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"Essenziale e telegrafico": ecco lo stile degli studenti a scuola nell'era del 2.0

Fagocitati dalla tecno-vita, molti giovani non scrivono più in corsivo, usano poca narrazione e comunicano volentieri con 140 caratteri. Attenzione anche per l'utilizzo eccessivo di Wikipedia: "La cultura non è paccottiglia 'copiata e incollata'"

» Costume Aura De Luca - 26/01/2015

Una tribù di nativi digitali, grandi "smanettoni" tecnologici che, a forza di scrivere con qualsiasi tipo di tasto elettronico, ha smesso di farlo, o quasi, con la cara, vecchia penna. Un ritratto non proprio lusinghiero per molti studenti italiani nell'era della comunicazione 2.0: un'orda di giovani fagocitati a tal punto dalla tecnologia quotidiana, che per qualcuno il compito in classe di italiano, con la stesura del tema, del saggio o dell'articolo di giornale, si trasforma in una vera e propria agonia. In fondo a loro basterebbe un semplice clic. Ed invece no, bisogna scrivere, ed è allora che vengono furoi i problemi: poca dimestichezza con il corsivo, più a loro agio con lo stampatello, utilizzo di una sintesi talmente estrema che i temi iniziano dalla fine, saltando a piè pari la ricostruzione e l'argomentazione degli eventi. Per non parlare poi della struttura delle frasi: meglio se potessero avere 140 caratteri come Twitter.

A fotografare il fenomeno drammaticamente reale, di alcune caratteristiche della 'scrittura 2.0' sono Luciano Massi, docente di grafologia generale all'Università di Urbino e Giorgio Rembado, presidente dell'Associazione nazionale dei presidi. "È fuori dubbio che la modalità di scrittura dei nostri ragazzi - spiega Rembado - sia molto cambiata rispetto alle generazioni precedenti e che continui a cambiare". Volendo descrivere in poche parole il loro stile, il presidente dell'associazione dei dirigenti scolatici non ha dubbi: "Essenziale, telegrafico, apodittico". "Questa maggiore sinteticità riflette un limite, ovvero la perdita della capacità ricostruttiva e argomentativa". "I nostri studenti ad esempio - prosegue Rembado - scrivono un tema partendo dalle conclusioni, senza arrivarci gradualmente attraverso la ricostruzione del filo logico della narrazione di un evento o di un pensiero, senza che le conclusioni siano conseguenze di un processo descrittivo e argomentato".

Certo ammette il presidente dell'Associazione nazionale dei presidi, "la brevità ha suoi pregi, fa risparmiare tempo, ma porta più facilmente allo slogan, ad una affermazione netta e apodittica senza la possibilità di esprimere e argomentare concetti diversi. E c'è il fondato pericolo che saltando la fase delle motivazioni e delle cause del ragionamento venga meno la capacità critica e quell'abilità propria di una formazione matura della persona". Altro rischio per i giovani, è che "considerando Wikipedia come la loro enciclopedia, spesso copiano cose preconfezionate che non hanno avuto un vaglio di verifica delle fonti, dunque - commenta Rembado - qualsiasi sciocchezza può passare come verità". "La cultura - sottolinea - è invece stratificazione di saperi" e non paccottiglia 'copiata e incollata'. Rembado mette poi in guardia anche dalla comunicazione politica, che "purtroppo ci sta abituando, a partire dal nostro presidente del consiglio, a un linguaggio fatto di tweet e di slogan. Di fronte a ciò, i nostri ragazzi sono portati a credere che quello sia il giusto modo di comunicare, e per la scuola è difficile smentirlo, dal momento che arriva da un riferimento istituzionale". In conclusione, "non si possono ignorare i nuovi stili di comunicazione e di scrittura, dobbiamo sicuramente farci i conti, ma senza perdere mai l'abilità critica e l'abitudine mentale di sottoporre qualsiasi verità a una verifica preventiva".

Dal punto di vista della forma, poi, l'elemento più evidente è "la maggiore prevalenza dello stampatello rispetto al corsivo", spiega il grafologo Luciano Massi, convinto che su questo punto ci sia "a livello educativo un modello scolastico troppo permissivista". "Sicuramente in passato c'era troppa rigidità, basti pensare ai vecchi dettati di bella scrittura, ma - sostiene - i ragazzi imparavano a scrivere, salvo poi liberarsi dalle prescrizioni rigide e seguire la loro natura. Oggi invece a scuola non c'è più la stessa sensibilità nell'insegnare a scrivere bene". "La grafia del resto è come impronta digitale - spiega ancora il grafologo, esperto anche in perizie giudiziarie - e si presta poco a generalizzazioni, ma si può notare l'aumento di una cattiva scrittura che a volte sconfina nella disgrafia, handicap che può avere conseguenze negative sullo sviluppo dei ragazzi". "Uno degli assunti che trova d'accordo i grafologi infatti - sottolinea Massi - è che la scrittura è il nostro ritratto e per avere una buona identità e immagine di se stessi bisogna avere un buon rapporto con lo scrivere".

Per fare un esempio pratico, "una lettera che è cambiata rispetto al passato è la 'b', che prima di scriveva come una elle con il gambino rovesciato, oggi invece i ragazzi la fanno come quella del computer". Tutto ciò complica il lavoro dei grafologi rispetto al passato: "Prima era più facile analizzare, interpretare e stendere una perizia sulla grafia di un ragazzo. Oggi serve maggiore prudenza - conclude Massi - e bisogna essere bravi a capire quanto c'è di cattiva educazione allo scrivere e quanto una brutta scrittura nasconde problemi caratteriali o psicologi".