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INTERVISTA - Crisi economica, "spesso il fallimento di un'azienda è una scelta obbligata"

Esasperati dal mercato fermo, stretta creditizia e ritardi eccessivi dei pagamenti, sono migliaia ogni anno i titolari che chiudono i battenti. L'avvocato: "È necessario un trattamento omogeneo, tutti devono partire con stesse regole e supporto"

» Crisi economica Francesca Nanni - 04/05/2012

Si dice sempre che uno dei modi migliori per capire quanto un Paese sia effettivamente produttivo o, al contrario, navighi in un momento di crisi, è quello di monitorare lo stato di salute di aziende e imprese. E quello dell'Italia oggi, come è evidente, è particolarmente grave. La Cgia di Mestre ha stimato che solo nel 2011 sono state 11.615 le aziende che hanno dichiarato fallimento, circa 35 al giorno. E nel 2012, considerato da più parti come l'anno della possibile ripresa, non va meglio: dai dati diffusi dal presidente di Unioncamere, Sergio Dardanello, il 18 aprile scorso, infatti, dall'inizio del 2012 sono state già ben 26mila le imprese che hanno chiuso i battenti, prevalentemente piccole e medie (PMI).

"La stretta creditizia, i ritardi nei pagamenti e il forte calo della domanda interna - ha spiegato  il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi - sono le principali cause che hanno costretto molti piccoli a portare i libri in Tribunale. Purtroppo, però, questo dramma non è stato vissuto solo dai datori di lavoro, ma anche dai loro dipendenti che, secondo una nostra prima stima, in almeno 50mila nel 2011 hanno perso il posto di lavoro". Quando però il fallimento della propria attività si trasforma anche in fallimento personale che sfocia in un gesto estremo, allora il problema assume una gravità senza precedenti. "Per cercare di intervenire verso questo problema - ha sottolineato Bortolussi - abbiamo invitato il Governo ad istituire un fondo di solidarietà che corra in aiuto a chi si trova a corto di liquidità". Così, per capire meglio cosa succede quando un imprenditore decide di mettere in liquidazione o avviare la pratica di fallimento della propria azienda, NanniMagazine.it ha parlato a lungo con l'avvocato Marco Picozzi esperto in materia:

Avvocato, innanzitutto un chiarimento: liquidazione vuol dire sempre fallimento?
"No, non sempre. La liquidazione, di fatto, accompagna la fase finale della vita di un'azienda e consiste nel realizzare ciò che è l'attivo, liquidare il passivo e risolvere tutte le pendenze della società. La liquidazione si trasforma in fallimento vero e proprio quando non è possibile condurre bonariamente a 'spegnimento' l'azienda stessa; ad esempio, la chiusura di un'attività si può cercare di  risolvere anche con un concordato preventivo[1], ovvero una procedura concorsuale per evitare il fallimento. Quando però anche questo non è possibile, scatta il fallimento vero e proprio che può essere di due tipi, volontario o giudiziale".

'Volontario' o 'giudiziale', che differenza c'è tra questi due tipi di fallimento?
"Il fallimento 'volontario' si ha quando l'imprenditore lo dichiara da solo portando spontaneamente i libri contabili in tribunale. Quello 'giudiziale', invece, viene dichiarato dal tribunale in seguito ad un'istanza, o ad una richiesta, ad esempio di uno dei creditori. Come poi accade nella maggior parte dei casi, se è il tribunale che decide sulla base di un'istanza, lo fa perché ha accertato una serie di requisiti come, ad esempio, il credito superiore ai 30mila euro e la prova dell'insolvenza della società. Solitamente, dopo una serie di attività giudiziali come il pignoramento dei beni dell'azienda o di un conto corrente, o ancora della sede, se il creditore non trova soddisfazione nella procedura esecutiva, allora si può rivolgersi alla sezione fallimentare del tribunale e presentare l'istanza di fallimento".

Secondo lei un imprenditore fa questa scelta perché non ci sono proprio più margini di miglioramento?
"Fondamentalmente sì, ma tenga presente però, che la liquidazione come ad esempio quella volontaria può essere decisa anche e non solo quando non c'è più margine di miglioramento, da intendersi come perdita in conto capitale superiore ai due terzi senza alcuna possibilità di ricapitalizzazione da parte dei soci. Le faccio un esempio: ci sono casi in cui una liquidazione viene deliberata per volere dell'assemblea dei soci dell'azienda che possono decidere lo stop dell'attività d'impresa perché divenuta economicamente insostenibile, oppure perché il prodotto commercializzato no dà più profitti, o perché non c'è più interesse, oppure per sopraggiunto termine della durata dell'attività di impresa. In questo caso la liquidazione dell'azienda viene deliberata a maggioranza, ed i tempi della liquidazione aiutano, se volgiamo, a sistemare tutto il lavoro burocratico e amministrativo necessario per la chiusura definitiva".

Da questo punto di vista cosa ne è del capitale sociale una volta avviata la procedura di liquidazione?
"Allora, va detto che il capitale sociale è una sorta di piccolo tesoretto che serve sì per avviare l'impresa, ma garantisce anche e soprattutto per le obbligazioni della società stessa nei confronti di terzi, quindi chiunque stabilisca con la società un contatto di natura giuridica è garantito da questa sorta di portafoglio. Capisce da lei che nella situazione economica in cui ci troviamo ora, tutto questo è diventato un'utopia, se non altro per il fato che in momenti di crisi, quando si hanno delle perdite importanti di denaro, il capitale sociale viene notevolmente ridotto e non sempre l'azienda è in grado di ricapitalizzare, quindi di ricostruirlo per sopravvivere".

A questo punto ciò che resta non è sufficiente neppure per sanare eventuali debiti contratti dall'azienda durante la sua attività:
"Guardi, il pochissimo capitale sociale rimasto si potrebbe anche utilizzare, certo. Il problema è che la maggior parte delle aziende una volta arrivate allo stato di liquidazione sono già fortemente indebitate e con un capitale sociale molto ridotto, se non addirittura in perdita che viene già rosicchiato per ogni bilancio d'esercizio[2] dell’attività, se a questo si aggiunge poi l’accumulo di posizioni debitorie, i clienti che non pagano, i dipendenti che vanno comunque pagati, nessuna possibilità di accedere al credito bancario, ecco qui che si fa presto ad arrivare al punto di non ritorno".

Quali sono le tipologie di imprese che vengono messe in liquidazione oggi?
"Allora, nell'ultimo anno si è trattato soprattutto di piccole e medie imprese, per società più grandi in genere si ricorre al fallimento vero e proprio. Le aziende che si rivolgono al nostro studio sono quelle di piccole dimensioni e che non hanno possibilità di accedere al credito. Tra l'altro va ricordato, che ci sono anche molte società che lavorano con la pubblica amministrazione i cui tempi di pagamento hanno raggiungono quasi l'anno intero e questo, per un'attività d'impresa equivale a morire perché è impossibile sostenere un anno di costi che non vengono neppure anticipati dalle banche. È il titolare che anticipa in qualche modo, ma capisce bene da lei che così un'azienda fa anche in tempo ad andare gambe all'aria”.

Parliamo un momento dei dipendenti: qual è il loro destino una volta avviata la procedura di liquidazione?
"Qui il discorso si complica un po'. Allora, intanto parliamo di imprese che hanno più di 15 dipendenti alle quali si applica lo statuto dei lavoratori. Precisiamo anche il fatto che si tratta di aziende incolpevoli, che falliscono perché proprio non ce la fanno più ad andare avanti. Ora, già il fatto di avviare una procedura di liquidazione, dovrebbe rappresentare già di per sé il presupposto di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo poiché di fatto non vi è più lavoro o attività d'impresa e quindi non è più possibile ricollocare il lavoratore stesso o adibirlo ad altre mansioni. Lungo tutto l'arco della crisi aziendale si possono prevedere dei  'licenziamenti collettivi' da attivare seguendo scrupolosamente un determinato iter istituzionale e aziendale per iniziare, ad esempio, dai lavoratori che non hanno figli, per poi procedere con chi è più facilmente ricollocabile, chi ha meno specializzazione, e via dicendo. Nel frattempo però, per questi licenziamenti collettivi vengono erogate delle indennità concesse con decreto del ministero del Lavoro in base alla disponibilità effettiva di denaro perché, non va dimenticato, che si tratta comunque di denaro pubblico. Questi sono i passi che si dovrebbero fare nel caso di liquidazione, ed uso il condizionale, perché di fatto poi, i lavoratori possono comunque impugnare il licenziamento, andare da un giudice del lavoro ed riuscire ad ottenere anche un reintegro nell'azienda che sta fallendo".

Ma non è un controsenso impugnare un licenziamento per farsi poi riassumere nell'azienda messa in liquidazione?
"Diciamo che questa situazione mostra, se volgiamo, la complessità sulla quale è costruito l'intero sistema del mercato del lavoro. Lei immagini una situazione di questo tipo: da una parte il dipendente, che sa perfettamente che l'attività d'impresa è finita, che di soldi non ce ne sono più e che, nonostante questo, impugna lo stesso il licenziamento per chiedere il reintegro al giudice del lavoro, in alcuni casi paradossalmente vince anche il ricorso, soprattutto se l'azienda non ha seguito le procedure di cui parlavamo prima. Dall'altra parte c'è l'imprenditore, che nella maggioranza dei casi non ha neppure i fondi per il Tfr dei dipendenti e che si vede costretto dalla legge a reintegrare quella persona. E poi? Come lo paga? Si ricomincia daccapo? E su quali basi lavorative? Tutto questo è surreale ed assume davvero le caratteristiche di un accanimento per entrambi".

Ritardi eccessivi nei pagamenti e stretta delle banche sui finanziamenti sono tra i motivi principali per cui un'azienda arranca: ma qual è allora oggi, secondo lei, il ruolo delle banche?
"Beh, diciamo che in questo momento particolare le banche devono capitalizzare. Sulla base degli accordi presi con la Banca centrale europea, gli istituti di credito oggi più che mai devono necessariamente avere un'equivalenza tra i soldi che hanno e quelli che danno. La difficoltà di dell'accesso al credito, è legata proprio a questo aspetto. Quindi il ruolo delle banche, oggi, è quello di tradursi in grandi portafogli che si aprono solo laddove c'è una garanzia vera, un 80 per cento di possibilità che quanto è stato dato ritorna, e ritorna sottoforma di investimento. Certo è che prima o poi questo meccanismo dovrà cambiare in parallelo, però, anche a ciò ruota intorno alle banche stesse. Vede, oggi facile dare la colpa di tutto ad un singolo elemento del Sistema, che è anche vero per certi versi, ma è altresì vero che intorno a quell'elemento ruotano tanti altri meccanismi che prima o poi andranno rivisti. Ora purtroppo no, non è possibile, soprattutto perché l'Italia sta ancora recependo tutta una serie di direttive europee soprattutto a livello economico e finanziario".

Qualche giorno fa il presidente di Unioncamere, Dardanello, ha diffuso alcuni dati che lasciano riflettere: in Italia dall'inizio dell'anno ad oggi hanno chiuso 26mila imprese. Quali strumenti, secondo lei, dovrebbero essere messe in campo per supportare le PMI?
"Sicuramente prevedre una maggiore facilità di accesso al credito ed in questa operazione cercare di agevolare lo sconto dei crediti da riscuotere anche se a 360 giorni, quindi chiedere alla banca un supporto di questo tipo. Ma soprattutto vanno rivisti una serie di meccanismi che regolano attualmente il mercato del lavoro e la competitività di un'impresa sul mercato, nel senso che vanno messe in campo delle misure incentivanti che non spingano innanzitutto la produzione fuori dall'Italia e soprattutto che possano mettere in grado piccole e medie imprese di poter  reggere la concorrenza. Da ultimo un'omogeneità di trattamento per chi fa impresa: vale a dire tutti partire con le stesse regole e supporti".

MATERIALI
- Decreto 16 marzo 1942 n. 267 (c.d legge fallimentare) sul concordato preventivo

LINK
- Studio Picozzi Morigi

NOTE
[1]
Il 'concordato preventivo' è un accordo concorsuale attraverso il quale i titolari di un'azienda ricerca un accordo con i clienti più insolventi per non essere dichiarato fallito o, comunque, per cercare di superare la crisi in cui versa l'impresa. Questo accordo è regolato dal regio decreto 16 marzo 1942 n. 267 (c.d legge fallimentare), ed è stato più volte rivisitato negli ultimi anni con interventi mirati a favorire proprio il superamento della crisi d'impresa.
[2] Il 'bilancio d'esercizio' è un insieme di documenti contabili che i soci devono compilare alla fine di ogni periodo amministrativo per rappresentare in modo chiaro e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria fino al momento della redazione del testo, nonché il risultato economico prodotto dall'esercizio stesso. I documenti devono essere compilati secondo le norme previste dal codice civile, dal testo unico delle imposte sui redditi (TUIR) e dai principi contabili.