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I giovani, e quel lavoro atipico dal contratto sospetto
Secondo l'Isfol il 12,4% degli occupati non ha una certifica standard e la percentuale raddoppia tra i ragazzi. Sull'apprendistato la Bulgarelli dice: "Permette di acquisire competenze tecniche e trasversali richieste dal mondo lavoro"
Fonte: Immagine dal web
Il mercato del lavoro di oggi è un mercato "meno permeabile, in cui l'ingresso prima e la stabilizzazione delle posizioni lavorative poi avvengono con più difficoltà. Il lavoro non standard aumenta le probabilità di transitare verso un impiego stabile. Tuttavia, la velocità di trasformazione di conversione dei contratti flessibili in occupazioni stabili si è ridotta e gli esiti negativi sono aumentati, segnale che la crisi l'hanno pagata in particolare gli atipici e coloro che nel mondo del lavoro ancora non erano entrati a fine 2008".
Così Aviana Bulgarelli, direttore generale dell'Isfol, commenta l'andamento frammentato del mercato del lavoro che emerge dall'indagine Isfol Plus secondo cui il 65,5% degli occupati italiani ha un contratto di dipendente a tempo indeterminato, il 18,2% un'attività autonoma continuativa. Se poi si parla di apprendistato, si scopre che la quota di apprendisti è pari all'1,4%, mentre il 12,4% dei lavoratori ha un contratto non standard. Un focus importante, dunque, sull'offerta di lavoro che coinvolge annualmente circa 40mila individui tra i 18 e i 64 anni e che fa parte del Sistema statistico nazionale. Purtroppo il numero sempre maggiore di occupazioni atipiche, è decisamente sbilanciata per età e coinvolge maggiormente i giovani: solo il 54% dei 18-29enni, infatti, è a tempo indeterminato, poco meno del 10% sono autonomi, circa l'8% ha un contratto di apprendistato e quasi il 25% rientra nell'atipico. Le donne, i laureati e i residenti nelle regioni meridionali sono più coinvolti nel lavoro non standard (tab. 1): 
Riguardo, invece all'arco temporale dei contratti atipici, la metà dei dipendenti a termine ha una continuità che va dai 7 ai 12 mesi e solo un quarto supera l'anno. La durata delle altre tipologie atipiche è ancora minore (fig. 1):.jpg)
Dal punto di vista di un miglioramento della propria posizione, nel periodo 2008-2010 il 37% dei lavoratori atipici è passato ad un'occupazione standard, mentre il 43,1% è rimasto nella condizione originaria e circa il 20% è finito nell'area dei senza lavoro (tab. 2). Tra chi era in cerca di un'occupazione la percentuale di chi ha trovato un lavoro standard è intorno al 16%, analoga a quella di chi ha invece ottenuto un lavoro atipico; mentre quasi il 60% è rimasto nella stessa condizione e poco meno del 10% è confluito nell'inattività. Confrontando questi dati con i due anni precedenti 2006-2008, inoltre, emerge come il tasso di trasformazione da un'occupazione non standard al lavoro tipico sia sceso di 9 punti percentuali (dal 46% al 37%). Va comunque sottolineato che i lavoratori atipici mostrano performance migliori rispetto a coloro che sono in cerca di lavoro: relativamente a questi ultimi le percentuali di passaggio ad un'occupazione standard sono, infatti, il 21% nel 2006-2008 e il 16% nel 2008-2010.
E proprio su questo segmento si sono sentiti maggiormente gli effetti della crisi che ha portato ad una notevole riduzione delle occupazioni non standard rispetto al 2008; ciò significa l'uscita dal mondo del lavoro di quasi mezzo milioni di lavoratori atipici: "In conseguenza della crisi globale l'andamento dell'occupazione, e in particolare di quella a termine - ha sottolineato il direttore dell'Isfol -, ha subito in Europa una netta contrazione nel biennio 2008-2010, come recentemente illustrato nel documento Draft Joint Employment Report 2011 della Commissione Europea". "In tutti i paesi europei l'attivazione di politiche volte alla creazione di posti di lavoro stanno rapidamente affermandosi come una necessità complementare alle azioni di risanamento finanziario".
Anche nelle dinamiche di passaggio dal lavoro atipico e dalla disoccupazione al lavoro standard i giovani e le donne risultano i più svantaggiati. I laureati, nel periodo 2008-2010, hanno gli esiti più favorevoli dalla non occupazione verso l'occupazione e registrano i migliori livelli di trasformazione dal lavoro atipico al tipico; mostrano tuttavia anche un più alto grado di permanenza nella condizione di non standard: circa 1 laureato su 2 è rimasto con contratto atipico nel corso del biennio. Sotto il profilo territoriale, nel Mezzogiorno si registrano performance peggiori sia nei passaggi da atipico a tipico sia nel rischio di scivolare verso la disoccupazione.
Riguardo poi le specifiche tipologie contrattuali, emerge come l'apprendistato sia quello che offre la maggiore probabilità di mantenere un’occupazione e di confluire nel lavoro a tempo indeterminato (tab. 7). "L'apprendistato - sostiene Aviana Bulgarelli - nella sua natura formativa, permette ai giovani di acquisire le competenze tecniche e trasversali richieste dalla domanda di lavoro e non sufficientemente fornite dal sistema di istruzione e formazione i cui curricula non consentono, al contrario degli altri Paesi europei, periodi di stage in impresa".
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- Isfol
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