Cronaca » Mondo » Asia e Medio Oriente

"Io, adottato da Israele, non intravedo possibilità di pace per il Medioriente"

Ne è convinto Erri De Luca, unico scrittore italiano presente al primo International Writers Festival a Gerusalemme

» Asia e Medio Oriente Valentina Dello Russo - 19/06/2008

Aperta campagna, anche se a pochi passi da Roma. E’ qui che crea i suoi libri Erri De Luca. La sua casa è una stalla enorme, completamente ristrutturata. “Da me”, racconta. Ma la stanza in cui opera lascia solo il tempo di entrarci: è uno spazio ristretto, eppure così denso di vita. I libri, i dizionari, i quaderni, invadono ogni anfratto. Una statua di donna tirata fuori dal legno campeggia accanto ad una macchina da scrivere: sono le sue due anime in bella mostra all’entrata. Il contadino e lo scrittore.

La pelle indurita dal sole schiude due occhi cerulei che raccontano ancor più dei suoi scritti. Da buon napoletano, ci offre un caffè, per poi consegnarci l’esperienza del primo International Writers Festival a Gerusalemme: “Vado abbastanza spesso a Gerusalemme - racconta -. Per motivi di libri, perché da quelle parti sono tradotti i miei libri. ‘Montedidio’, in particolare, è stato per molto tempo un libro molto venduto. E dunque sono invitato regolarmente alla Fiera del libro di Gerusalemme che si svolge ogni due anni. Quest’anno volevano fare, in occasione del sessantenario delle celebrazioni dello Stato, anche un convegno di scrittori venuti da fuori. Hanno invitato diverse persone, dall’Italia e hanno invitato me, poi c’erano un paio di americani. Si sono svolti incontri con il pubblico, ma anche molti incontri individuali di scrittori israeliani che chiacchieravano con singoli scrittori di fuori. Io ho chiacchierato molto con Meir Shalev, uno scrittore che a me piace molto e che più o meno ha la mia età. La mia età che poi è quella dello Stato di Israele: siamo coetanei. Sessant’anni, quasi. E così c’è questa coincidenza, ma anche un particolare attaccamento. In tutte le mie storie c’è un po’ di storia del 1900 e di Israele. Credo che sia stata la narrativa più intensa, più violenta, più efficace su di me, quella della storia del ‘900. La distruzione degli ebrei di Europa mi ha sempre riguardato, come uno che era venuto dopo. Tra i miei eroi dell’infanzia c’era Marek Edelman – svela, ritornando con la memoria a mezzo secolo fa – uno dei comandanti dell’insurrezione nel ghetto di Varsavia, che è stata poi la prima insurrezione di una popolazione civile sotto l’Europa occupata dai nazisti. La seconda, curiosamente, è stata a Napoli, a fine settembre del ’43. Si è trattato della seconda insurrezione di una città contro l’occupazione tedesca, naturalmente in tutt’altre e molto più favorevoli circostanze. Comunque, quella storia mi ha anche spinto a imparare lo yiddish, che è la lingua dei cancellati. Oltre all’ebraico antico, che ho studiato per sapere com’era fatta la lingua di origine della storia sacra alla quale noi ci rifacciamo, che ha fondato insomma la civiltà religiosa dell’occidente, ho studiato anche lo yiddish. Oggi leggo in yiddish ed ebraico antico. Dunque c’è un attaccamento, Israele per me non è come gli altri Paesi nei quali sono tradotti i miei libri. Credo di essere stato adottato. Mentre quando uno è stato tradotto in un’altra lingua ha semplicemente ingrandito il proprio campicello. Questo spiega perché hanno invitato proprio me”, chiosa con modestia.

Dunque il legame molto forte con Israele è nato dall’incontro con la storia: “Con quello che era successo appena prima di me, appena prima della mia nascita - precisa lo scrittore - noi altri, nati a metà del secolo scorso, abbiamo avuto molte storie tramandate, molti racconti. All’epoca era tutto appena successo, le macerie erano fresche, la narrativa bruciante nei superstiti e dunque ci siamo infettati di quella storia precedente. Abbiamo voluto conoscerla nei dettagli. Ci siamo sentiti, insomma, contemporanei del ‘900, anche della metà in cui non c’eravamo”.

Tanto che quella storia si ripete nei suoi libri e nella sua vita, come un ritornello, un po’ come la città che gli ha dato i natali: i frequenti paragoni fra Napoli e Gerusalemme, il duetto con la cantante israeliana Noa, la tensione da lui avvertita nella città partenopea e accomunata a quella che c’era a Gerusalemme nella seconda Intifada. Eppure, quando gli si chiede cosa leghi questi due mondi apparentemente distanti, De Luca tende a ridimensionare: “Brevi punti di contatto – puntualizza – non c’è nessun gemellaggio. Noa si è messa a cantare napoletano e quindi ha fatto un disco di canzoni napoletane e tradotte in israeliano. Mi ha contattato, abbiamo fatto qualcosa insieme… durante l’ultima Fiera del libro, due anni fa, abbiamo anche cantato insieme delle canzoni napoletane”. Poi, però, individua delle curiose assonanze: “Certo, Napoli e Gerusalemme sono tutt’e due città dei ‘sangui’. Napoli per tutte le reliquie sanguinolente che vanno avanti e indietro dallo stato liquido a quello solido e Gerusalemme perché è chiamata in scrittura sacra ‘città dei sangui’. Poi, Napoli ha rubato un po’ di nomi da Gerusalemme: Monte di Dio, Monte Calvario… Sempre nell’ambito delle riproduzioni non autorizzate: siccome sanno fare i Cartier meglio di chi li produce, si sono presi pure quello. Non gli è sembrato strano chiamare un posto ‘Monte di Dio’”.

E l’attenzione mediatica li rende due luoghi sempre al centro delle cronache. Quanto però gli obbiettivi sempre puntati generano, per contrasto, disinteresse o, peggio, disinformazione? “Napoli è una città leggendaria – esordisce l’autore – è la più leggendaria delle città italiane: quella di cui si parla, qualunque cosa succeda ai quattro angoli del mondo. Nel bene e nel male, insomma, sotto forma di diceria e di leggenda, di denigrazione e di lode. Tutt’altro caso e specie è Gerusalemme: quel posto è la sede in cui si sono concentrati tre monoteismi. Due hanno stabilito là la loro sede principale, il terzo, l’Islam, vi ha stabilito una sede secondaria, ma preziosa. E dunque tre monoteismi, come dice la parola stessa, si elidono a vicenda. Non si sono mai potuti sopportare, non sono compatibili. Non c’è mai stata pace fra di loro, ci sono state delle convivenze basate su schiaccianti rapporti di forza. E’ la prima volta nella storia che questi rapporti sono a favore di Israele. Questo ha innescato un antisemitismo localizzato. Oggi non c’è più un antisemitismo che se la prende con gli ebrei della diaspora. Gli ebrei della diaspora non hanno più senso, non sono più dei nemici, degli ostacoli. Contro di loro non viene più aizzata nessuna campagna, mentre invece l’antisemitismo si è concentrato su Israele. Dunque quel posto, contenendo quelle religioni, che insistono sugli stessi centimetri quadrati, è un plesso solare, un concentrato di nervi del mondo, per quello è ultrasensibile e da lì si irradiano conflitti più grandi altrove. Così l’attenzione che il mondo ha nei confronti di Gerusalemme è dovuta al fatto che è comunque un centro nervoso, mentre Napoli è solo un luogo narrativo, leggendario e singolare, musicale, teatrale, criminale: insomma, leggendario”.

Napoletani ed ebrei sembrano però essere accomunati dallo stesso destino: quello di disperdersi nel mondo e ritrovarsi ovunque. “I napoletani e gli ebrei hanno avuto un solo periodo di coincidenza – spiega De Luca – quando assieme emigravano per il mondo. Prendevano le stesse navi, più o meno, le stesse direzioni. Si sono assomigliati solo in quel trasbordo. Di loro si parla sempre con pregiudizi, favorevoli e contrari. Ci sono quelli che adorano Napoli a prescindere e quelli per i quali è ripugnante persino il nome. Ma in genere siamo tutti incomprensibili, non è che un norvegese ci sia più intellegibile”. Come d’altra parte non lo sono le lingue, motivo per il quale De Luca si è messo pazientemente a studiarle da autodidatta. Ha definito il napoletano una lingua chiassosa e l’italiano una lingua zitta, mentre dell’ebraico e della letteratura ebraica ha un’altra opinione: “L’italiano è una lingua zitta perché quando sono cresciuto io, a Napoli, non la parlava nessuno. L’italiano stava solo nei libri, o a casa, con mio padre pretendeva la si parlasse con lui, senza accento, facendoci così sapere fin da subito che c’erano due lingue diverse che si potevano parlare ed imparare”. “L’ebraico non è una lingua zitta - dice per contrasto - l’ebraico antico è una lingua che anzi prevede la voce, prevede la presenza del corpo che la pronunci. Quel libro che tutto insieme noi chiamiamo Bibbia, in ebraico si chiama ‘mikra’, lettura ad alta voce, lettura acclamata. Quindi è una lingua che prevede e pretende l’uso della bocca, va letta con il corpo, insomma, non solo con gli occhi. E’ la più fisica delle letterature”.

Una letteratura degnamente celebrata nel corso del Festival. Un’occasione che, tuttavia, ha offerto lo spunto per parlare anche della difficile convivenza fra arabi ed ebrei. “Non ci potrà mai essere pace laggiù - sostiene De Luca - è escluso dalla costituzione delle religioni che si sono formate lì. E’ impossibile la pace. Esistono delle sospensioni, delle interruzioni”. Ma non è paradossale che delle religioni portino alla guerra? “No, no - ribadisce - il monoteismo è esigente. E anche catastrofico. Quando gli ebrei entrano nella Terra Promessa, beh, quella divinità poteva lasciar loro una terra vuota, con tutto lo spazio che c’era al mondo li poteva sistemare in Madagascar! Invece li va a mettere in una terra piena di politeismi e abitata da altri popoli già da molto tempo. E quel monoteismo va ad espiantare, di forza, a distruggere quelle divinità, fa in piccolo quello che farà dopo: cioè cancellare tutte le divinità che c’erano nel Mediterraneo. Il Mediterraneo era brulicante di divinità, era il mare più ricco di inventiva teologica: si inventavano tutte le divinità possibili. Il monoteismo le distrugge tutte, le strappa, dal cuore, ma anche dal suolo, le sradica. Il monoteismo è catastrofico, pretende di essere l’unico, vuole essere l’unico, vuole impiantarsi: ha una forza di radicamento superiore agli altri culti precedenti. Ma è stato così decisivo e travolgente da dividersi in tre e tre monoteismi non si possono sopportare, non esistono, non si danno tre monoteismi. Il monoteismo è nervoso”.

Nervoso come lo stesso autore quando gli si ricorda di una vignetta comparsa nel 2006 sul quotidiano “Liberazione”. Allora la bocciò sonoramente perché accostava Gaza ai lager e oggi non ha dubbi: “Continuo a ritenerla stupida. Mi sembra una debolezza della polemica, anche di parte palestinese, insomma, quella di voler accostare la loro tragedia a quella degli ebrei di Europa, come se avessero bisogno di un riferimento maggiore. Come se il loro guaio non bastasse per avere un nome suo e dovessero rifarsi ad un altro clichet ad un altro formato. E’ un argomento debole, oltre che stupido: un argomento debole che diminuisce la causa che si vuole sostenere. Così era per me anche per Sarajevo. Parlare di pulizia etnica in Bosnia non aveva senso. La pulizia etnica era semplicemente una parte di una tecnica per buttar fuori, non era un genocidio: era un terrorismo di massa per espellere, non per annientare. Volevano spaventare a morte per far andare via. ‘Genocidio’ era quell’iperbole che indeboliva. Io credo che sia stupido comparare l’esperienza degli ebrei di Europa con qualsiasi cosa, dovendo sempre usare nei suoi confronti un comparativo di minoranza. Dunque non ha senso: rende inferiore il termine che si vuole comparare, invece sono disgrazie enormi anche quelle”.

In “Considero Valore” De Luca scrive: “Considero valore tutte le ferite”. La domanda è dunque come possano gli ebrei e i musulmani, gli arabi, i palestinesi e gli israeliani trasformare quelle disgrazie enormi, quelle ferite, che reciprocamente si sono provocati, in valori? “Le ferite sono ferite - risponde senza possibilità di appello - il valore della ferita è di chiudersi, di lasciare cicatrice, non di andare in cancrena. Quando vai in Israele sai che tutti quelli che hanno la tua età, più tutti quelli che sono più giovani, più tutti quelli che sono più vecchi, tutti hanno fatto una guerra. Tutti. Una guerra lunga. Poi hanno svolto un servizio militare lungo 5 anni. E non per bellicosità, ma per evidenza, per necessità di sussistenza. No, non c’è nessuna possibilità di pace, di composizione”.

Allora, se non la pace, cosa si può regalare ad Israele nel giorno del suo sessantesimo compleanno, dopo sei decenni di guerra, ma anche sei decenni che ne hanno fatto uno dei Paesi più all’avanguardia del mondo? “Io non faccio regali - rivela - i miei regali sono le storie che scrivo. In quei giorni sono stato a Sderot a farmi raccontare un po’ di storie e ho scritto una specie di poesia che poi hanno pubblicato. Non è un regalo, è semplicemente quello che lascia un migratore”.