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SPECIALE - Pensioni, previdenza al minimo per una vecchiaia piena di ristrettezze

Importi bassi, regole che cambiano spesso, timore di perdere il lavoro e di non poter versare i contributi, mentre la previdenza complementare resta poco conosciuta e stenta ad imporsi come secondo pilastro. Ecco perché nell'analisi del Censis

» Previdenza Redazione - 19/11/2012

Si tinge di nero l'orizzonte della vecchiaia degli italiani. Pensioni pubbliche basse e certezza di doverle integrare con strumenti diversi che, per la maggioranza dei lavoratori, sono 'altri' rispetto alla previdenza complementare; e poi la persistente mutevolezza delle regole pensionistiche e la paura di non riuscire comunque a costruire nel tempo una propria posizione per l'inadeguatezza dei propri redditi e/o per la paura di perdere il lavoro. Sono questi, in estrema sintesi, alcuni aspetti del rapporto tra lavoratori e previdenza nella crisi che emergono dai primi dati che anticipano l'uscita di un'ampia indagine del Censis per conto della la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensioni (Covip) su un campione di 2.400 lavoratori tra  dipendenti pubblici, dipendenti privati e lavoratori autonomi. Un quadro a tinte fosche che è la complessa conseguenza di processi di lunga deriva e di altri più congiunturali e, quindi, anche dei reiterati interventi sul sistema, previdenziale in nome del suo recupero di sostenibilità. Nel contesto di crisi, la diffusa paura di perdere il lavoro e soprattutto il crollo della capacità di risparmiare restringe la possibilità di destinare risorse sul futuro e rende molto severo lo scrutinio degli italiani sulle destinazioni dei propri risparmi. 

UNA PREVIDENZA PUBBLICA DI PENSIONI AL RIBASSO. Già oggi la previdenza pubblica è fatta di pensioni basse. Degli 11,6 milioni di pensionati con pensione di vecchiaia, più di 4 milioni (oltre il 35 per cento) beneficia di un assegno pensionistico inferiore a 1.000 euro. Di questi, 741mila (il 6,4 per cento) ricevono meno di 500 euro al mese. E il futuro non sarà più roseo. I lavoratori italiani pensano che quando andranno in pensione riceveranno un assegno pari in media al 55 per cento del proprio reddito attuale. Un quarto dei lavoratori crede che avrà una pensione inferiore al 50 per cento del reddito da lavoro e il 43 per cento che al massimo sarà compresa tra il 50 per cento e il 60 per cento del reddito. 


[Fonte: indagine Censis, 2012]

LE ATTESE ECONOMICHE IN VECCHIAIA...L'OTTIMISMO SUL FUTURO È DEGLI AUTONOMI. Secondo l'opinione del 46 per cento degli attuali occupati si va incontro a una vecchiaia di ristrettezze, senza grandi risorse da spendere: il 24,5 per cento ritiene che non potrà vivere nell'agiatezza, anche se qualche sfizio potrà toglierselo, il 21,5 per cento afferma che la situazione è molto incerta e non riesce a immaginare come sarà la propria vecchiaia. Solo l'8 per cento pensa che potrà godersi un po' di serenità anche grazie a buoni redditi (tab. 1). I dipendenti pubblici e privati sono convinti nella stessa misura (47,9 per cento) che la vecchiaia porterà ristrettezze e tagli alle proprie disponibilità, mentre è meno del 40 per cento dei lavoratori autonomi a pensarlo; gli autonomi sono più ottimisti, con quasi il 12 per cento che ritiene che avrà redditi adeguati per una vecchiaia serena ed il 29,4 per cento che si dice convinto che avrà abbastanza per togliersi qualche sfizio. Pochi sembrano ritenere che all'innalzamento dell’età pensionabile corrispondano pensioni più alte. In media i lavoratori italiani pensano che la propria pensione pubblica sarà pari al 55 per cento del proprio reddito da lavoro(cosiddetto tasso di sostituzione) (tabb. 2). In particolare:

• circa il 25 per cento dei lavoratori pensa che la pensione pubblica che percepirà sarà pari a meno del 50 per cento del proprio reddito;

• oltre il 43 per cento tra il 50 e il 60 per cento del proprio reddito;

• il 18,4 per cento tra il 61 e il 70 per cento del reddito;

• il 12,3 per cento tra il 71 e l'80 per cento del reddito e una quota risicata (l'1,1 per cento) pensa che avrà oltre l'80 per cento di pensione pubblica rispetto al reddito.

Riguardo alle aspettative delle diverse tipologie di lavoratori, i dipendenti pubblici si aspettano una pensione pubblica pari al 62,2 per cento del reddito da lavoro, i dipendenti privati una pensione pubblica uguale al 55,5 per cento del reddito da lavoro e gli autonomi pari al 50,6 per cento.


[Fonte: indagine Censis, 2012]

CONTRATTO DIVERSO, DIVERSE ASPETTATIVE. Spiccano le diversità di aspettative in relazione alla tipologia contrattuale del lavoro svolto: una pensione inferiore al 50 per cento del proprio reddito sono convinti che l'avranno il 33 per cento di autonomi, il 24,6 per cento dei dipendenti privati e l'11 per cento dei dipendenti pubblici. Pensano invece che percepiranno una pensione pubblica pari al 50-60 per cento del reddito quasi il 40 per cento dei lavoratori pubblici, quasi il 44 per cento dei dipendenti privati e una stessa quota tra gli autonomi. Tra il 60 e 70 per cento del reddito pensano che avranno la pensione pubblica il 25,5 per cento dei dipendenti del pubblico, il 18,4 per cento dei privati e il 14,3 per cento degli autonomi; una pensione pubblica come quota tra il 71 per cento e l'80 per cento del reddito pensa che l’avranno il 23 per cento dei pubblici, circa il 12 per cento dei privati e il 7 per cento degli autonomi.



[Fonte: indagine Censis, 2012]

Esaminando per classi di età il tasso di sostituzione atteso si evidenzia che in media tutte le fasce si attestano intorno al 53-55 per cento; sono i lavoratori più anziani, 55-64enni, ad attendersi un valore più alto. In media i 18-34enni si attendono un tasso di sostituzione del 53,6 per cento. Di questi, circa il 30 per cento si aspetta una pensione pubblica di valore inferiore al 50 per cento del reddito. I 45-54enni si attendono un tasso di sostituzione medio del 55 per cento mentre i 55-64enni del 60,1 per cento; il 23 per cento di questi ultimi si aspettano una pensione pubblica pari ad almeno il 70 per cento del reddito (tab. 3).