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INTERVISTA - Nautica: Lorenzo Selva, "la crisi peggiore è nel mercato delle medie imbarcazioni"
In occasione del salone nautico di Rona, il presidente dell?Icomia spiega: "C'è stato un passo indietro nelle scelte del consumatore. Di questi tempi ci si accontenta di una barca più piccola, più facile da gestire, meno onerosa da mantenere"
Fonte: Immagine dal web
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I risvolti della crisi economica, la situazione del settore italiano e straniero, le difficoltà legate al posizionamento del prodotto sui mercati esteri. Anche la nautica, da sempre considerata un mondo accessibile a pochi, un lusso che non tutti si possono permettere, inizia a scricchiolare sotto i colpi di coda dell'attuale contrazione economica. A risentirne, in particolare, le piccole e medie imprese cantieristiche che, non riuscendo a sostenere più i costi di gestione, chiudono i battenti senza possibilità di recupero. Parte da qui l'analisi di Lorenzo Selva, presidente dell'International Council of Marine Industry Association (Icomia) e vice presidente dell’Ucina Confindustria Nautica che, in occasione del Salone nautico Big Blu di Roma concede un approfondimento a tutto tondo sull'attuale situazione e sul futuro di questo settore:
Dottor Selva, cosa pensa l'Ucina degli aspetti legati alla nautica contenuti nella Manovra Monti?
"Questo è un momento poco felice per l'economia in generale e chiaramente anche per la nautica. Come Ucina che siamo riusciti ad ottenere modifiche importanti al testo iniziale, sia quantitative che qualitative: il testo prevedeva un esborso per tutti i natanti dai 2 metri in su, le tariffe iniziali erano il doppio di quelle poi scelte, non era considerata la vetustà della barca nel calcolo della tassa ed erano inclusi anche i dealer che tengono le barche in acqua per venderle. Se vogliamo essere onesti prima di questa manovra qualsiasi barca, anche oltre i 10 metri, era totalmente esente da qualsiasi tassazione. Diciamo che eravamo abituati un po' troppo bene. Che poi la tassa sulle barche sia effettivamente pesante in termini economici e che sia sbagliata nel concetto è un'altra verità".
Cosa intende per sbagliata nel concetto?
"L'assurdità si trova nel fatto che così impostata si può definire una tassa di soggiorno e non un tassa sul bene. Questo comporterà che il settore maggiormente colpito sarà quello dei porti dove certamente si registrerà una riduzione degli stranieri. Siamo l'unico Paese al mondo che ha previsto questa forma di tassazione sullo stazionamento e non sul bene. Per fare un esempio la Francia applica questa imposta da tempo, anche con importi alti e riguarda qualsiasi barca anche piccola, non solo oltre i 10 metri. Tra l'altro, malcostume italiano, non sono poche le barche di 13 metri omologate per 10 e questo è un fenomeno che è giusto che un Governo cerchi di contrastare. Rimane il fatto che in questo momento di sacrifici collettivi pensare di continuare a non pagare niente all'erario è secondo me anacronistico".
Quanto è ampia, secondo lei, la crisi nel settore nautico?
"Partiamo dal presupposto che la situazione diverge tra azienda e azienda e a seconda del mercato di riferimento. La crisi peggiore nella nautica la sta vivendo il mercato delle medie imbarcazioni (dagli 8 ai 15 metri). In tempi di crisi le persone fanno di necessità virtù e si accontentano di una barca più piccola, più facile da gestire, meno onerosa da mantenere e sicuramente c'è stato un passo indietro nelle scelte di acquisto del consumatore finale. Questo non vuol dire che le barche più piccole stiano vendendo bene. Credo che complessivamente il calo delle vendite in tre anni in Italia superi di gran lunga il 50 per cento. Ammiro chi è ancora in piedi e mi domando come alcune piccole realtà riescano ancora a resistere considerando che l'unica via è quella di esportare molto".
In una paese di piccole e medie imprese anche la nautica vive della stessa tipologia di aziende?
"Assolutamente sì e anche in questo siamo un caso unico visto che in Europa stanno sparendo i piccoli cantieri locali. In mercati come Francia, Spagna, Inghilterra o Scandinavia, c'è stata già una selezione forte in cui le realtà piccolo/medie non sono riuscite a competere con la forza economica e commerciale dei grandi cantieri. Come in Francia, ad esempio, dove il gruppo Beneteau ha stroncato parte della piccola/media cantieristica. Ci sono tanti piccoli e medi cantieri locali che non hanno un mercato a livello nazionale ma addirittura, locale, regionale o provinciale. Parlando chiaramente sappiamo bene come a volte esista anche il fenomeno del nero con il quale alcune di queste piccole realtà riescono sopravvivere in Italia, è così ed è una questione di cultura".
È possibile che la crisi nel nostro Paese abbassi la qualità percepita del Made in Italy?
"Direi di no. Magari può far pensare a qualche grosso operatore estero o che vende nel nostro paese che i numeri, già ridotti per la crisi, si ridurranno ancora di più. Verso l'estero non penso che il Made in Italy possa avere dei contraccolpi, anzi, credo che ci sarà ancora più impegno da parte dei cantieri italiani a rafforzarsi verso i mercati stranieri ma, a parte qualche grosso nome, sono pochi coloro che hanno già iniziato impostare business seri, in termini numerici, nei cosiddetti BRIC. Sono altresì convinto che questi nuovi mercati non saranno comunque sufficienti per compensare la crisi di quelli europei e nordamericani. Qualcosa si può fare nei paesi dell'ex unione sovietica dove un certo mercato sta nascendo, ma c'è da fare anche un'altra considerazione: arrivare ai mercati che oggi tirano, l'Asia e il Sudamerica, non è alla portata di tutti. Per un piccolo/medio cantiere non è facile organizzare una vendita in Cina o in Brasile per gli altissimi costi di trasporto e per i dazi enormi che non permettono di contrastare minimamente i produttori locali".
Da imprenditore, quale pensa sia la formula giusta per contrastare questo periodo economico?
"Senz'altro bisogna ridursi. Sia in termini di dimensioni che di costi, perché inevitabilmente il fatturato è calato e non ci sono ragioni per pensare che questo migliori nel breve futuro. Una vera ricetta non penso ci sia. Bisogna contestualizzarsi, ridimensionarsi a quelle che sono le nuove opportunità, è necessario tentare di trovare in ogni modo nuovi sbocchi. Una via è quella di essere veri imprenditori, trovare soluzioni reali a problemi reali, essere sani finanziariamente e cercare di tenere l'azienda in forma evitando sprechi e riducendo i costi. Pensiamo solo come, ad esempio nel 2010, in tutto il mondo, fra tutte le marche presenti, dai 2 cavalli e mezzo ai 350 cavalli, si sono venduti meno di 600mila motori fuoribordo. Rispetto al mercato delle moto o delle automobili questi sono numeri ridicoli, quantitativi minori che danno davvero l'idea della vastità della sfida che aspetta tutti coloro che lavorano in questo settore".
Come Presidente Icomia come pensa si stiano sviluppando i mercati internazionali?
"Penso che forse il mercato Nordamericano uscirà prima di noi da una situazione globale prima ancora del settore nautico ma, fino ad oggi, è ancora più in crisi dell'Europa dove, d'altro canto, l'andamento del mercato è a macchia di leopardo con situazioni terribili come la Grecia e in parte anche Spagna e Portogallo e situazioni meno gravi in Paesi come la Germania e la Francia dove le cose vanno un po' meglio. Sostanzialmente, a parte il difficilissimo momento della nautica inglese, i mercati del centro e nord Europa hanno retto meglio la crisi di quelli del sud Europa. Il resto del mondo è trainato dal Sudamerica, il Brasile soprattutto, dove è nato un mercato nautico ad ampio spettro: dalla piccola barca allo yacht. La ragione base si trova nella condotta politico-economica che ha portato all'aumento del potere di acquisto di tutte le classi sociali brasiliane con benefici chiaramente anche per la nautica che ha in Brasile delle potenzialità fantastiche e ancora non sfruttate. Chiaramente c'è anche l'altra faccia della medaglia perché questo mercato, vario e in fermento, è però protetto dai dazi e dalle stesse scelte economiche che lo hanno portato a crescere. Esportare in Brasile da tutte le altri parti del mondo è difficilissimo. L'unica via è localizzare come alcuni cantieri italiani stanno già facendo. Come Icomia stiamo cercando di premere le autorità europee affinché contrastino il fenomeno del protezionismo messo in atto in molti paesi e che rappresenta una logica ingiusta e assurda".
E per quanto riguarda il mercato Asiatico?
"Per l'Asia va fatto un discorso a parte. Anche se la Cina potrebbe ad esempio essere un mercato potenzialmente enorme è ad oggi ancora una nicchia con dei numeri molto bassi. C'è mercato soprattutto per quelle che sono le grandi imbarcazioni, la piccola nautica da diporto in Cina non esiste proprio. I motivi sono tanti, dalla mancanza di regolamenti di navigazione, a ragioni ambientali, dal divieto di navigazione su gran parte delle coste a motivi prettamente culturali; i cinesi non amano fare il bagno e non amano prendere il sole. Penso che prima che si inizi a vendere la tipica barchetta o il gommone da 6-7 metri in Cina ci vorranno ancora 20 anni. Gli altri mercati sono invece molto piccoli. In Giappone, ad esempio, la nautica da diporto non esiste, non è nella loro cultura. Il giapponese che compra la barca lo fa per andare a pescare per hobby o per mestiere. Anche le condizioni ambientali incidono nella possibilità di introduzione della nautica nella cultura di un popolo, in Giappone hanno l'Oceano Pacifico che è un mare decisamente diverso dal Mediterraneo e che viene percepito in maniera particolare. In buona sostanza bisogna prendere atto che i mercati veri per la nautica, che erano Europa e Nordamerica (da soli costituivano l'80% del mercato mondiale), si sono dimezzati. Pensare che ci siano altri luoghi del mondo che sopperiscano a questo calo è assurdo".
Cosa pensa del salone Big Blu e delle manifestazioni fieristiche per il settore della nautica?
"Premetto che sono convinto che di saloni nautici, soprattutto locali, ce ne siano troppi e che non abbia senso mantenerli tutti. Ciò non toglie che, sia per la posizione di Roma, la prima città italiana, sia perché al Salone di Genova tante realtà dell'Italia centrale si vedono sempre meno per ovvie ragioni, sia perché la macchina organizzativa è gestita molto bene, penso che Big Blu sia una delle poche fiere che abbia senso di esistere. Roma è una piazza degna di tale nome e mantiene le aspettative in termini di grandezza, di organizzazione, di presenza istituzionale etc. Devo dire onestamente che, come imprenditore, ho avuto dubbi se partecipare proprio alla luce di quanto detto fino ad ora sulla riduzione dei costi generale che ogni azienda deve intraprendere. Ho però deciso di prendere parte a Big Blu perché ho trovato l'offerta espositiva particolarmente interessante e perché penso sostanzialmente che 'chi la dura la vince'. I saloni servono alla nautica. Non si compra una barca su Internet e Roma ha un bacino di utenza molto ampio e rappresenta l'unica alternativa seria a Genova".
LINK
- Ucina Confindustria Nautica
- International Council of Marine Industry Association (Icomia)
Nautica: restyling del settore tra innovazione e sostenibilità
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