Prima un buon caffè, subito dopo una
sigaretta e quattro chiacchiere con i colleghi. Sono sempre di più le aziende che tentano di ridurre le pause dei propri dipendenti, nell'intento di migliorare la produttività e limitare le perdite di tempo. Un fenomeno in aumento nel nostro Paese, secondo quanto riportato dalla rivista 'Economy'.
Anche internet non è immune alle critiche.
In particolare, a finire nell'occhio del ciclone sono i social network, sempre più diffusi tra i lavoratori di ogni età. Il continuo aggiornamento, la possibilità di giocare on line o chattare con amici e parenti che sono lontani dall'ufficio rappresentano, secondo le imprese, una perdita di tempo prezioso che dovrebbe essere utilizzato per produrre beni o servizi.
E gli esempi di come le aziende si mobilitano contro queste 'piaghe' sono
i più disparati. Il direttore del personale di Giochi Preziosi, Maurizio Santini, sta chiedendo ai vertici dell'azienda di limitare l'accesso dei computer ai social network perché "le comunità online allontanano il lavoratore dagli impegni". E contro la pausa caffé la Ducati Energia ha stabilito che in ogni turno di lavoro i dipendenti possono effettuare un break di 10 minuti. Il controllo è affidato ad un timer installato direttamente sulle macchinette. "Non mi pento affatto della decisione presa - commenta l'amministratore delegato, Guidalberto Guidi - l'ho fatto perché ero stufo di vedere gruppi di lavoratori sostare attorno alle macchinette durante il giorno".
L'ultima novità in ordine di tempo arriva dal gruppo Carrefour, che ha
vietato ai propri dipendenti di andare al bagno più di una volta al giorno. Un provvedimento che ha dell'incredibile e la cui sola regola è un certificato medico da esibire all'ufficio del personale. E la catena francese non è la sola in Italia. Secondo il sindacato Filcams della Cgil, tante sono le richieste simili pervenute dalle aziende, tra cui Pam e Ins.
La produttività prima di tutto. Una tesi però che non trova d'accordo il
professore Domenico De Masi, sociologo del lavoro presso l'Università di Roma La Sapienza. "La nostra società e l'economia – sottolinea – si reggono su servizi che al 90 per cento sono svolti da professioni intellettuali e non manuali. Il problema non è il tempo, ma l'intensità del pensiero". Le aziende però non demordono e sono pronte a nuove restrizioni contro i lavoratori scansafatiche. E poco importa se i sindacati non sono d'accordo.