A poche ore l'uno dall'altro, Alberto Ronchey
e Tonino Carino se ne sono andati insieme. Tanto diversi tra loro, ma accomunati dalla stessa voglia e passione di raccontare il nostro tempo, anche se da punti di vista differenti. Il primo, disse Indro Montanelli, ha scritto "alcuni dei migliori saggi di politica, economia, sociologia (quella vera), degli ultimi trenta o quarant'anni", il secondo raccontava il modo del calcio, soprattutto quello legato alla sua Ascoli. E il giornalismo è in lutto.
Alberto Ronchey è morto venerdì scorso
nella sua casa romana, ma la notizia è stata resa nota solo ad esequie già avvenute. Era nato a Roma nel 1926 e ha iniziato la sua carriera come direttore fin da giovanissimo, nel secondo dopoguerra con la Voce Repubblicana, per poi diventare corrispondente del Corriere d'Informazione, mentre collaborava con il Corriere della Sera. Dal 1959 scrive per la 'Stampa', per la quale diventa corrispondente da Mosca, e poi inviato speciale in Europa, Egitto, Cuba, Biafra, Congo, Alaska, India e Giappone.
Gli italiani però iniziarono a conoscerlo
veramente dal 1968 quando un giovane Gianni Agnelli lo chiamò a dirigere il quotidiano torinese, al posto di Giulio De Bendetti. Dopo otto anni, il ritorno nella Capitale come editorialista de La Stampa, prima di passare al Corriere della Sera e, nel 1981, in pieno scandalo P2, a Repubblica, invitato da Eugenio Scalari. In quel periodo inizia a collaborare anche con L'Espresso e Panorama, mentre la Rai gli affida dei programmi su Unione Sovietica e Stati Uniti. Dal 1994 diventò per quattro anni presidente del Gruppo editoriale Rcs. Nel 1977 un giallo sulla sua carriera: quando Piero Ottone lasciò la direzione del Corriere della Sera fu indicato come successore, ma sul suo nome ci fu il veto della P2.
Ronchey non è stato solo un giornalista. Dal 1992 al 1994 fu nominato da
Giuliano Amato e, confermato un anno dopo, da Carlo Azeglio Ciampi come ministro dei Beni Culturali. Suoi alcuni provvedimenti con i quali si cercò di innovare il sistema culturale italiano. Con la cosiddetta Legge Ronchey, del 14 gennaio 1993, diede una maggiore efficienza a musei statali, biblioteche e archivi, con servizi di vendita di pubblicazioni e di ristoro. Fu sua anche la decisione di tenerli aperti nei giorni festivi, ricorrendo alla mobilità del personale, e di proibire la musica rock nell'Arena di Verona, la lirica a Caracalla e le bancarelle agli Uffizi, per meglio valorizzare e non danneggiare il patrimonio culturale italiano.
A lui si deve anche la nascita di due neologismi come 'lottizzazione' e 'fattore
K'. Col primo si intendeva la spartizione degli incarichi, soprattutto in Rai, in base all'appartenenza politica, invece che alla meritocrazia, mentre il secondo era usato per spiegare la mancata alternanza al governo, dove c'è stata per oltre 40 anni la Democrazia Cristiana, legata alla presenza di un grande partito comunista (dove la K indicava il termine russo kommunizm).
La carriera di Tonino Carino è sempre stata legata all’Ascoli. Nato ad
Offida, il 31 luglio 1944, era da tempo malato. La sua popolarità aveva raggiunto i massimi livelli con la trasmissione sportiva '90° minuto', dove nacque il tormentone "qui Tonino Carino da Ascoli", con la quale iniziò a lavorare dal 1976. Diventò uno dei volti più popolari della trasmissione, insieme Paolo Valenti, Luigi Necco, Cesare Castellotti, Giorgio Bubba, Gianni Vasino e gli allora giovani Giampiero Galeazzi e Lamberto Sposini.
I dialoghi surreali quanto divertenti, con l’allora presidente Costantino Rozzi,
e le sue difficoltà nel pronunciare i nomi dei calciatori stranieri, cosa che gli è costata anche molte parodie teatrali e cinematografiche (da Diego Abbadantuono al trio Marchesini, Solinghi, Lopez), rimarranno per sempre scolpite negli annali della Rai. I suoi inizi da giornalista però furono con Il Resto del Carlino e il Corriere Adriatico.
Recentemente aveva abbandonato il giornalismo per andare in pensione,
ma era rimasto legato al mondo dello sport. La sua partecipazione a trasmissioni come 'Quelli che il calcio' gli ha permesso di entrare nei cuori anche dei più giovani, che negli anni di 90° minuto non erano ancora nati. Ora la 'linea allo studi l'ha riconsegnata per sempre.