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Finanza: manager italiani alle prese con le regole ferree del sistema islamico

A Milano un corso professionale per uomini d'affari che operano in Medio Oriente e nei paesi del Golfo. Il sistema che guarda al Corano, ha registrato una crescita annua media del 15%. Eppure gli investimenti si fanno solo se socialmente responsabili.


Fonte: Immagine dal web

Regole rigide, investimenti solo se

  socialmente responsabili, e nessun interesse sui prestiti. La finanza islamica, come tutta la vita del mondo arabo, guarda al Corano. Principi che penalizzano alcuni ambiti dell'attività bancaria, così diversi dal sistema finanziario occidentale ma così vicini a noi. Il Mediterraneo è da sempre luogo di incontro, di scambi commerciali e culturali. Sono sempre più i manager e i professionisti italiani che operano nelle aree del Golfo e sono in affari con paesi del mondo arabo. 

Partendo dal presupposto che non

  sempre si conoscono le regole economiche di una cultura tanto diversa dalla nostra, la Promos, azienda speciale della Camera di Commercio di Milano per le Attivita' Internazionali, ha organizzato un corso di finanza islamica per manager e professionisti alle prese con questa realtà. Il corso, che partirà a marzo, è stato preparato in collaborazione con lo Studio Legale Morri e Associati e con la Comunità religiosa islamica italiana (Coreis). Duplice il percorso formativo per gli uomini d'affari che operano nel Mediterraneo, in Medio Oriente e nei Paesi del Golfo e per neolaureati che desiderano acquisire competenze tecniche. 

Una prima fase della formazione sarà incentrata sulle regole della

  finanza secondo le regole del mondo arabo. "L'offerta formativa – fa notare la Promos – si basa sulla pluriennale esperienza del laboratorio Euro-Mediterraneo, ideato e promesso dalla Camera di Commercio milanese, e si inquadra nell'ambito delle differenti iniziative in realizzazione per favorire il sistema imprenditoriale lombardo nel processo di integrazione con quello nord africano e mediorientale".

La finanza islamica sta assumendo, secondo  gli organizzatori dell'evento,

  una "straordinaria importanza sulla scena finanziaria mondiale,  facendo registrare da tempo una crescita annua media del 15 per cento. Secondo stime negli ultimi cinque anni, le banche islamiche operanti nel mondo – si spiega - hanno registrato un aumento medio annuo dei loro ricavi pari al 44 per cento. Le istituzioni finanziarie islamiche, attualmente, assorbono il 30 per cento del risparmio del settore privato dei Paesi musulmani. Si prevede che questa quota raggiunga il 50 per cento entro il 2010 ed il 60-70 per cento entro 2020".

Il secondo ciclo, dedicato invece alla Business Arabic Language, vede

  anche la collaborazione dell'Associazione Italo-Egiziana e si pone l'obiettivo di trasferire le nozioni di base del linguaggio del business e una serie di informazioni antropologico-culturali utili per relazionarsi con il mondo arabo. "Dal punto di vista linguistico – si fa notare -  l'uomo arabo è cresciuto in una cultura che considera la lingua come la propria immagine parlante, e se stesso come un riflesso di questa lingua. Essa è il simbolo primario dell'identità araba. Come se, in tale ottica, fosse la lingua ad aver creato l'uomo arabo. Come se quest'ultima, nella coscienza culturale araba, fosse una scienza dell'essere piuttosto che del linguaggio. La lingua è una materia creata, ma, dalla propria materialità scaturisce il ritmo dell'esistenza, emana l'essenza dell'essere". 

Apprendere la grafia, il sistema fonologico e le strutture fondamentali

  dell'arabo, ma anche comprendere il linguaggio scritto, parlato e alcuni aspetti della realtà in cui questa lingua è il principale strumento di comunicazione. Questi gli obiettivi della seconda fase di formazione. Tra i docenti figurano Habib Ahmed, esperto della Durham University e Mohammad Agha, country manager della Europe Arab Bank, che spiegheranno quali sono i principi generali e gli istituti giuridici della finanza islamica. 

Ma quali sono le regole ferree del sistema finanziario islamico che ancora

  oggi si basa su alcune interpretazioni del Corano? I due pilastri centrali consistono nel fatto che non si possono ottenere interessi sui prestiti (divieto del riba) e che bisogna effettuare investimenti socialmente responsabili. Segno distintivo della finanza araba rispetto a quella tradizionale, è dunque il divieto di guadagnare sugli interessi. "L'interesse risk-free – si fa notare - è considerato usura, indipendentemente dall'entità di quanto viene applicato. Per il principio del gharar, è immorale qualunque interesse legato ad una presenza di rischio e incertezza, quindi ricorrere o prestare denaro a persone fisiche e giuridiche che praticano la leva finanziaria, il carry trade, e altre forme di speculazione". 

I fondi di investimento islamici escludono per statuto le società che hanno

  un rapporto superiore del 30 per cento fra debiti e capitale sociale, fra le quali potrebbero esservi società che ricorrono alla leva finanziaria per fare profitti. "L'interesse è riconosciuto  - si precisa - come premio di rischio legato a una qualche forma di investimento". Principi che spesso penalizzano alcuni ambiti dell'attività bancaria, che non generano profitti e quindi nessuna remunerazione del capitale prestato. 

Impieghi del denaro come il credito al consumo, i mutui ipotecari e immobiliari

  per l'acquisto della prima casa, "sono considerati legittimi per il diritto islamico – si rileva ancora - ma non consentono al creditore il guadagno nella forma di una partecipazione ai profitti. Il risultato è quello di orientare i prestiti agli investimenti produttivi, gli unici che permettono una remunerazione, compatibile con il diritto islamico". Il Corano del resto vieta l'usura, il 'riba', cioè gli interessi. Molte delle peculiarità della finanza islamica, specialmente dell'attività bancaria, vertono intorno a questo principio". 

Ad esempio, le banche islamiche devono possedere quote di proprietà

  delle case piuttosto che stipulare una comune ipoteca. Sistemi che permettono alle istituzioni finanziarie di fare affari senza contravvenire al principio che vieta gli interessi. "La seconda differenza tra la finanza islamica e quella tradizionale – si spiega -  è l'enfasi sugli investimenti socialmente responsabili. Mentre secondo la tradizione occidentale è semplicemente possibile investire in modo responsabile, per l'Islam è strettamente obbligatorio. Questo include l'obbligo di assicurarsi che i propri soldi non siano utilizzati per scopi non etici, come ad esempio droghe, alcol, pornografia o terrorismo". 

Anche nel mondo occidentale, comunque, molte istituzioni finanziarie

  offrono prodotti e servizi finanziari in accordo con le regole della finanza islamica. Fra i principali gruppi di diritto islamico: Dallah Albaraka Group (Arabia Saudita), Dar al Maal al Islami Trust (Arabia Saudita), Alrahj Group (Arabia Saudita) The Islamic Investor (Kuwait). L'Unione della banche Arabe (UaB), è la maggiore organizzazione degli istituti di credito di diritto islamico. 

Ci si chiede se queste regole siano applicate in tutti i Paesi islamici,

  soprattutto in realtà come Dubai, dove il business appare come un fiore all'occhiello. La risposta è semplice, si fa notare: "L'obbligo di rispettare le norme del sistema è morale, non legislativo. Dunque ognuno agisce come crede". 


Valentina Marsella (03-02-2010)


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