Cronaca » Italia » Cronaca Italia

'Acab': Favino, "cultura e consapevolezza di sé contro il germe collettivo della violenza"

Il protagonista, prossimo al debutto in radio il 16 gennaio, parla della sua esperienza durante le riprese. "Nč il film, nč il volume - dice - giustificano la violenza, ma vogliono mostrare a tutti l'esistenza di un fenomeno insito nostra societā"

» Cronaca Italia Aura De Luca - 10/01/2012

"Credo che oggi la violenza sia alimentata da un sentimento di impotenza e di immobilità che viene alimentato da tante cose: dai media e probabilmente anche dalla situazione economica, ma in generale da un'insofferenza nei confronti dell'altro, dalla nostra cultura individualista. Ma credo anche che il pensare di non poter cambiare le sorti della propria vita, piuttosto che della vita della società, generi compressione e questa compressione, quando non ci sono gli strumenti per saperla canalizzare, possa portare alla violenza". L'attore Pierfrancesco Favino parla così dell'odio e alla violenza al centro del film 'Acab - All cops are bastards', all'omonimo libro di Carlo Bonini, di cui è protagonista insieme a Filippo Nigro e Marco Giallini per la regia di Stefano Sollima.

Un film che farà discutere, la cui uscita nelle sale prevista per il 27 gennaio prossimo sarà preceduta dal programma radiofonico 'Acab, la polveriera' in onda dal 16 gennaio, dal lunedì al venerdì alle 19,50 dagli studi di Radio2. Ai microfoni lo stesso Pierfrancesco Favino e l'autore del libro da cui è tratta la pellicola di Carlo Bonini. Al centro del programma sentimenti ed emozioni che in qualche modo toccano e chiamano in causa ciascuno ognuno noi: "Ci siederemo qui, in Via Asiago - spiega Favino all'Adnkronos - e tenteremo di parlare a tutti quanti quelli che pensano di appartenere a questo mondo e che si sentiranno chiamati in causa prima di tutti, ma anche a quelli che, invece, non credono che questo sentimento di violenza diffuso li riguardi". Per Favino, 'Acab, la polveriera' "non ha a che fare solo con celerini e hoolingans, ma anche con quello che improvvisamente sbraita dal finestrino della propria macchina perché pensa che sia stata fatta un'infrazione a suo danno". 


[Una scena del film. Foto di: Emanuele Scarpa]

Nato dal movimento skinhead degli Settanta, Acab è diventato nel tempo una sorta di richiamo universale alla violenza e alla guerriglia nelle città e negli stadi. Una violenza in cui vivono immersi i tre protagonisti Cobra, Negro è Mazinga, poliziotti del reparto mobile, i cosiddetti "celerini", spesso bersaglio di tanta rabbia. Nel momento forse più delicato delle loro esistenze, quando la vita privata arriva alla resa dei conti, incontrano "il futuro" in una giovane recluta, Adriano (Domenico Diele), appena aggregata al loro reparto. L'educazione all'ordine e alla legalità del giovane agente diventano la lente di ingrandimento che racconta il reparto mobile con uno sguardo dall'interno, mentre fuori si susseguono gli episodi di violenza urbana più scioccanti degli ultimi anni, dal vertice del G8 di Genova fino alla morte di Gabriele Sandri.


[Una scena del film. Foto di: Emanuele Scarpa]

Un film estremamente duro il cui sguardo impietoso va oltre la semplice contrapposizione buoni contro cattivi, per rivelare una zona grigia che attraversa la coscienza collettiva, che ha lasciato un segno anche nello stesso protagonista: "Quando l'ho visto - spiega favino - la mia reazione è stata di un silenzio inquietante, come se qualcuno avesse scoperto un nervo, mi avesse fatto vedere un mondo che sembrava non appartenermi e improvvisamente dentro di me ho capito e ho sentito che quella cosa non solo mi apparteneva, ma che io potevo esserne protagonista, che io avevo dentro di me il germe della stessa cosa che vedevo rappresentata".


[Una scena del film. Foto di: Emanuele Scarpa]

"Trovo che la cosa interessante del film - aggiunge Favino - è che questo sguardo sulla violenza sociale venga dato da un punto di vista che è quello del retro della visiera di un uomo appartenente al reparto mobile, ma nè il film, nè in nessun modo il libro hanno intenzione di giustificare alcuna violenza. L'unica cosa che vogliono fare - ha precisato l'attore - è mettere sotto gli occhi di tutti l'esistenza di questo stato di cose e non l'esistenza del reparto mobile di Polizia, piuttosto che dei tifosi, ma di qualcosa che è all'interno della nostra società e che si nasconde sotto varie forme, che ha carte di identità diverse, ma che è unito probabilmente da un germe collettivo, se pur con le sue distinzioni ma che ha una radice profonda che è molto diffusa, più di quanto ci aspettiamo".

Ma in mezzo a tanta rabbia c'è una via di d'uscita: "Io ho sempre creduto - osserva Favino - che la cultura possa fare molto per l'individuo. Ho sempre pensato che in realtà sociali difficili sia molto utile costruire degli individui attraverso la consapevolezza di sé. Non è utile per chi vuole che questi individui siano dei clienti e basta e cioè che spendano solo i loro soldi. È molto utile per chi vuole che una società sia formata da persone e da personalità e non da clienti e la cultura questo può farlo. Può farti scegliere cosa ti piace, cosa non ti piace, può farti diventare consapevole di quello che sei, di quello che non sei e soprattutto di quello che non vuoi essere".

LINK
- Sito web del film 'Acab'
- Acab su Facebook