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Confcommercio: "La crisi ancora lunga e l'economia è tornata indietro di tredici anni"

Pil in caduta libera, consumi a picco e allarme povertà: è un quadro a tinte nere quello emerso dalle stime di Confcommercio diffuse al Forum di Cernobbio. Bella: "Abbiamo alle spalle il peggiore anno dell'Italia repubblicana"

» Crisi economica Redazione - 22/03/2013
Titolo: Il Direttore Ufficio Studi Confcommercio-Imprese per l'Italia Mariano Bella
Fonte: Confcommercio

Che i poveri in Italia siano 3,5 milioni come dichiarato dall'Istat o 4 milioni come emerso dalle stime Confcommercio poco importa. Ciò che è grave è che l'Italia si trova con un piede nel baratro. Riviste al ribasso le stime del Pil per il 2013, consumi che non ripartono a causa della produttività stagnante e della pressione fiscale e record di poveri nel 2013: oltre 4 milioni. È questo il quadro delineato dalla Confederazione Generale Italiana delle Imprese durante la prima giornata del Forum di Cernobbio, il 22 marzo, in cui l'Ufficio Studi ha presentato una ricerca sulla situazione e le prospettive dell'economia italiana.

"Abbiamo alle spalle il peggiore anno dell'Italia repubblicana in termini di caduta dei consumi - ha commentato il direttore dell'Ufficio Studi, Mariano Bella, nello spiegare i numeri - e l'intonazione delle attese di cittadini, lavoratori e imprese, non è certo favorita dall'attuale clima politico. È diffusamente riconosciuto che la crisi del paese ha cause lontane, poco affrontate, senz'altro non risolte". "Il nuovo quadro macroeconomico - ha poi osservato il direttore - sintetizza la nostra visione prospettica dell'economia italiana. Non siamo ottimisti. Tutte le variabili economiche sono in peggioramento dal 2007. Meno occupazione, produttività stagnante e pressione fiscale particolarmente elevata implicano minori consumi. Pertanto, correggiamo al ribasso le nostre previsioni sul Pil del 2013 (-1,7 per cento); indicavamo -0,8 per cento cinque mesi fa. Rispetto al 2007, picco pre-crisi, la riduzione di prodotto pro capite reale sarebbe, alla fine di quest'anno, pari al 10,7 per cento".

INVESTIMENTI E FIDUCIA DEGLI ITALINI IN CALO. "Gli investimenti, per quanto detto, saranno in flessione né è possibile ipotizzare un ulteriore incremento della propensione al consumo, giunta ormai al 91,3 per cento. Dunque, in presenza di un reddito calante, la flessione dei consumi nel 2013 potrebbe essere di notevole entità: indichiamo un valore di -2,4 per cento contro la precedente previsione di -0,9". "Del resto - ha proseguito Bella una rapida ispezione delle informazioni relative ai primi due mesi di quest'anno, sulla base di attendibili dati di fonte privata, suggerisce che gli acquisti di beni di largo consumo potrebbero essere diminuiti di circa il 4-4,5 per cento. Il nostro ICC, nello scorso mese di gennaio perde quasi un punto percentuale rispetto a dicembre 2012, un calo di inconsueta entità". "La fiducia delle famiglie .- ha precisato poi il direttore - è ai minimi storici, come le immatricolazioni di autovetture a persone fisiche. La fiducia rilevata dall'Istat presso gli imprenditori del commercio è molto inferiore addirittura ai minimi raggiunti nella prima parte del 2009".

"CONTRIBUTO DEL SALDO ESTERO IN POSITIVO GRAZIE ANCHE AL TURISMO". "Le esportazioni cresceranno moderatamente. Le importazioni si ridurranno. Il contributo del saldo estero è, quindi, positivo, anche grazie all'apporto dei servizi turistici - ha spiegato ancora Bella -. Ma anche durante il dibattito pre-elettorale non si è parlato affatto di servizi e di turismo, ma solo di manifattura, trascurando l'evidenza, non del tutto marginale, che i servizi costituiscono circa il 75 per cento del valore aggiunto nazionale". "L'anno prossimo, in assenza di una (improbabile) riforma della nostra organizzazione dello stato, del fisco e dell'economia in generale, il prodotto lordo tornerebbe a crescere soltanto poco più di un punto percentuale, una quantità insufficiente a fare recuperare al paese quanto perduto nel 2013. Con queste valutazioni, la perdita di consumi reali per abitante alla fine del 2014 rispetto al picco del 2007, sarebbe pari al 9,7 per cento, equivalente a una riduzione, ai prezzi del 2012, di circa 1.700 euro pro capite".

LA CENTRALITÀ DEL TEMA DEL LAVORO. Il tema del lavoro è centrale in qualunque seria strategia di uscita dalla crisi strutturale. Una parte della progressiva marginalizzazione economica che il nostro paese subisce è spiegata proprio dalla scarsa partecipazione al mercato del lavoro. Nel complesso, in Italia, su 100 persone ne lavorano 38; sono oltre 49 in Germania. L'alternanza scuola-lavoro, la flessibilità in entrata tramite un nuovo apprendistato efficace, la revisione dei contenuti e delle modalità dell'istruzione superiore per creare o riformare gli istituti professionalizzanti, sono le priorità irrinunciabili per l'Italia se si vuole davvero mettere al centro delle politiche economiche il lavoro e l'occupazione nell'impresa, l'unico posto dove si può creare ricchezza e benessere. La maggiore flessibilità introdotta nel mercato del lavoro in Italia tra il 2004 e il 2007 ha prodotto qualche beneficio in termini di riduzione della disoccupazione giovanile. Poi la crisi: che non è uguale per tutti perché, al di là di efficaci e generali riforme, mai intraprese in Italia, è anche grazie al contratto di apprendistato formativo e professionalizzante, che la Germania appare in condizione di ridurre la disoccupazione giovanile persino durante la recessione globale.

"UN MERCATO DEL LAVORO FUNZIONALE E' IL MIGLIOR AMMORTIZZATORE SOCIALE". Questa, secondo lo studio Confcommercio, è la dimostrazione che un mercato del lavoro funzionante è il migliore ammortizzatore sociale di cui oggi si possa disporre (salvo una robusta crescita economica, che però non c'è). Le evidenze fin qui presentate, se rapportate a contesti territoriali più circoscritti, possono assumere connotazioni davvero allarmanti. Per rimanere alla disoccupazione giovanile, riguardo all'anno 2011, quindi prima di un periodo di forte aggravamento della crisi, è bene tenere presente che una media per la Spagna della disoccupazione 15-24 anni pari al 43 per cento raggiungeva picchi di oltre il 50 per cento in alcune regioni. Per l'Italia la situazione è soltanto un po' meno grave: in Campania e Sicilia la disoccupazione giovanile era nel 2011 più prossima al 45 che al 40 per cento. La Germania, nei casi peggiori, è a un terzo dei nostri valori. È del tutto chiaro, quindi, che la crisi economica confina ormai con la crisi sociale. Non si tratta di lanciare allarmi ma di considerare i dati per quello che sono.

IL NUOVO INDICATORE DI DISAGIO SOCIALE. Secondo il report reso noto a Cernobbio, dalla fascia giovane allarghiamo lo sguardo a tutta la società  attraverso il Misery Index Confcommercio (MIC), il nostro nuovo indicatore macroeconomico mensile di disagio sociale, vediamo i peggioramenti persistenti e cospicui che riducono il benessere dei cittadini italiani. Nel nostro indicatore consideriamo assieme, pesando di più le componenti relative al mercato del lavoro, la disoccupazione ufficiale, la cassa integrazione, gli scoraggiati e il tasso di variazione dei prezzi di beni e servizi acquistati in alta frequenza. Il MIC ha raggiunto il massimo alla fine dello scorso anno. Il tasso di disoccupazione nel mese di gennaio 2012 ha raggiunto l'11,7 per cento, pari a 3 milioni di persone. Gli scoraggiati, misurati in una metrica conservativa, sono ormai 680mila: erano 380mila all'inizio del 2008. I cassintegrati equivalenti, contati cioè come quei soggetti che non lavorano neppure un'ora al giorno, sono stabilmente sopra le 200mila unità. Per contro, un po' di beneficio viene dal versante dell'inflazione, in ritirata da qualche mese e comunque esclusivamente determinata dalla fiscalità e dai prezzi delle materie prime importate, soprattutto quelle energetiche.

Nel complesso, il MIC rappresenta una misura del disagio sociale: esso è raddoppiato tra l'inizio del 2007 e l'inizio di quest'anno. È una sintesi eloquente della perdita di benessere, forse più ampia di quella puramente misurata dalla riduzione del Pil pro capite. Il Misery Index è naturalmente correlato con la povertà assoluta. Volendo azzardare una previsione dell'evoluzione di questa grandezza, siamo portati a valutare in oltre 4 milioni le persone assolutamente povere nella media del 2013, rispetto al dato certificato dall'Istat di 3,5 milioni circa per il 2011. Considerando che le persone assolutamente povere erano meno di 2,3 milioni nel 2006, dobbiamo riconoscere che l'Italia, in cinque anni ha prodotto circa 615 nuovi poveri al giorno, per un totale di un milione e 120mila poveri assoluti aggiuntivi tra il 2006 e il 2011. Come detto, quest'area di disagio grave è destinata a crescere ancora, e di molto.