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INTERVISTA - Senza dimora: Grammatico, "nessuna emergenza, ma una coperta non basta"

Il presidente dell'associazione 'La Casa di cartone' spiega a NanniMagazine.it le lacune di un sistema assistenziale "oramai statico". "Il problema - dice - non va rimandato solo alla responsabilità individuale, ma a una rete sociale più organizzata"

» Costume Francesca Nanni - 08/02/2012

"La nevicata dei giorni scorsi non la si può definire una vera e propria 'emergenza' per i senza fissa dimora. Da una parte è vero che se una persona si trova per strada, senza vestisti, senza scarpe, un po' alticcia come spesso succede queste persone, rischia di morire. Ma dall'altra è anche vero che ciò potrebbe accadere, purtroppo, a prescindere dalla neve. Il fatto è che avevamo problemi a gestire queste situazioni prima, e con un evento climatico di quel tipo i disagi sono solo aumentati".

Così Girolamo Grammatico, presidente dell'associazione promozione sociale 'La Casa di cartone' spiega in questa intervista analizza le luci e ombre di un sistema socio-assistenziale da circa trent'anni "sempre uguale a se stesso". Un terzo settore troppo a lungo prigioniero di un modus operandi che cerca di  risolvere spesso solo bisogno quotidiano, perdendo di vista la progettualità umana necessaria all'inclusione sociale di queste persone. Per cercare di andare un po' più a fondo, Nannimagazine.it ha incontrato Girolamo poco prima della sua partenza per Bruxelles dove mercoledì 8 febbraio è intervenuto ad una conferenza internazionale sulla povertà presso l'EuroParlamento:

Girolamo, qual è stata la situazione nei giorni di freddo estremo e neve?
"Diciamo che a Roma, per fortuna, c'è stata una buona organizzazione, tutti hanno collaborato. I forum della stazione termini e della Tiburtina sono rimasti aperti ininterrottamente quando, invece, ogni notte, in genere, chiudono per quattro ore, così come sono rimaste accessibili i sottopassi  delle metropolitane. A questo si sono aggiunti i rifugi e centri di accoglienza della città che hanno aumentato la disponibilità all'interno delle loro strutture. Tutte soluzioni nate più che altro dalla spontaneità degli addetti ai lavori e di quanti hanno voluto dare una mano, più che da un'organizzazione sinergica, di rete, pianificata a tavolino. E questa purtroppo è un po' la nota dolente del settore assistenza nella città di Roma".

Vale a dire? Secondo te manca una direzione organica che coordini gli interventi in situazioni di questo genere?
"Diciamo che, a ben guardare, quella del 3 e 4 febbraio non è stata poi una grandissima nevicata, di sicuro è stata inusuale per la città di Roma, ma non la si può definire 'emergenza', o meglio si parla troppo e spesso '‘emergenza' senza più distinguere quale sia poi effettivamente la più grave da fronteggiare. Lavorando con i senza fissa dimora da anni posso dirti che situazioni di disagio estremo ci sono tutto l'anno. Eventi climatici di un certo tipo acuiscono solo la fragilità di un sistema di intervento la cui metodologia funziona, ma solo in parte. Sono state tantissime le persone che ci hanno dato una mano durante la nevicata, e tantissime ce la danno ogni giorno dell'anno. Ma la gestione sociale dei senza fissa dimora, anche nell'emergenza, non può essere rimandata quasi sempre al volontariato e alla responsabilità individuale delle persone".

Quindi il problema, secondo te, è istituzionale?
"No, il problema è il metodo".

Spiegati meglio:
"Quello che serve sono le risposte tecniche e strutturali ben organizzate. Attualmente tutti noi operatori, volontari, associazioni, istituzioni, non abbiamo ancora trovato un metodo che ci aiuti a definire il problema nel suo evolversi costante per modificare, via via, gli strumenti sociali a disposizione in modo da gestire le necessità al meglio e proporre buone prassi. In circa trent'anni di servizi sociali, abbiamo capito che dare letto e coperte, indumenti, pasti e servizi igienici non basta. Sono di sicuro beni di prima necessità che vanno soddisfatti certo e questo lo sappiamo fare, ma non basta mai perché il disagio sociale aumenta".

Come si può intervenire allora per gestire l'emergenza sociale?
"Intanto è necessario investire maggiormente nella polivalenza delle strutture. Oggi i servizi sono tutti frammentati: i pasti si fanno da una parte, la doccia da un'altra, vestiti e letto in altre strutture ancora. Capisci da te che una persona senza fissa dimora impiega una giornata per soddisfare anche solo due esigenze diverse. Se ci fosse, invece, la possibilità di fare due o tre cose nella stessa struttura, già sarebbe un buon inizio". 

Ovviamente la polivalenza dei servizi da sola non basta, di cos'altro ancora c'è bisogno secondo te?
"Di investire sulla creatività e sulla possibilità di relazione di queste persone. Come dicevo prima, se trent’anni di servizi sociali così come funzionano ancora oggi da soli non bastano, occorre qualcosa di più. Occorre investire su progetti che cerchino di rimettere in gioco queste persone dal punto di vista umano con iniziative che si basano sulle relazioni e interazioni dei senza dimora a livello culturale e lavorativo con il territorio, fino all'offerta gratuita di una serie di eventi nei centri di accoglienza della città a persone che vivono in uno stato disagio".

Una sorta di scambio, i senza fissa dimora godono di un momento relazionale, mentre chi lo offre entra in contatto con una realtà sociale a lui lontana:
"Esatto. Questo genere di incontri è un'occasione per gli 'ospiti' di entrare in luoghi solitamente a loro sconosciuti, spesso rimossi. Per i senza fissa dimora, invece, è un modo per riattivare il loro contesto relazionale. Una progettualità diversa dal bisogno primario, che trascina queste persone fuori da un presente sempre uguale a se stesso. Ma capsici bene che progetti di questo genere non possono essere realizzati da soli. Ecco perché parlo di progettualità, perché deve essere un lavoro corale realizzato in rete, con le amministrazioni comunali, con le associazioni, il volontariato, gli operatori del terzo settore, medici e ospedali".

Insomma una rete che unisca tutti i livelli di partecipazione e assistenza intorno a queste persone:
"Esatto, anche perché il terzo settore non può essere l'unico preposto all'aiuto. Deve essere premura di tutti cercare di sviluppare un modello di assistenza che privilegi anche metodi nuovi e buone prassi per l'inclusione sociale".

Viene da augurasi che quanto accaduto nei giorni scorsi a causa della neve, serva da lezione per il futuro:
"Assolutamente si. Vorrei appunto concludere questa intervista proprio lasciando una riflessione in merito: questa esperienza ci darà la metodologia per intervenire meglio il prossimo anno? E ancora, una volta terminata l'emergenza freddo, tutte queste persone resteranno per strada o inizierà un vero percorso di inclusione sociale per cercare di evitare che il prossimo anno facciano di nuovo parte del piano anti-gelo? Comune di Roma, volontari, operatori sociali e tante altre istituzioni durante la nevicata hanno dato prova di un impegno davvero importante, ma ora chi raccoglierà e svilupperà questa esperienza maturata?"

LINK
- La casa di cartone
- B.I.P., Beni Immateriali Primari