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INTERVISTA - Infermieri: Annalisa Silvestro, "saranno la forza della sanità"

L'analisi del presidente Federazione Nazionale Collegi Ipasvi che dice: "Laddove la professione è stata valorizzata appieno, il sistema ha funzionato meglio". E ai giornalisti consiglia: "Verificate prima di attribuire la qualifica a chi infermiere non è"

» Professioni Redazione/GP - 11/05/2012

La professione dell'infermiere viene riscoperta dagli italiani. secondo una ricerca del Censis, infatti, non solo è molto apprezzata da pazienti e familiari, ma gode anche di un riconoscimento sempre maggiore nell'opinione pubblica per il suo alto valore sociale e nei ragazzi che si avviano a scegliere la loro strada lavorativa futura.

Dai dati emerge che sono quattro italiani su cinque a giudicare positivamente l'operato degli infermieri, mentre nove su dieci pensano che sarà una figura sempre più importante nella sanità italiana. Tra i punti deboli sui quali lavorare sono il numero degli infermieri che risulta ancora oggi complessivamente insufficiente. In questa intervista il presidente Federazione Nazionale Collegi Ipasvi, Annalisa Silvestro, ha cercato di inquadrare meglio luci ed ombre della professione:

Presidente Silvestro,  perché  afferma  che  saranno  gli  infermieri  a  dare  forza  alla  sanità italiana?
"Per poter rispondere, bisogna prima definire il quadro generale, nel quale ci sono alcuni elementi che conosciamo ormai da anni: l'aumento della domanda di salute dei cittadini e l'incremento dei costi dell'innovazione  a cui si contrappone la progressiva diminuzione delle risorse. Ultimamente s'è aggiunta una congiuntura economica, negativa quanto mai prima, alla quale l'attuale Governo, come il precedente, ha risposto con provvedimenti  importanti di contenimento della spesa pubblica, compresa, ovviamente, quella sanitaria. L'insieme delle manovre messe a punto dal Governo Berlusconi, e confermate nelle sue disposizioni anche dal Governo Monti, incidono sulla sanità pubblica per circa 8 miliardi di euro da qui al 2014".

Come, secondo lei, il sistema sanitario può uscire dalla congiuntura economica?
"Innanzitutto facendo giustizia di alcuni luoghi comuni. Per esempio, non è affatto vero che il nostro sistema sanitario dà 'tutto a tutti': La garanzia costituzionale di tutela della salute è assicurata dai LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza, all'interno dei quali non c'è affatto 'tutto', ma, appunto, i servizi ritenuti indispensabili a quello scopo. Che li si dia a tutti, peraltro, appare doveroso, visto che a finanziare il Servizio Sanitario Nazionale sono proprio i cittadini italiani. Tutti o quasi tutti, per la verità. Perchè ci sarebbe da riflettere su come e quanto coloro che evadono o eludono le tasse contribuiscano a renderlo oneroso, ma questo è un altro discorso. Un altro luogo comune è che il Servizio Sanitario Nazionale sia abbondantemente finanziato. Non è affatto così, anzi, è sottofinanziato, pur essendo  tra i migliori al mondo in rapporto  a quanto costa. E questo anche se è tuttora vero che i fondi vengono troppo spesso utilizzati male, per cattiva gestione, doppioni, mantenimento di strutture che non servono, inappropriatezza, arroganza organizzativa e così via".

Alla luce di quanto detto, qual è il contributo che possono dare gli infermieri?
"Allora io credo che gli infermieri possano dare un grande contributo a curare i mali della sanità italiana e a darle forza. È ampiamente dimostrato, infatti, che laddove la professione infermieristica è stata  valorizzata appieno, il sistema funziona meglio, ci sono maggiori sinergie tra i diversi professionisti e tra le équipe; è più armonico il rapporto tra struttura e cittadino e fluiscono meglio le molte dinamiche sottese all'erogazione dei servizi. Nonostante tutto ciò, il riconoscimento dell'infermiere come una delle figure di spicco nel servizio sanitario arranca, stenta ancora ad affermarsi, almeno nei luoghi di lavoro. E dove si afferma, sembra quasi che ciò avvenga non tanto come conseguenza di una rilevata potenzialità culturale e professionale, ma quasi come conseguenza di qualcosa di inarrestabile, inevitabile e a cui possono anche non seguire riconoscimenti di ruolo, di funzioni e di prerogative professionali".

Comunque, l'infermiere fa registrare un ampio gradimento da parte della popolazione:
"È vero. La conferma  viene anche da questa  indagine che la Federazione  Ipasvi ha affidato al Censis e che viene presentata al Congresso di Bologna. Solo per citare qualche dato, più di tre quarti  degli  italiani  giudicano  positivamente il rapporto che hanno avuto con gli infermieri, direttamente da pazienti o indirettamente come familiari; inoltre, più di otto italiani su dieci, se interpellati, consiglierebbero, a un figlio, parente o amico, di iscriversi al Corso di Laurea in Infermieristica. Dunque, l'infermiere è oggi una professione con un appeal molto alto, a cui è riconosciuto un elevato valore sociale e di aiuto verso gli altri".

E questo nonostante i ripetuti episodi di malasanità che ci raccontano le cronache?
"Certamente  sì,  probabilmente  perché l'opinione pubblica sta cominciando a capire che le responsabilità di certi episodi - che comunque,  bisogna  ricordarlo, sono eccezioni  nell'enorme quantità di prestazioni che ogni  giorno sono erogate dal Sevizio  Sanitario Nazionale  - vanno attribuite non tanto a singole persone, ma a debolezze strutturali del sistema, da quelle tecniche e organizzative alla carenza di personale. Ma qui mi permetterei di rivolgere un appello ai giornalisti e, più in generale, agli operatori dell'informazione: vi chiedo di verificare - quando scrivere i vostri articoli e fate i titoli sugli episodi di 'malasanità', vera o presunta - prima di attribuire la qualifica di infermiere a chi infermiere non è. Non è infrequente che capiti, e questo getta discredito su una professione che assolutamente non lo merita e, anzi, fa di tutto, tutti i giorni, per rimediare alle manchevolezze del sistema, spesso in condizioni difficili e con organici sottodimensionati".

A proposito: che ne è della cosiddetta "emergenza infermieristica" degli anni passati?
"In linea di massima direi che la crisi è stata superata. Ma questo non significa che i problemi siano tutti risolti. Anzi, il numero complessivo degli infermieri resta ancora insufficiente e soprattutto in alcune zone del Paese e in alcuni servizi, a cominciare dai Pronto soccorso, gli organici sono anche sotto il livello di guardia. Con tutte le conseguenze che questo comporta, dai disservizi per la cittadinanza al sovraccarico di lavoro per il personale; una situazione, quest'ultima che, a sua volta, non solo provoca danni alla salute degli operatori sottoposti a stress continuo ma, proprio per questo, può avere ulteriori ricadute negative sugli assistiti".

MATERIALI
La ricerca del Censis