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Carcere: agenti penitenziari, pilastri "invisibili"

I conti non tornano. Due più due non fa quattro nell’attuale sistema penitenziario

  italiano: il numero di agenti di polizia impiegati nelle carceri, 44.620, dovrebbe garantire ai circa 57 mila detenuti attualmente presenti, più o meno un poliziotto ogni 2 di loro. 

Nella pratica, il rapporto è di 1 a 10, se non di 1 a 100 nei turni di notte. Un’

 annosa questione che, secondo quanto denunciato dal sindacato autonomo di categoria, l’Osapp, ha il suo seme non nella quantità di organico, ma nel suo reale impiego. Dunque, una questione di competenze.

Tutori di ordine e giustizia, investigatori, mediatori, osservatori privilegiati

 dei detenuti, assistenti, se non diretti esecutori, dell’organizzazione sanitaria. Gli agenti di polizia penitenziaria in Italia, reggono il sistema carcerario senza strumenti alternativi e reali  riconoscimenti professionali e contrattuali, seppure con il gravare di enormi responsabilità a tutto campo, e nuovi rischi acuiti dalla piaga del sovraffollamento. Un corpo, insomma, chiamato ad adempiere attività e ricoprire ruoli mai sanciti sulla 'carta'.

L’Osapp da mesi rivendica una posizione centrale nelle riforme di settore

  messe in campo dal governo, per la ridefinizione di una professione che, secondo il segretario generale Leo Beneduci, "è di fatto il pilastro portante nella quotidiana e globale organizzazione del carcere". L’ultima esortazione al governo risale solo a qualche giorno fa, nell’ambito dei provvedimenti su sicurezza e giustizia annunciati dall’esecutivo: "Chiediamo al Ministro di dare nuovo impulso per una politica che parta proprio dalla figura dell’agente di polizia penitenziaria – ha dichiarato Beneduci-“, laddove funzioni e attività svolte all’interno delle sezioni carcerarie hanno assunto sempre più importanza".

"Ad oggi – ha tenuto a ribadire il segretario generale- gli educatori non

  svolgono più servizio nelle sezioni, ed il poliziotto penitenziario rimane l’unico in grado di interagire con la popolazione che è dentro, e di garantirne il futuro”. I numeri, però ci danno torto, con un rapporto di 1 agente ogni 10 detenuti, 1 a 100 nelle ore notturne o nei festivi, l’agente di polizia penitenziaria rimane il solo a cui è legittimo richiedere, sempre, l’ulteriore sforzo per assicurare quella funzione a cui il carcere è preposto".

Una professione, dunque, sempre più usurante, con turni di 6 – 10

  ore, in cui si moltiplicano le aggressioni ai danni degli agenti: “Il sovraffollamento insostenibile, ha creato una rischiosa promiscuità fra detenuti e una tensione che sfocia spesso nella violenza contro i poliziotti – ha aggiunto Beneduci-, ma anche fra gli stessi compagni di cella. Non mancano, per le persone 'ristrette', casi di autolesionismo, che nelle situazioni più gravi sono approdati drammaticamente al suicidio”. Situazioni in cui garantire la sicurezza, con l’attuale organizzazione del personale, diventa sempre più difficile: "Prevenire è ormai quasi impossibile"!, aggiunge il segretario.

Gesti drammatici questi, a cui non sono stati estranei gli stessi agenti:

  secondo i dati dell’Osapp, dal 1997 al 2007 ci sono stati sessantaquattro suicidi. Dal dicembre del 2007 ad oggi si sono verificati 10 casi, 6 nei primi sei mesi di quest'anno. Casi personali o morti legate al lavoro? "Non è facile dirlo – spiega Beneduci- ma certamente alcune di queste persone avevano responsabilità enormi, problemi da risolvere, uno stress che aveva raggiunto picchi anomali”. Dello stesso avviso, il capo del dipartimento di polizia penitenziaria,  Ettore Ferrara, che nei mesi scorsi aveva precisato: "Benchè verosimilmente indotti dalle ragioni più varie e comunque strettamente personali, sono, in taluni casi, le manifestazioni più drammatiche e dolorose di un disagio derivante da un lavoro difficile e carico di tensioni. Un disagio, peraltro, significativamente comune a tutte le Forze di Polizia".

Un problema, sottolinea il sindacato, di professionalità 'sfruttate' senza

 criterio: "Il carcere è l’unico ambito dove non esistono, per legge, settori specialistici come la polizia scientifica o informatica – spiega Beneduci-. Queste sono attività, svolte abitualmente da agenti in gamba, costretti però a togliere tempo al turno di sezione, cioè di sicurezza alle celle". Obiettivo per il sindacato, fare in modo di 'sfruttare' invece al meglio un lavoro capillare e quotidiano di osservazione e conoscenza da parte degli agenti, per una proficua collaborazione ai piani di reinserimento e recupero dei detenuti: "I poliziotti penitenziari potrebbero essere figure fondamentali in questo senso, e potrebbero sentirsi più utili alla società. Ma aspettiamo ancora un loro reale e ufficiale pieno riconoscimento".

LINK
-

 Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria (Osapp)


Paola Simonetti (01-09-2008)


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