Un bottino oscuro, ma potenzialmente più
deleterio di una bomba al tritolo. Giace silente fra mille complicità eccellenti, in una terra vasta quanto invisibile. Sono le tante prove mancanti, i pezzi dei misteri legati ad una mattanza ultradecennale di Cosa Nostra a Palermo e dintorni, mai consegnata alla giustizia.
L'inventario della lista infinita di reperti,
indizi, tracce scomparse nel nulla, lo ha stilato un navigato cronista siciliano, Salvo Palazzolo, che si chiede nel suo ultimo libro 'I pezzi mancanti. Viaggio nei misteri della mafia' (Laterza Editore): "Dove sono finiti gli appunti di Peppino Impastato, l'agenda del commissario Ninni Cassarà, le videocassette di Mauro Rostagno, le relazioni dell'agente Nino Agostino, i files di Giovanni Falcone, l'agenda di Paolo Borsellino, il dossier del maresciallo Antonino Lombardo e tutte le altre prove trafugate dagli infedeli servitori dello Stato? Chi sono i mandanti occulti dei delitti eccellenti di Cosa Nostra? E gli insospettabili tesorieri? Quali le complicità e le trattative con la politica?"
Domande che Palazzolo mette in ordine, facendo una ricognizione precisa
e ragionata di tutto quello che ancora non si sa dei delitti eccellenti di mafia, fenomeno questo, a suo dire, lungi dall'essere sconfitto. Buchi neri che ancora "continuano a muovere complicità e ricatti".
Salvo, qual è stata la genesi del tuo libro?
"Da anni metto da parte domande che non hanno risposta, pezzi che mancano. Occupandomi di giudiziaria dal '92, anno delle stragi Falcone e Borsellino, mi sono ritrovato ad annotare dettagli, domande su una lunga serie di vicende che ho vissuto e studiato. Quando il mio taccuino si è fatto corposo, ho avuto necessità di mettere ordine nelle miriadi di punti interrogativi senza una risposta, anche a distanza di trent'anni. Analizzando i molti appunti presi, tante cose non tornano. Quello che non sappiamo su Cosa Nostra è davvero molto".
Che cosa hai concluso?
"Che in gioco non ci sono solo i soliti noti. Negli omicidi eccellenti c'è sempre quello che io chiamo 'il segmento in avanti', ovvero quel qualcosa che manca, che è il filo rosso che attraversa tutti gli omicidi di mafia: nel momento in cui Riina e Provenzano si rapportavano con il mondo esterno, con la società civile e il Palazzo, c'era sempre qualcosa che non si ritrovava. Andando a vedere la genesi delle scene del crimine degli omicidi eccellenti dagli anni '70 ad oggi, si avvertiva forte il ruolo del sicario di mafia, ma anche la presenza di altri personaggi, poiché sulla scena del delitto, pochi minuti dopo o comunque poco tempo dopo l'omicidio, mancavano oggetti strettamente connessi alla vittima: documenti, prove, appunti".
Occorreva far piazza pulita anche del lavoro efficace compiuto dalla vittima.
"Sì, al mafioso probabilmente non bastava soltanto uccidere, doveva cancellare le ultime scoperte della vittima, come se fosse più significativa questa seconda parte del delitto che non la prima, pure necessaria. Il libro nasce dall'esigenza di rilanciare quelle domande ancora appese non solo per me, ma anche per magistrati e giornalisti che hanno pagato anche con il sangue".
Leggendo quel che racconti, sembra ci sia un filo rosso che attraversa tutti i fatti di sangue legati alla mafia, a costruire un unico lungo discorso di fatto mai interrotto.
"È vero. Emerge di sicuro il modo costante di operare del sicario di mafia e del complice: lo stesso sicario spesso non sa spiegarsi alcuni accadimenti che coinvolgono la scena del delitto commesso, come se anche lui non sia stato messo al corrente di alcuni importanti dettagli dai mandanti, dai complici. Racconta un pentito che in alcuni casi ai sicari non veniva nemmeno detto chi fosse il bersaglio da colpire. Figurarsi sapere la genesi del fatto. Questi pezzi in realtà sono rimasti per anni nei fascicoli delle indagini, però erano occultati perché il lavoro di chi ha scientemente cercato di sottrarre alcune prove è stato quello di sottrarle, appunto, o insabbiarle. Il caso esemplare è quello di Peppino Impastato".
Dalla tua inchiesta si evince che non sarebbe stato possibile operare insabbiamenti senza la collaborazione delle istituzioni.
"Certamente. Non a caso faccio riferimento all'esistenza di almeno 25 talpe, elementi delle istituzioni, che talora hanno agito con Cosa Nostra per sottrarre prove o passare notizie sulle indagini antimafia. Il filo rosso c'è sicuramente, ed è conosciuto da Riina e Provenzano che stanno in carcere. I due famigerati boss conservano grandi segreti, che rappresentano senza dubbio forti armi di ricatto nei confronti di chi è fuori. Questo la dice lunga anche sulla lotta alla mafia".
Spiegati meglio.
"Il problema è capire se su questo crinale così delicato dei rapporti fra mafia e politica, i magistrati abbiano gli strumenti per scoprire la verità. Mi riferisco non solo agli strumenti di legge, ma anche politici. Nel corso di questi anni, quando i magistrati hanno cercato di svelare i complici di Cosa Nostra che avevano sottratto alcune cose, hanno fatto delle richieste ben precise ai servizi di intelligence, e il più delle volte arrivava una letterina in procura che diceva 'si appone il segreto di Stato'. Di recente la magistratura di Palermo e Caltanissetta, che indaga sulle stragi Falcone e Borsellino, è tornata nei palazzi dell'intelligence per chiedere notizie ulteriori, perché le ultime indagini, sia quelle che derivano dalle dichiarazioni di Ciancimino che da quelle di Spatuzza, tornano a focalizzare il ruolo poco chiaro dei Servizi. Si auspica che non cada anche questa volta il segreto di Stato".
Falcone, in una delle sue rare interviste televisive, disse che la mafia, come tutte le cose create dagli umani, aveva avuto un inizio ed era destinata ad avere una fine. Ma che non sarebbe bastato l'eroismo dei cittadini, quanto le 'armi' efficaci messe nelle mani dello Stato. Tu che ne pensi?
"È ancora una grande verità. la lotta alla mafia non può ridursi ad una gara a chi fa più leggi per dare più anni di carcere ai mafiosi, peraltro già arrestati. Il problema vero è, come i pm chiedono ripetutamente da anni, dare risorse, mezzi, strumenti finanziari e di movimento, a chi indaga".
Dunque, facendo un bilancio sulla lotta a Cosa Nostra?
"Se dovessimo farlo partendo dalle cose che non sappiamo purtroppo il bilancio non è positivo. Troppi signori delle istituzioni, delle forze dell'ordine, della politica e dell'economia che sanno o sono stati collusi, sono ancora liberi. E in ultimo c'è da chiedersi: sono rimasti fedeli ai mafiosi in carcere, oppure in Cosa Nostra c'è una generazione di boss con capitali e relazioni fresche che è già al potere? Questo è il grande dilemma che pesa su Palermo".
INFORMAZIONI
Titolo:
'I pezzi mancanti. Viaggio nei misteri della mafia'
Autore:
Salvo Palazzolo
Editore:
Laterza
Anno:
2010
Pagine:
304
Prezzo:
euro 16,00
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