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INTERVISTA - Giornalisti precari: 5 euro 'lorde' a pezzo e nessuna tutela. Ecco quanto vale l'informazione in Italia

Sono il 55% dei giornalisti italiani. I loro contratti sono atipici, le tariffe da vergogna a vantaggio degli editori. Stanchi di essere illusi da quanti dovrebbero tutelarli, i professionisti dell'informazione si auto-censiscono. E viene fuori che...

» Professioni Francesca Nanni - 21/02/2012

Meno dell'insalata. Tanto valgono i giornalisti che lavorano nel mondo dell'informazione in Italia. Un mondo popolato, oggi, da migliaia di precari che si barcamenano come possono tra contratti atipici, tariffe da vergogna (quando una retribuzione c'è), ricattati morali, clausole di gravidanza e nessuna tutela. Solo nella città di Roma i precari dell'informazione sono circa duemila impegnati in tutte le testate, dalla carta stampata alla tv, dalle agenzie di stampa alla radio, "costretti spesso a collaborare con più mezzi di informazione per arrivare ad uno stipendio appena dignitoso".

Li chiamano "giornalisti atipici", ma "nel meccanismo che vede la qualità dell'informazione impoverirsi e i giornalisti sempre più influenzabili e ricattabili, loro sono solo un 'Errore di stampa'. Che va corretto".  Nasce così il primo auto-censimento sul mondo dell'informazione nella Capitale, realizzato dal Coordinamento dei giornalisti precari di Roma 'Errori di Stampa', che ha raccolto per quanto possibile i numeri del precariato, i tariffari per pezzo applicati dagli editori, i compensi mensili e la raccolta di storie di vita di alcuni giornalisti assunti, licenziati senza diritto di replica, o in possesso di un contrattato, ma senza alcuna garanzia. Per cercare di approfondire la questione, NanniMagazine.it ha parlato a lungo con Matteo Valerio, portavoce del Coordinamento dei giornalisti precari:

Perché l'idea di realizzare questo auto-censimento sul precariato giornalistico?
"Perché è da anni che questa situazione di sfruttamento va avanti senza che nessuno se ne occupi davvero e perché siamo convinti che prima di trovare una soluzione al problema, bisogna prima capire di che problema si tratta e quale sia la sua entità. Ufficializzare questi dati vuol dire mettere un punto dal quale partire e intorno al quale radunare tutti gli attori coinvolti per cercare una soluzione".

Quali sono i numeri del precariato giornalistico che emergono dal censimento?
"Allora ti faccio subito due premesse per capire meglio: primo, si tratta di una ricerca effettuata nelle redazioni della sola città di Roma, secondo il nostro è un 'auto-censimento' perché non abbiamo ricevuto alcun tipo di aiuto da parte dei Comitati di redazione (Cdr) contattati che, invece, si sono dimostrati piuttosto reticenti. Detto questo, i numeri di cui parliamo sono 936 su carta stampata e televisioni locali esclusa la Rai. Noi poi arriviamo a duemila precari considerando l'immenso bacino dei precari Rai e i tanti uffici stampa presenti sul territorio, soprattutto. Per questo motivo la cifra di duemila è considerata in difetto. Di fatto, quindi, i 936 sono quelli verificati perché di fonte certa".

Quando parli di reticenza dei Cdr vuoi dire che molte testate non hanno diffuso il reale numero di giornalisti precari al loro interno:
"Esatto, ti faccio un esempio: il Cdr del Messaggero è stato il migliore, dopo averci descritto il genere di collaboratori e il tipo di contratto ad essi applicato, ci ha confermato la cifra di 600 giornalisti precari che lavorano nelle sue redazioni. L'agenzia giornalistica ANSA, invece, nella sua comunicazione ufficiale, parla solo di 7 precari in tutto".

Qual è stata la metodologia che avete utilizzato per reperire i dati?
"Ascolta, non abbiamo voluto sparare a caso quindi siamo andati a cercare dati verificabili chiedendo ad ogni collega 'tu hai un contratto precario?' 'Sì', 'No'. Le persone che non abbiamo potuto raggiungere, ma che sappiamo ci sono, ovviamente non vengono considerate. Ecco perché la cifra di duemila è considerata in difetto".

I dati emersi dal censimento sono stati presentai in una conferenza stampa il 16 febbraio, come è andata?
"Diciamo che l'auto-censimento e l'incontro con la stampa ci sono serviti per smuovere soprattutto il sindacato. Oggi abbiamo iniziato noi, tra un anno sarebbe bello che proprio il sindacato ci invitasse per diffondere lui i numeri reali del precariato giornalistico. Già solo quei pochi numeri che abbiamo raccolto da soli fanno riflettere, ma a livello nazionale sono sicuro farebbero ancora più paura. Il nostro lavoro non si ferma, andremo avanti cercando di aggiornarlo contattando tutte le persone che ancora mancano. Questo però sarà un lavoro lungo, duro perché ti ripeto siamo da soli a portarlo avanti".

Siete da soli, ma siete anche andati a toccare un nervo scoperto della professione giornalistica, nessuno ha dedicato spazio a questo argomento:
"È vero, i grandi quotidiani, le grandi emittenti televisive non ci hanno proprio considerato. Due righe su un paio di quotidiani ed un servizio del TgR. Ma al di là di questo, la maggior parte degli organi di stampa che avevano anche mandato i loro collaboratori alla nostra conferenza stampa, al momento della pubblicazione del pezzo hanno declinato con un 'mi dispiace ma questo pezzo da noi non passa'".

In questa battaglia a quali istituzioni vi rivolgete in particolare e cosa chiedete?
"Prima di tutto ci rivolgiamo ai nostri colleghi giornalisti con un appello: dobbiamo imparare a dire 'no', non si può lavorare gratis o per 5 euro 'lorde' a pezzo e senza alcun tipo di tutela. Poi il sindacato: durante la conferenza stampa Paolo Butturini di Stampa Romana ha ammesso di essere fortemente in ritardo sulle istanze dei collaboratori che poi sono i soggetti da portare direttamente ai tavoli delle trattative e degli stati di crisi perché sono loro a fare i giornali. Secondo i dati Inpgi i precari sono la maggioranza dei professionisti dell'informazione italiana. Il terzo soggetto al quale chiediamo aiuto e solidarietà sono proprio i 'colleghi garantiti' perché si facciano garanti dei loro colleghi e non avallino lo sfruttamento dei precari, soprattutto dopo l'approvazione della Carta di Firenze[1]. Non esiste che un precario lavori, ammesso che venga pagato, per 5 euro 'lorde' a pezzo per servizi che magari prevedono anche una trasferta o altro genere di 'costi vivi' a carico del professionista. E poi l'Ordine professionale, al quale chiediamo di vigilare attentamente e di applicare le sanzioni a chi consente lo sfruttamento dei precari".

Lo scorso ottobre la Commissione Cultura della Camera dei Deputati ha adottato il testo definitivo del disegno di legge sull'equità retributiva nel lavoro giornalistico, a che punto siamo oggi?
"Il testo sull'equo compenso[2] non è stato ancora approvato, per cui chiediamo che diventi velocemente legge. Su questo siamo stati rassicurati dal senatore Vincenzo Vita, membro della Commissione di vigilanza Rai, che si farà promotore di questa istanza nel momento in cui verranno ristabiliti i fondi per l'editoria la cui distribuzione dovrà essere giudicata secondo criteri rigidi. Ad esempio il datore di lavoro che sigla contratti con i professionisti deve essere premiato e quindi ricevere i finanziamenti chi, invece, sfrutta manodopera a basso costo come giornalisti precari e stagisti che lavorano gratis non può assolutamente ricevere alcun contributo". 

Dal punto di vista contrattuale, ammesso che ne venga firmato uno, qual è la tipologia che viene applicata oggi ai giornalisti?
"Allora i contratti dal nostro auto-censimento emerge il caso unico e raro della Rai che assume giornalisti con contratti di consulenza come aiuto registi, presentatori e via dicendo. Sempre la Rai, inoltre, nella stipula da parte delle donne ha una spiacevolissima clausola, la numero 10, che afferma come in caso di gravidanza l'azienda può rescindere il contratto di lavoro senza null'altro a pretendere da parte della giornalista. Le altre tipologie riguardano le Partite Iva, spesso fittizie per guadagni che non arrivano nemmeno a 5mila euro al mese. A seguire i Co.co.co per compensi fissi che vanno da 300 euro al mese per la maggioranza fino a 800 euro al mese per i più fortunati. Poi c'è il diritto d’autore, ed ancora il contratto stipulato con un service esterno, in genere per la free press. Ad esempio nel caso ci licenziamento o sfruttamento i collaboratori che scrivono per Metro o Leggo, non potranno mai rivalersi sulla testata perché non risultano loro dipendenti. Se per caso il service fallisce per un mancato rinnovo del contratto da parte del giornale, i giornalisti non potranno rivalersi su nessuno".

Matteo con il passare del tempo la situazione sembra aggravarsi ulteriormente, come si è arrivati a tutto questo?
"La causa principale, è che storicamente in Italia non ci sono editori puri. Nel nostro Paese chi possiede un giornale porta avanti altri interessi e non importa se a bilancio i quotidiani sono in passivo perché alla fine si ripiana tutto con i numeri in attivo provenienti da altri settori quali ad esempio la sanità, l'edilizia e via dicendo. Poi c'è la questione contratto che, rinnovo dopo rinnovo, viene sempre più depotenziato. E qui la responsabilità maggiore riguarda il sindacato. Tra l'altro, nell’ultima approvazione, è rimasta la figura del free-lance, ma è sparita quella dei collaboratori che in stato di crisi e trattative sono i primi ad uscire alla porta senza possibilità di appello".
 
Un aspetto importante legato a questa situazione riguarda i giovani, quelli formati in particolare dalle scuole di giornalismo che aspirano a diventare i "giornalisti del futuro" ma che, invece, si ritrovano spesso catapultati nel bacino del precariato:
"Si, è un aspetto che abbiamo discusso con il presidente dell'Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, al quale abbiamo chiesto di vigilare sul proliferare di queste scuole che, al di là della preziosa valenza formativa per gli aspiranti giornalisti, hanno rappresentato delle industrie 'sforna precari' e disoccupati in un mercato del lavoro saturo da tempo. Molti di questi ragazzi, inoltre, vengono visti da direttori ed editori come manodopera da utilizzare a basso costo. Un esempio sono le sostituzioni estive o per gravidanza molte delle quali non si fanno più perché tanto ci sono gli stagisti che vengono a lavorare gratis. Questo vuol dire solo illudere i ragazzi di poter mettere piede dentro una grande redazione ma che, invece, vengono cacciati via terminato il periodo". 

Da questo punto di vista la liberalizzazione delle professioni, secondo te, produrranno qualche effetto oppure no?
"La legge sulle liberalizzazioni non farà altro che ribadire ed evidenziare ancora di più la penosa condizione di subordinazione nella quale già ci troviamo. Ti spiego: è dal 2007 che l'Ordine dei giornalisti no stila più un tariffario minimo per le collaborazioni, quindi l'abolizione delle quote non peggiora la nostra situazione per il semplice fatto che queste non sono mai state applicate. I giornalisti non sono come i notai o gli avvocati il cui compenso è noti a tutti. I nostri stipendi sono già bassi e senza quelle tabelle minime di riferimento arriviamo alla fame. Ripeto, quando si viene retribuiti. Ci sono casi di persone che scrivono gratis da anni aspettando il momento della 'svolta'".

"La qualità dell'informazione nella società moderna è un indice della sua organizzazione sociale". (Lipman)

MATERIALI
- Carta di Firenze
- Legge sull'equità retributiva dei giornalisti 
- Testimonianza lavoro giornalistico Rai con contratto per lo spettacolo Enpals
- Risultati dell'auto-censimento: I numeri del precariato giornalistico testata per testata
- Risultati dell'auto-censimento: I tariffari applicati testata per testata

LINK
- Errori di Stampa
- Raccolta firme del Manifesto per la tutela del giornalista precario

NOTE
[1]
La 'Carta di Firenze' è la carta deontologica stilata nel capoluogo toscano dai giornalisti colleghi free lance, collaboratori e precari di tutta Italia, approvata l'8 ottobre 2011. La carta è uno strumento deontologico innovativo per disciplinare modelli virtuosi di collaborazione tra giornalisti e cooperazione con editori per cementare ancora la fiducia tra stampa e lettori. Stabilirà condotte e comportamenti le cui violazioni potranno diventare anche oggetto di procedimento disciplinare da parte degli Ordini professionali o dei sindacati.
[2] Nella seduta del 25 ottobre 2011 la Commissione Cultura della Camera dei Deputati ha adottato il testo definitivo del disegno di legge volto a promuovere l'equità retributiva nel lavoro giornalistico. Il testo è stato trasmesso alle Commissioni parlamentari competenti per l'espressione del parere necessario anche ai fini dell'eventuale trasferimento in sede legislativa. Di questa legge si attende a tutt'oggi l'approvazione.