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INTERVISTA - Suicidi: De Nardis, "quelli causati dalla crisi sono un fatto inedito per la sociologia"
A NanniMagazine.it l'analisi del docente: "È un fenomeno nuovo - dice - che va collocato all'interno di una situazione da studiare con l'aiuto di nuovi strumenti sociali per elaborare una nuova categoria".
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L'ultimo in ordine di tempo è il gesto estremo compiuto da un imprenditore che si è visto mettere sotto sequestro la propria auto a causa di un debito di 15mila euro per il quale aveva avuto già due richiami. Prima di lui, però, è toccato ad altri titolari di piccole società, artigiani, ma anche disoccupati e persone che, a causa della perdita del loro lavoro non potevano più adempiere i loro obblighi di mantenimento della famiglia perché magari coniugi divisi.
Dall'inizio dell'anno sono ormai 34 i suicidi, almeno quelli censiti, che rientrano nella tipologia 'causa crisi'. Un fenomeno che dilaga a macchia d'olio, ma che sembra essere assolutamente trasversale alle fasce di popolazione. Unico denominatore comune la perdita del lavoro o l'impossibilità degli imprenditori di far fronte alla contrazione economica e finanziaria che si traduce in mancanza di liquidità, ritardo nei pagamenti e stretta creditizia. E se il fallimento lavorativo coincide, sempre più spesso, con il fallimento personale e familiare reagire diventa difficile. "Siamo di fronte ad una tragedia che sbigottisce l'analista sociale - dice a NanniMagazine.it il professor Paolo De Nardis - per studiare la quale non è più sufficiente la griglia interpretativa utilizzata fino ad oggi. È necessario, invece, l'aiuto una nuova immaginazione sociologica, qualcosa di diverso che marchi questa transizione così difficile e dolorosa che si sta aprendo con queste tragedie individuali". Così, per cercare di approfondire l'argomento e dove si annidano le radici di questa emergenza sociale, NanniMagazine.it ha parlato con il professor Paolo De Nardis ordinario di Sociologia all'Università La Sapienza di Roma:
Professore qual è la sua opinione in merito a questo fenomeno che sta dilagando?
"Guardi intanto questi suicidi sembrano essere un fenomeno trasversale, interclassista, perché non riguarda una sola categoria. È iniziato con gli imprenditori stretti nella morsa della crisi, poi i disoccupati ed ora, fino al caso che ho sentito qualche giorno fa di un portiere di uno stabile di Napoli, un padre separato, che è stato licenziato e si è ucciso perché non sarebbe stato più in grado di pagare gli alimenti alla moglie. Quindi siamo di fronte ad una tragedia che sbigottisce l'analista sociale che, come uomo di scienza, deve capire certi fenomeni. Fino ad oggi lo ha fatto utilizzando una griglia interpretativa dettata dalla prima ricerca sociologica sul suicidio realizzata nel 1890 da Émile Durkheim. Già due secoli fa questo studioso aveva elaborato tre tipi di suicidio: uno 'egoistico' chi si auto-sopprimeva per sfuggire ad una responsabilità, uno 'altruistico' di chi si uccideva per un ideale comune, pensi ad esempio al fenomeno dei kamikaze che comunque sono arrivati molto tempo dopo il 1890, ma il concetto è lo stesso. E poi un suicido 'anomico', dove la 'a' privativa indicava l'assenza di valori, di regole. Ecco, ciò che accade oggi è qualcosa di molto particolare, è come se i suicidi di questi giorni avessero tutte e tre queste caratteristiche insieme ed è collocato all'interno di una situazione che richiede l'aiuto una nuova immaginazione sociologica per elaborare una nuova categoria".
Quindi secondo lei siamo di fronte ad un fenomeno socialmente nuovo che necessita di nuovi strumenti di analisi?
"Sì. Siamo di fronte qualcosa di inedito, che senza dubbio ha le caratteristiche del suicidio egoistico, quindi della fuga dai problemi, ma soffre anche il grande stress della perdita di sostanza della struttura sociale e dei suoi valori ed ha, quindi, le caratteristiche del suicidio anomico. Teniamo presente, inoltre, che il suicidio dettato dalla crisi è anche un atto che spesso si fa anche in nome di qualcun altro: ad esempio l'imprenditore che si uccide, lo fa perché ha la responsabilità di tanti posti di lavoro, di tante famiglie. Oppure il portiere di Napoli che si uccide perché non può più staccare l'assegno alla moglie. È una situazione in cui le tre forme classiche del suicidio durkheimiano che avevano una loro portata esplicativa nella modernità di allora, ma che nell'era post-moderna necessitano di altro genere di analisi come la crisi economica, l'antropologia del debito, la dittatura dell'impersonalismo dei mercati, il crollo del capitalismo. Ecco, qualcosa di diverso che marchi questa transizione così difficile e dolorosa che si sta aprendo con queste tragedie individuali e che, forse, senza essere troppo apocalittico, potrebbero anche sfociare in sconvolgimenti collettivi".
A questo punto la domanda viene da sé: è questa situazione che modifica la struttura della società, o è quest'ultima a modificare l'approccio dell'essere umano ai fatti che lo circondano?
"Direi l'uno e l'altro, anche se c’è un forte condizionamento sociale che, di fatto, ha condizionato fortemente comportamenti, abitudini, stili e visioni della vita, da cui scaturisce, a volte, la tragedia di questi comportamenti. Vede, la società è caratterizzata da un pessimismo che pervade l'abbassamento di tono di questa stagione del mondo occidentale e che ha evidentemente delle caratteristiche di assenza e di morte della vita, quindi di auto-soppressione. È un po' se vogliamo una tanatologia nuova, uno studio nuovo della morte. La morte di un'epoca comporta la morte di esseri umani, come dicono spesso i naturalisti, 'è l'ontogenesi che ricapitola la filogenesi', ovvero la storia di un determinato periodo ricapitola la storia di un'epoca, di un'intera specie. E tutto lo sconforto che deriva dalle generazioni che ormai hanno fatto il loro tempo, come ad esempio la mia che ha vissuto più anni nell'altro secolo che non in questo, lascia ai giovani un 'habitat' non solo ecologico-naturale, ma soprattutto sociale, sicuramente più disagiato e meno ospitale rispetto quello che abbiamo vissuto noi".
Il rischio, però, è che se le cose procederanno così, il divario sociale diventerà sempre più grande e di conseguenza ingestibile:
"Qui va detto anche che la speranza di vita delle persone tra i 40 e i 50 è diversa da quella dei giovai e adulti tra i 20 e i 40. Anche perché vita lunga e buona salute saranno sempre più costose e appannaggio di una forbice sociale che vedrà da un lato, persone quantitativamente sempre meno ricche, dall'altra una massa sempre più povera che non potrà permettersi cure medico-sanitarie, una corretta cittadinanza, una corretta informazione, una corretta vita, e via dicendo. Da questo punto di vista allora ha ragione il movimento 'Occupy Wall Street'[1] quando dice 'siamo il 99 per cento'; io dico che saremo sempre di più il 99,9 per cento e tutto questo per soddisfare un pensiero unico che arriva soltanto a quello 0,1 per cento dell'umanità che fa asso piglia tutto. Questa è la scenografia che, consapevolmente o no, in maniera impietosa fa da sfondo al tragico fenomeno dei suicidi".
Tutto questo, però, conferma l'aggettivo utilizzato da Émile Durkheim già alla fine del 1800 per descrivere la società moderna, ossia "complessa":
"Sì, esattamente. Ci sono, però, vari tipi di complessità. Quella di Durkheim era una società complicata dalla continua divisione del lavoro ma che, a ben guardare, si riusciva anche a governare in maniera geometrica. Oggi, invece, ci troviamo sì di fronte ad una serie di variabili manifeste, ma anche latenti, e sono proprio queste ultime, quelle nascoste, che bloccano o danno impulso a certe situazioni che vengono gestite non da attori visibili, ma invisibili alimentati da connotati da lessici dilemmatici collettivi come, ad esempio 'i mercati'. Ecco, tutto questo incoraggia un tipo di interpretazione assolutamente equivoca rispetto all'insieme di cause che provocano una certa situazione. Ed forse, proprio nell’insieme di queste cause che si denota un modello di sviluppo e di produzione che 'batte la fiacca' ed è in un certo senso agonizzante".
I suicidi a causa della crisi, così come accade spesso per altri argomenti, sono oggetto di una certa ossessione da parte dei mass-media: qual è, secondo lei, la responsabilità dei mezzi di informazione nell'affrontare questo genere di notizie?
"Allora guardi, è vero che le informazioni vanno date, ovvio. Però ultimamente i mass-media soffrono un po' di 'bulimia della notizia' che manca a volte di un certo rigore metodologico e di un approfondimento analitico. Quello che stiamo facendo ora lei ed io è fondamentale, perché stiamo riflettendo approfonditamente su un argomento: quando così non è, sembra semplicemente di essere di fronte ad una sorta di panico collettivo e basta. E questo panico collettivo non è altro che la parte più superficiale e becera del fenomeno che abbiamo davanti, perché sotto si cela una realtà strutturale viva e vitale che pulsa in ogni sua parte, sì di carattere sociale ed economico, ma anche culturale e morale. Da qui, tutta la caduta fondamentale dei valori altro non è che una caduta di fondamenta che credevamo sempiterne. Questo pensiero unico da una parte ha reso, nel caso dell'Europa, gli stati senza più politica perché commissariati da una centralità solo economica e finanziaria senza, tra l'altro, un'autonomia come autorità centrale; dall'altra un pensiero unico che dopo la caduta del muro di Berlino vede soltanto un liberismo sfrenato che ha portato a questi 'guasti' sociali. È come se oggi fossimo tornati indietro di cento anni ad un capitalismo di tipo liberistico, però sotto l'imbroglio della bolla di sapone della speculazione finanziaria".
Quindi di quali strumenti si dovrebbero dotare persone, secondo lei, in questo momento per affrontare questa situazione?
"Guardi, i cittadini si stanno già organizzando. Al di là infatti di quella che può essere oggi l'inefficienza dei partiti, che va sicuramente recuperata in qualche modo, oggi c'è molto associazionismo, un nuovo movimentismo che, oltre da interessi di classe, nasce da interessi assolutamente diffusi che hanno alimentato indubbiamente una spinta partecipatoria della popolazione a quanto sta accadendo. Tutto questo non si vedeva più da tempo. Dopo una narcosi durata 15-20 anni in cui l'essere si è stato sacrificato allo sbrilluccichio dell'apparire, l'essere cittadinanza attiva, in quanto partecipazione e recupero della politica, è il primo strumento a loro disposizione in questo momento. Dopodiché noi sociologi possiamo solo fornire il quadro della situazione, ma il recupero dell'efficienza e le 'terapie' a quanto sta accadendo spettano solo ai politici".
NOTE
[1] Il movimento 'Occupy Wall Street' è un movimento di contestazione pacifica, nato per denunciare gli abusi del capitalismo finanziario, che si è concretizzato in una serie di dimostrazioni nella città di New York presso Zuccotti Park. I partecipanti alla dimostrazione manifestano principalmente contro le differenze economiche e sociali sviluppatesi in seguito alla crisi economica mondiale [Fonte: Wikipedia]
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Crisi: uno sportello d'aiuto per non lasciare soli gli imprenditori
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