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La crisi economica? Si combatte nell'azienda di famiglia

Un'analisi dell'Università Bocconi - Camera di commercio di Milano evidenzia che la capacità di resistere e superare l'empasse finanziaria è possibile se alla guida ci sono le nuove generazioni più ottimiste verso gli sviluppi futuri delle loro imprese

» Crisi economica Redazione - 14/09/2012

Nonostante le difficoltà di accesso al credito legate al persistere del 'credit crunch', ovvero la stretta nei finanziamenti bancari, rendano difficile fare previsioni, si moltiplicano le analisi sulla capacità delle imprese di superare la crisi. A tal proposito, il settimanale inglese The Economist è tornato a criticare il modello della public company, sottolineando come i suoi limiti altro non siano che i punti di forza dell'impresa a controllo familiare, spesso considerata, nel contesto anglosassone, un residuo del passato. 

Il principale aspetto positivo della proprietà familiare sembra risiedere nella sua resistenza e in una conseguente visione di lungo termine; ciò al prezzo di una certa incapacità delle famiglie imprenditoriali a far prevalere gli interessi dell'impresa sugli equilibri della famiglia, con una conseguente diffusa incapacità di professionalizzare (o semplicemente selezionare) il management. Da un lato queste imprese si sono dimostrate, anche nei primi anni di crisi (2008-2010), più resistenti di altre a essere oggetto di acquisizione da parte di altre imprese e meno esposte a conseguenze più drastiche quali la liquidazione o le procedure concorsuali: le imprese familiari oggetto di tali operazioni sono state proporzionalmente circa la metà delle imprese statali o controllate da enti locali, e circa il 40 per cento in meno delle imprese possedute da coalizioni di soggetti.

Ciò va probabilmente ascritto a un comportamento responsabile da parte di molte famiglie imprenditoriali le quali, pur in presenza di una redditività in calo (e minore capacità di far fronte ai debiti bancari), hanno cercato di contenere il peso dell'indebitamento attraverso una tendenza a patrimonializzare le imprese con iniezioni di capitale fresco o, più probabilmente, rinunciando alla distribuzione degli utili. Questo atteggiamento si riflette anche nella tendenza da parte di queste imprese a non essere guidate unicamente da obiettivi economico-finanziari. La tradizionale identificazione dell'impresa con la famiglia fa sì che gli obiettivi dell'una diventino quelli dell'altra e viceversa.

D'altro canto, però, la forte identificazione della famiglia nell'impresa rappresenta anche un potenziale limite: la tendenza ad anteporre spesso la gestione degli equilibri familiari fa sì che queste imprese continuino, anche in periodi di turbolenza, a perpetuare un certo immobilismo nei vertici aziendali. Nel 2015, oltre un quarto delle imprese familiari medie e grandi del paese saranno guidate da ultrasettantenni. E questo non è un bene. Al contrario, le imprese con performance positive durante la crisi sia in termini di redditività che di crescita sono quelle guidate da leader più giovani, che peraltro sono gli unici ad aver fatto registrare una significativa ripresa degli investimenti tra il 2009 e il 2010.

Per evitare che gli elementi positivi dell'impresa familiare si trasformino in trappole, occorre in primo luogo fare in modo che la comprensibile preoccupazione a mantenere il controllo non si tramuti in ostinazione. Non è un caso come, dai primi dati di una survey 2012 realizzata con Camera di commercio sulle imprese familiari milanesi, emerga soprattutto una preoccupazione da parte degli imprenditori a ridurre il debito, eventualmente attraverso una sostanziale riduzione degli investimenti, lasciando sullo sfondo altre opzioni strategiche quali l'apertura del capitale a investitori terzi o l'aggregazione con altre imprese per aumentare la competitività. D'altro canto, occorre anche favorire un ricambio al vertice che non sia fine a se stesso, ma che responsabilizzi (e presto) le nuove generazioni; infatti, non solo le imprese guidate da giovani hanno conseguito risultati migliori ma questi sembrano mostrare un maggior ottimismo rispetto agli sviluppi futuri delle loro imprese. E in questa fase l'ottimismo è d’obbligo.

[Articolo di Alessandro Minichilli, Dipartimento Tecnologia e Management Università Bocconi]