamo di migliaia di ettari venduti dai governi locali ad altre nazioni come la Corea, la Cina o la Libia, che acquistano appezzamenti, grandi come mezza Italia, per poter coltivare le derrate da portare in patria. Non ci sono quindi solo petrolio, diamanti, tugsteno e coltan. Tra tutti questi interessi mondiali, i poveri sono quelli che ci rimettono sempre".
Poi c'è anche un problema politico, giusto?
"Non è che neghi che ci possa essere anche un aspetto religioso, ma non è il fattore determinante. Questi scontri avvengono anche in altre zone dove la religione è la stessa. Vengono per lo più sfruttati magistralmente da personaggi politici che mirano a qualche cosa. Guarda caso avvengono sempre in concomitanza o alla vigilia delle elezioni. A Giugno in Nigeria ci saranno quelle locali per nominare i governatori e all'inizio del 2011 avremo quelle presidenziali. E qui gli interessi in palio sono altissimi. Il vincitore gestirà tutte le risorse. Toccherà al Nord o al Sud? Sappiamo ormai per tradizione, anche se non è scritto nella Costituzione, ma è un fatto assodato e accettato da tutti, che la presidenza tocca prima a uno e poi all’altro. Quello di adesso, Umaru Musa Yar'Adua, viene dal Nord".
Però è stato assente per molto tempo…
"È stato malato. Erano mesi che non si sapeva più nulla di lui. Alcuni giornali locali avevano parlato di problemi celebrali, era anche stato dato per morto e poi, dopo un messaggio registrato dalla Bbc, è tornato a metà febbraio. Il suo vice, Goodluck Jonathan, cristiano degli stati del sud, è così salito al potere e non vuole rinunciare al suo ruolo, anche perché non si sa di preciso come siano le condizioni di salute del Presidente. È ovvio che anche questo fattore conta molto. Si tratta quindi di una questione tra suddisti e nordisti o tra cristiani e musulmani? Io ritengo che prevalga la prima. Se il Sud vuole mangiarsi la stragrande maggioranza delle risorse e lasciare le briciole agli altri è chiaro che gli scontri continueranno ed è ovvio che qualcuno vedrà in questi un aspetto più religioso che politico".
La Chiesa cattolica ha subito condannato l'episodio…
"È stato sottolineato più volte, anche in altri fatti simili, che l'aspetto economico è quello preponderante. L'arcivescovo di Abuja l'ha ripetuto, sia a Radio Vaticana che sui giornali locali, ma qualcuno, a cui forse conviene parlare di scontri tra musulmani e cristiani, non vuole dargli retta. Sono lotte di poveri contro poveri, perché i ricchi devono fare i propri affari".
In Nigeria esistono circa 250 etnie diverse. Quali conseguenze ha tutto ciò sulla popolazione?
"Il problema etnico è molto grave in tutta l'Africa. Questi conflitti sono stati esasperati dal colonialismo. Il senso di appartenenza ad un gruppo piuttosto che a un altro non è di per sé negativo. Noi lo chiamiamo amor patrio. In Africa c'è sempre stato tutto questo, ma in Nigeria c'è stato un colonialismo inglese indiretto, che si è tradotto, a differenza dell'India, in una serie di alleanze con i capi locali e nell'arruolamento di soldati del posto. Per tenere i gruppi sotto controllo è stato esasperato il senso di appartenenza etnica che c'era, facendolo degenerare in tribalismo. È intorno agli anni '60-'70 che nasce questo odio".
C'è il rischio che fino alle elezioni si esasperino sempre di più questi conflitti. Continueranno anche dopo o cesseranno?
"La tradizione dice che dopo il voto si ritorna alla calma. Una volta nominato il nuovo presidente, che toccherà al Sud, probabilmente i vari governatori si accorderanno su come gestire le risorse. L'importante è che il prossimo capo di stato sia volenteroso come quello di adesso, Yar'Adua, il quale appena eletto ha deciso di incontrarsi con i guerriglieri del Delta del Niger. C'è la volontà ufficiale, che deve essere tradotta in legge, di destinare il 10% delle entrate petrolifere alle province locali per migliorare infrastrutture e riparare i danni fatti dalle multinazionali del greggio. Ciò ha portato ad una sorta di tregua tra i ribelli e il governo. Poi però il Presidente si è ammalato e questi colloqui si sono arrestati. La mia speranza è che si riprenda, anche se ci sono forti dubbi. Se ciò accadrà sarà tutto a favore della Nigeria perché lui vuole risolvere questa questione. In ogni caso mi auguro che il prossimo presidente percorra questa strada già tracciata e che le multinazionali, che stanno distruggendo questo paese, capiscano e accettino il fatto che devono stare più attenti e fare un passo indietro".