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Dall'Italia all'Africa, un amore in banco e nero (Part. I)

Riceviamo e pubblichiamo la prima di tre parti di un racconto arrivato alla redazione di NanniMagazine.it e scritto da un lettore che opera spesso come volontario in una missione in Kenya e che, un giorno per caso incontra l'amore. Ma...

» Costume Redazione - 06/02/2013
Titolo: Questa immagine ha un copyrigth ma l'autore vuole restare anonimo

Un viaggio nel Continente Nero e l'incontro, inaspettato, con l'amore della propria vita. Pubblichiamo in questo spazio la prima delle tre parti di un racconto, intenso e avviccente, arrivato per caso alla redazione di NanniMagazine.it da parte di un lettore che, raggiunto al telefono, ci ha spiegato: "Racconto questa storia non tanto come fatto personale, quanto come rappresentazione di una diversità che in un rapporto affettivo diventa ancora più evidente ed esplosiva".


Quanto dista l'Italia dall'Africa? Una settantina di chilometri a guardare le carte geografiche. Un braccio di mare ristretto. Maledetto. Dove riposano le troppe vittime di una fuga disperata di uomini, donne e bambini alla ricerca di un approdo sicuro sulle nostre coste. Di un futuro migliore. Ma allora quant'è veramente lontana l'Africa dal nostro mondo e perché questo accade? Non credo di avere risposte a questa domanda, ma di certo ho avuto la possibilità di vivere questa distanza da un punto di vista molto particolare. Quello di un uomo innamorato di una donna africana. Un'ottica che mi spinge a raccontare questa storia non tanto come fatto personale, quanto come rappresentazione di una diversità che in un rapporto affettivo diventa ancora più evidente ed esplosiva.

È da molti anni che seguo le attività di una missione in Kenya guidata da un sacerdote, mio
amico fin dai tempi del liceo, e non era la prima volta che andavo in Africa. È qui che incontro Virginia ed è in questo paese, straniero per entrambi, che nasce la nostra storia. Casualmente. Siamo ospitati in una comunità di disabili. Lei viene dall'Uganda, è laureata e sta prestando servizio come volontaria mentre io mi occupo di altre attività per la stessa organizzazione. Nessuno dei due avrebbe dovuto essere in quel luogo in quel momento, ma ci ritroviamo lì insieme e, giorno dopo giorno, il nostro rapporto cresce e si evolve rapidamente. Ci innamoriamo ma abbiamo il coraggio di dircelo solo il giorno della mia partenza per l'Italia. Ci scambiamo un unico, meraviglioso, interminabile bacio.

Non me ne rendo conto subito ma è l'inizio di un percorso che mi accompagnerà in un mondo
sconosciuto. Un universo fatto non tanto di luoghi fisici ma soprattutto di sensibilità, di culture e di modi di intendere la vita e le relazioni profondamente diverso da quello da cui provengo. Fin dal primo momento del nostro allontanamento, come facilmente comprensibile, la relazione si sposta dal reale al virtuale. Messaggi, telefonate si rincorrono pur nelle difficoltà di connessione a internet che si riscontrano un po' in tutta l'Africa centrale. Un'occasione per conoscerci meglio in teoria, un modo per verificare le prime differenze in realtà. Per lei tutto è solo qui e ora. Il dialogo è su quello che ci accade giorno dopo giorno. Viviamo nella speranza continuamente frustrata di rivederci, per gli impegni di entrambi che in realtà non ci permettono di reincontrarci per lungo tempo. 

Dopo tre mesi passati tra mille incertezze e dubbi sulla tenuta del nostro rapporto, sul fatto che sia solo un'illusione o qualcosa di concreto, decidiamo di comune accordo di darci appuntamento nella sua città natale dove sta per ritornare: Kampala. Parto dall'Italia con un carico enorme di pensieri, speranze, aspettative, ansie e il volo mi sembra eterno anche se è un viaggio che ormai conosco molto bene. Il continente africano visto dall'alto rivela le sue reali, gigantesche dimensioni tradite dalle carte geografiche che schiacciano la rappresentazione dell'equatore rispetto ai poli. Solo per superare il Sudan il nostro aereo impiega più di due ore. Mi affaccio dal finestrino del portellone di emergenza per vederne meglio la superficie e assisto attonito allo spettacolo di un immenso deserto che scorre lentissimo e ipnotico sotto di me e mi chiedo istintivamente cosa ne sappiamo noi veramente di tutto questo.

Arrivo a Kampala di notte, in ritardo. Sono stremato e sveglio ormai da quasi ventiquattrore ma quando vedo Virginia rinasco. Nulla è cambiato e la sua bellezza mi sembra ancora più fulgida di quando ci siamo salutati in Kenya. Ci guardiamo, leggo nei suoi occhi il mio stesso slancio ma non accade nulla. In Uganda non è consentito a due amanti di esprimere fisicamente in pubblico i propri sentimenti e questo sarebbe se possibile ancora più grave tra due persone di razze diverse. In un clima un po' surreale faccio la conoscenza di suo padre e ci avviamo dall'aeroporto di Entebbe, a Kampala. 

È  notte ma la città non sembra essersene accorta. Il traffico è terribile. L'odore acre dello smog unito a quello dei chioschi che cucinano carne di capra alla griglia sembrano impastarsi con l'umidità dell'aria in un miasma malsano e denso. 
È il preludio alla conoscenza diretta di un mondo che fino ad ora non avevo mai potuto toccare da vicino: la vita negli 'slum'[1]

- Fine prima parte -

NOTE
[1] Termine con cui si indica una baraccopoli o bidonville, è un assemblamento più o meno vasto di casupole costruite per lo più con materiali di recupero e situate alla periferia di grandi agglomerati urbani. Insediamenti di questo tipo si trovano in numerose aree del mondo.