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Savané, bambine soldato in Costa d'Avorio

Il dramma della guerra e la speranza offerta dai programmi di recupero di Onu, ong e religiosi

» Africa Valentina Dello Russo - 01/07/2008

Savané è un’ex bambina soldato. Savané è tutte le ex bambine soldato. Come altre 120 mila ragazze nel mondo, strappate all’infanzia, ha conosciuto l’orrore della guerra, la guerra combattuta, quella in cui si uccide e si è uccisi. Ha visto morire suo fratello sotto i colpi di machete e ha deciso di vendicarlo. E’ passata per i campi dei ribelli, la droga, l’alcol, i pestaggi, gli stupri. La chiamano Caporal, ma lei è solo una bambina, oggi salvata da un’altra bambina. Sua figlia. Grazie ai programmi di recupero dell’Onu e delle religiose presenti in Costa d’Avorio, infatti, le è stata restituita una vita e ora gestisce una piccola attività commerciale assieme al compagno, che grazie a lei si è convinto ad abbandonare la ribellione.
Savané è la speranza di un libro a tinte scure, scritto da Damiano Rizzi, presidente della Onlus Soleterre (a capo del progetto “Ho smesso di fare il soldato”) e Massimo Zaurrini, giornalista. Vi si racconta il dramma delle bambine soldato, emerse all’attenzione internazionale solo dall’inizio del nuovo millennio. Si pensava, infatti, che il gentil sesso fosse toccato dalle guerre solo di striscio, ma si è sperimentato come le più piccole sappiano imbracciare le armi al pari dei coetanei maschi e, in più, abbiano “il corpo per il riposo del soldato”. Sono dunque ben accette in ogni campo ribelli, ci entrano per fare le cuoche e finiscono per farvi le prostitute, quando non sono spedite a combattere, con il frutto degli stupri subìti aggrappato alla schiena e legato indissolubilmente alla vita (o alla morte) della madre da un pezzo di stoffa.
Nel lungo conflitto in Costa d’Avorio (un Paese in cui la speranza di vita è 42 anni, “se non ti ammazza prima un machete, una malattia o la stessa vita”), oltre 20 mila bambine soldato sono state costrette a imparare il mestiere delle armi: lo hanno fatto per indigenza, per vendicare familiari uccisi o per provare l’ebbrezza di una potenza che alle femmine è negata. A dieci-quindici anni hanno dovuto superare riti di iniziazione inumani, come quello indescrivibile di sventrare una donna incinta. Il conflitto le ha lasciate madri senza un compagno, povere e al margine della società. Tante sono impazzite. Tante sono diventate merce a buon mercato per chiunque. Persino per i soldati dell’Onu. Il dramma degli abusi sessuali, perpetrati da forze di pace (chissà se ha più senso chiamarle così), allarga la tragedia di Savané e di tante come lei a dimensione planetaria. Le Nazioni Unite hanno investito moltissime risorse negli ultimi anni per arginare un fenomeno che ne ha minato la credibilità e ne ha oscurato la funzione importante che pure ha svolto in molte aree del mondo. Non passa inosservato un casco blu poggiato su una tavola e il suo proprietario a violare l’infanzia, l’intimità, la vita intera di una bambina dagli occhi di ebano. Tante di loro hanno figli bianchi: l’eredità di rapporti non voluti, consumati per qualche banana. Si vendono per un euro e cinquanta. Ne guadagnano cinque a farlo senza il preservativo. Poi ci si chiede perché dilaghino malattie come l’Aids.
E dopo una vita inumana, fatta di tragedie che producono tragedie e violenze foriere di violenza, accanto a loro restano solo i religiosi. Tanto grandi perché capaci di spendere l’intera esistenza in posti del genere e tanto piccoli quando denunciano simili atrocità, dinanzi ai giganti delle multinazionali, degli organismi internazionali, degli eserciti stranieri: si sono presi in carico queste anime, cercano di liberarle dagli incubi che non le fanno dormire, dalla droga che prendono per lenire le ferite, dalla paura del male che ancora possono subire.
Soleterre, col progetto “Ho smesso di fare il soldato”, ne sta sostenendo 95: sessanta svolgono l’apprendistato in un atelier della città di Bouaké, a 35 invece viene offerto aiuto nell’avviare un’attività generatrice di reddito.
“Quella dei bambini e delle bambine soldato – spiega Padre Giulio Albanese nella prefazione del volume – è una questione che deve essere affrontata globalmente, nella consapevolezza che la comunità internazionale non può rimanere alla finestra a guardare… Nel caso della Costa d’Avorio, la Francia in primis”. Perché non si spiega come si possa ancora affermare che il tempo delle colonie sia finito, quando eserciti di gente bianca decidono le sorti di un Paese dell’Africa nera, quando multinazionali occidentali hanno ancora il coraggio di rubare risorse a gente assetata, quando da un lato del mondo si studia per trovare rimedio ad un inestetismo della pelle e dall’altro si muore per le malattie più banali.
“Perché se non ci fossero i poveri – scrive uno degli autori – non ci sarebbero nemmeno i ricchi. E rimango ancorato alla sola idea che ho, da persona limitata quale sono. Io so che il solo modo per non sentire una profonda vergogna dinanzi ad un bambino che mi muore di fronte è un impegno totale per cercare di salvare vite umane con progetti di sviluppo umano e sanitario nelle diverse zone povere e martoriate della terra”. Dinanzi alla vergogna l’azione. Perché Savané non resti un arcobaleno isolato dopo la tempesta che un po’ tutti abbiamo causato nella sua infanzia strappata.
INFORMAZIONI SUL LIBRO "SAVANE'"
Autori:
Damiano Rizzi e Massimo Zaurrini
Fotografie: Mauro Corinti
Editore: Infinito Edizioni
Anno: 2007
Prezzo: 7,90 euro