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La Cina e "il paradosso della prosperità"
Secondo il settimanale inglese The Economist, se il Paese del Dragone vuole continuare a crescere deve allontanarsi dal modello che lo ha reso una superpotenza "governata - scrive il magazine - da un sistema che non è più al passo con le norme globali"
Fonte: Immagine dal web
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"Solo 20 anni fa, la Cina era lontana dall'essere una superpotenza globale. Dopo le proteste in piazza Tiananmen, sfociate in un massacro nel 1989, le sue riforme economiche sono state spesso sotto la lente dei conservatori e rischiando l'isolamento internazionale. Poi, nei primi mesi del 1992, Deng Xiaoping ha intrapreso un 'tour del sud' del Paese tra le province più riformiste. Il consenso alla riforma è stato stupefacente, un colpo da maestro da parte dell'uomo che ha contribuito a rendere la Cina un Paese moderno".
Con un editoriale sull'attuale situazione socio-economica cinese, il prestigioso settimanale britannico The Economist inaugura questa settimana una sezione dedicata interamente al Paese del Dragone, privilegio che dal 1942 era riservato solo agli Stati Uniti. 2Il motivo principale - si legge nell'articolo - è che la Cina è ormai una superpotenza economica e sta diventando rapidamente una forza militare capace di inquietante dell'America. Ma il nostro interesse riguarda soprattutto la sua politica, governata da un sistema che non è al passo con le norme globali".
"Il progresso della Cina è stato implacabile", spiega l'Economist che pure evidenzia come sotto la superficie dello sviluppo, siano presenti ancora oggi notevoli disordini sociali e situazioni difficili da ignorare come, ad esempio, le recenti rivolte nel villaggio Wukan nel Guangdong, una provincia in cui Deng Xiaoping si era recato tanti anni fa; e ancora il conflitto etnico proprio in questi giorni nelle aree tibetane del Sichuan, e poi la paura di una bolla immobiliare nelle grandi città. "Sono tutti segni di forze centrifughe che rendendo il lavoro del Partito Comunista estremamente difficile" e che potrebbero portare ad un'ulteriore stretta nei confronti dei cittadini fomentati.
Di sicuro, si legge nell'editoriale, "l'ascesa della Cina negli ultimi due decenni è stata impressionante. La crescita economica annuale è stata in media del 10% l'anno e 440 milioni di cinesi sono stati sottratta alla povertà; la più grande riduzione della povertà nella storia di un Paese". Eppure, sottolinea l'Economist, "se la Cina vuole continuare la sua ascesa a livello globale, il modello di sviluppo non può rimanere lo stesso". Questo perché sia la Cina che il mondo intero stanno cambiando. Certamente la Cina sta reagendo bene alle "intemperie portate dalla crisi globale. Ma per sostenere un elevato tasso di crescita, l'economia del Paese ha bisogno non solo di investimenti ed esportazioni, bensì di sviluppare e aumentare i consumi interni", ovvero "dovrebbe dare ai consumatori più potere di acquisto e migliorare l'allocazione del capitale".
Oltre l'evidente rallentamento della crescita registrato nel 2011, a preoccupare ulteriormente il governo di Pechino sono anche i disordini sociali che si stanno moltiplicando in alcune aree del Paese. Secondo l'Economist, "molte persone ritengono che la nazione arranchi e, soprattutto, a spese loro. I lavoratori migranti che cercano lavoro in città sono trattati come cittadini di seconda classe, con scarso accesso all'assistenza sanitaria e all'istruzione". Ad acuire il malcontento, anche la corsa "all'accaparramento di terre da parte di funzionari locali che generano una fonte enorme di rabbia".
Da parte loro, "i funzionari di partito, interpretano questa crescente inquietudine dei cittadini cinesi come la prova lampante dei pericoli di una eventuale apertura del governo. Le proteste dei lavoratori possono riuscire ad interrompere la produzione e minacciare la prosperità". Ma i lavoratori cinesi, soprattutto quelli migranti, chiedono solo i diritti che gli spettano: istruzione, sanità e pensioni. Inoltre, evidenzia l'Economist, abbandonare il centralismo politico e lasciare più libertà ai cittadini, "potrebbe giovare, non ostacolare, la crescita economica del Paese". "I sindacati riuscirebbero ad evitare una lunga serie di scioperi selvaggi, i gruppi di pressione potrebbero mantenere un controllo sulla corruzione. Templi, monasteri, chiese e moschee potrebbero offrire assistenza a quanti ne hanno bisogno, offrire un senso alla vita al di là della fame insaziabile di una rapida crescita economica".
"Il sanguinoso passato della Cina - scrive ancora il settimanale inglese - ha insegnato al partito comunista a temere il caos. Ma l'altra lezione della storia è che coloro che si aggrappano al potere assoluto finiscono per perderlo". "Il paradosso, che alcuni funzionari interni al partito stanno iniziando a comprendere, è che per mantenere il suo modello politico-economico di successo, la Cina deve allontanarsi dalla formula che lo ha reso tale fino a qualche tempo fa". La questione, sottolinea l'Economist, è aperta: "Il paese continuerà ad essere un colosso autoritario, rischiando così di ristagnare e disintegrarsi oppure, come vorrebbero tutti, si aprirà diventando più libera e più prosper?".
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