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INTERVISTA - Lingua italiana e web 2.0: "Ruzzle è un successo, ma il cruciverba non morirà"

È il parere di Stefano Bartezzaghi, giornalista ed enigmista di successo, che in questo colloquio spiega come riescono a convivere e sopravvivere esercizi linguistici classici e giochi online. "Oggi scriviamo quello che una volta avremmo detto a voce"

» Costume Francesca Nicolini (*) - 23/07/2013

Esercizi linguistici, abbreviazioni, emoticon: esistevano già prima di Internet, che amplifica e diffonde sistemi in uso da tempo, come nei telegrammi. E ancora: i nuovi giochi online al confronto con il tradizionale cruciverba, l'interattività e la sfida con gli estranei. A Stefano  
Bartezzaghi, giornalista, saggista ed enigmista, abbiamo chiesto un parere sulla lingua, in generale e nella Rete, e sui nuovi i giochi interattivi e la (pseudo) nuova lingua della Rete: "Ruzzle - dice - è un successo, ma il cruciverba non morirà". 

Bartezzaghi, secondo lei internet sta creando davvero una "nuova" lingua?
"Non penso proprio. Internet ha fornito l'opportunità di una nuova forma di interazione, in cui la lingua viene usata in modo diverso da prima: scriviamo quello che una volta avremmo detto a voce e la nostra scrittura cerca di diventare altrettanto enfatica ed espressiva".

I 140 caratteri, le abbreviazioni e i simboli: la nuova comunicazione equivale a un gioco, con delle regole a cui sottostare?
"Le nuove forme di comunicazione sono sottoposte a vincoli: in questo possono ricordare certi esercizi letterari, praticati soprattutto dal gruppo dell'Oulipo di Queneau, Perec, Calvino. Le abbreviazioni e i simboli non sempre sono dovuti al poco spazio: spesso fanno parte di una sorta di stilistica della scrittura telematica".

Gli acronimi di provenienza anglofona (asap, faq, aob, ecc.) e le abbreviazioni utilizzate soprattutto dai giovanissimi (tvb, c6?, 10x, ecc.) ci porteranno, come qualcuno paventa, a un "imbarbarimento" della lingua?
"Marcel Proust conosceva e usava i telegrammi (ne appare uno nel sesto libro della Recherche) che erano già stati inventati e che avevano imposto a tutti lo "stile telegrafico": ma questo non gli ha impedito di scrivere un'opera in sette volumi. Non mi pare che le nuove modalità di espressione stiano influenzando quelle tradizionali più di tanto".

Secondo lei, la comprensione è a rischio nella comunicazione via Web, anche a causa di parole volgari? C'è un rischio di fraintendimento?
"In effetti, più che per la scrittura, sono preoccupato per la lettura. Personalmentericevo obiezioni, anche maleducate, a tesi che non ho mai sostenuto, e a volte mi accorgo che un lettore ha capito l'esatto contrario di quello che intendevo dire e che, a una rilettura onesta di quanto ho scritto, ho effettivamente detto".

Parliamo di Ruzzle, un recente fenomeno di massa con quasi 30 milioni di app scaricate: qual è il suo segreto? Che differenze ci sono rispetto agli analoghi giochi tradizionali?
"La possibilità di sfidare sconosciuti, l'introduzione delle tre manche (l'ultima delle quali può ribaltare un esito provvisoriamente sfavorevole), la manipolazione dell'oggetto smartphone: sono elementi che influiscono sul successo di Ruzzle, molto di più delle regole del gioco".

Nel suo libro 'Dando buca a Godot' lei afferma che "anche quando non la usiamo per comunicare ma per giocare, la lingua continua a comunicare per conto proprio e a farci dire quello che non potremmo, quello che non intenderemmo". Questo vale anche per Ruzzle o per la Rete in generale?
"Una delle insidie della scrittura consiste proprio nel confondere quello che vorremmo scrivere con quello che abbiamo scritto: ci pare di essere stati univoci e invece arrivano interpretazioni aggiuntive, impreviste, magari a noi sgradite. La scrittrice Zadie Smith dice che l'ideale, finito un romanzo, sarebbe chiuderlo nel cassetto e rileggerlo dopo tre o anche sei mesi, il tempo che ci mette un autore per diventare lettore di se stesso. Bisognerebbe farlo sempre, anche con gli sms: lì basterebbero magari tre minuti, ma in realtà scriviamo sempre senza raggiungere la soglia temporale e psicologica dell’autocontrollo. E così nascono i malintesi, a volte irreparabili".

Interattività e feedback rapido: la globalità della Rete e la velocità della risposta ci fa sentire supereroi e protagonisti di (video) giochi e sfide di ogni genere, anche linguistiche?
"Non so se siano supereroi o videogiochi, ma certamente c'è un aspetto di performance ('performante' è una parola in rapida ascesa, malgrado la sua goffaggine linguistica) che ci affascina molto. Vorremmo saettare battute risolutive, dire la cosa giusta che azzittisce l'interlocutore, esibire la nostra scrittura come se fosse una parte seducente del nostro corpo: tutte cose che non favoriscono l'atteggiamento autocritico".

Gli emoticon, ovvero le faccine smile, hanno compiuto 30 anni: perché è nata questa esigenza di scrivere "disegnando" come bambini?
"La nascita degli emoticon, risale ai primissimi esperimenti di scrittura personale in Rete, ancora prima di Internet, in un dipartimento americano: ben presto sono emerse delle difficoltà, perché battute 'oralmente' ironiche per iscritto parevano dette sul serio. Così un professore ha inventato, con ingegnosità ammirevole, il simbolo :-). Chissà se sapeva che già Rousseau aveva teorizzato la necessità di dotare la scrittura francese di un 'punto d'ironia', oltre ai classici esclamativo e interrogativo".

L'enigmistica compie cento anni, la 'Settimana' ne compie ottanta: come riescono a sopravvivere questi classici ai giochi online e hi-tech?
"Della 'Settimana enigmistica' io sono un solutore abituale e nient'altro. Posso dire che, fatto salvo l'interessante caso di Ruzzle, i giochi che passano sui video puntano più sull'immagine che sulla parola, sull'abilità più che sulla logica. Per i cruciverba o gli altri classici giochi dell'enigmistica, la Rete e i new media sono nuovi canali di distribuzione ma il pubblico resta affezionato alla carta, alla manualità della matita e della gomma. Non è una sopravvivenza: è una convivenza. Anche a molti automobilisti sfegatati piace farsi una passeggiata".

(*) Intervista pubblicata sul numero 23 nella newsletter Focus del Registro.it del CNR