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Dissesto idrogeologico: Muroni, "applicare i divieti di costruzione nelle zone a rischio"

Così la presidente di Legambiente alla presentazione dei dati sull'Ecosistema 2011 che disegnano una grave situazione geologica del Paese: ancora forti ritardi di prevenzione e informazione, mentre il cemento è il nemico numero uno.

Titolo: Alluvione a genova il 4 ottobre 2011
Fonte: www.genova24.it

"La progressiva urbanizzazione del Paese ha fortemente modificato sua la struttura territoriale, la quale, solo cinquant'anni fa, appariva molto meno 'cementata' […]. L'eccessiva cementificazione delle aree urbane, ma anche delle aree limitrofe ai corsi d'acqua nelle campagne, crea una impermeabilità del terreno che non permette alle acque piovane di penetrare nel sottosuolo, via di fuga naturale per scongiurare allagamenti, esondazioni e frane". Il 10 ottobre 2011, pochi giorni dopo le alluvioni in Liguria e Toscana, il geologo Mario Tozzi spiegava così a NanniMagazine.it il perché dei continui dissesti dell'Italia dovuti a calamità naturali, oggi sempre più frequenti e inarrestabili. Oggi, il dossier Ecosistema Rischio 2011 realizzato da Legambiente con la collaborazione del Dipartimento della Protezione Civile, che ha monitorato le attività di prevenzione di 1.500 fra le 6.633 amministrazioni comunali italiane classificate a rischio idrogeologico potenziale più elevato, conferma ulteriormente la gravità della salute geologica del Bel Paese, arrivando a calcolare che sono circa 5 milioni le persone esposte attualmente ad un pericolo continuo[1]. 

Il nemico numero uno di questi fenomeni, come spiegato anche da Mario Tozzi, è il cemento che mangia ogni anno fette cospicue del patrimonio territoriale italiano, alterando e sconvolgendo l'assetto idraulico del territorio e aumentando il rischio su tutto il territorio nazionale. Per il motivo , come sottolinea il dossier, "se è impossibile pensare di impedire alla natura di fare il suo corso, è invece fondamentale operare concretamente per mitigare il rischio e limitare l’esposizione dei cittadini e i danni attesi in caso di calamità". Un dovere che spetta, in particolare, ai Comuni. 

COMUNI A RISCHIO IDROGEOLOGICO IN ITALIA. Secondo il report redatto dal ministero dell'Ambiente nel 2008, menzionato nel dossier di Legambiente, sono 6.633 i comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, l'82% del totale. Una fragilità che è particolarmente elevata in regioni come Calabria, Molise, Basilicata, Umbria, Valle d'Aosta e nella Provincia Autonoma di Trento (dove il 100% dei comuni è classificato a rischio), seguite da Marche e Liguria (99%), da Lazio e Toscana (98%). Sebbene in molte regioni la percentuale di comuni interessati dal fenomeno possa essere leggermente inferiore, la dimensione del rischio è comunque preoccupante, come testimonia l'alluvione del 2010 che ha colpito una vasta area del Veneto, regione in cui si registra la percentuale più bassa di comuni interessati da fenomeni di dissesto idrogeologico (pari comunque al 56% del totale) ma in cui evidentemente l'entità del rischio, seppure in aree di estensione più concentrata in alcuni territori, è molto elevata. La superficie delle aree ad alta criticità idrogeologica si estende per 29.517 Kmq, il 9,8% dell'intero territorio nazionale, di cui 12.263 kmq (4,1% del territorio) a rischio alluvioni e 15.738 Kmq (5,2% del territorio) a rischio frana. 




LA POPOLAZIONE NELLE ZONE A RISCHIO. Più nel dettaglio, dai nostri dati risulta che nel 50% dei comuni intervistati siano meno di 100 le persone presenti in aree a rischio; nel 26% dei casi questo numero è compreso fra le 100 e le mille unità e nel 9% delle situazioni sale nella fascia fra mille e 10mila persone. Per quel che riguarda i comuni più grandi e densamente popolati fra quelli che hanno partecipato all'indagine, sono 9 quelli in cui la popolazione residente in aree a rischio è compresa fra 10 mila e 50 mila, uno quello in cui è compresa fra 50mila e 100mila e due quelli in cui sono presenti oltre 100mila persone in zone esposte a pericolo. Soltanto in 19 comuni su 1.316, pur essendo presenti strutture in aree a rischio, le amministrazioni comunali non sono state in grado di fornire una stima della popolazione residente o comunque presente su base quotidiana in tali zone.




URBANIZZAZIONE DELLE ZONE A RISCHIO. Secondo l'analisi dei dati di Legambiente in 1.121 comuni (l'85% di quelli analizzati dal dossier) sono presenti abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana, e nel 31% dei casi in tali zone sono presenti addirittura interi quartieri. Nel 56% dei comuni campione della nostra indagine in aree a rischio sono presenti fabbricati industriali che, in caso di calamità, comportano un grave pericolo oltre che per le vite dei dipendenti, per l'eventualità di scarico di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni. Nel 20% dei comuni intervistati sono state costruite in aree a rischio idrogeologico strutture sensibili come scuole e ospedali, e nel 26% dei casi strutture ricettive turistiche o commerciali.




ATTIVITÀ DEI COMUNI CONTRO IL RISCHIO IDROGEOLOGICO. Una delle soluzioni per evitare il rischio è la de localizzazione le abitazioni, insediamenti o fabbricati industriali, ma soltanto 56 comuni intervistati (il 4%) hanno affermato di aver intrapreso una soluzione di questo tipo e appena nel 2% dei casi si è provveduto con interventi analoghi su insediamenti o fabbricati industriali. Dal punto di vista pratico, dunque, ancora nulla di fatto. Quanto all'aspetto conoscitivo, buona parte dei comuni sembrano essere più solerti: il 79% ha redatto piani urbanistici che hanno recepito le perimetrazione delle zone esposte a maggiore pericolo, il l 69% svolge regolare attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d'acqua e delle opere di difesa idraulica e il 70% ha realizzato opere per la messa in sicurezza dei fiumi o di consolidamento dei versanti franosi. Interventi che, tuttavia, se non realizzati adeguatamente e sulla base di attenti studi per valutarne l’impatto su scala di bacino, rischiano in molti casi di accrescere la fragilità del territorio piuttosto che migliorarne la condizione.

INTERVENTI DEI COMUNI NEL DETTAGLIO. Partendo dal fatto che nel 49% delle amministrazioni comunali italiane sono previsti interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico nell'ambito della programmazione nazionale o regionale sulla difesa del suolo, ma che è stata, di fatto, applicata soltanto in pochissimi casi, il dossier di Legambiente sottolinea che le attività di messa in sicurezza riferite dai comuni intervistati si sono concentrate  soprattutto alla costruzione di nuove arginature o all'ampliamento di arginature già esistenti (37%); solo l'11% dei comuni intervistati ha affermato di aver provveduto al ripristino e alla rinaturalizzazione delle aree di espansione naturale dei corsi d'acqua e solo nel 9% dei casi di aver riaperto tratti con tombini o intubati dei corsi d'acqua. Da notare, inoltre, che solo nel 6% dei comuni oggetto dell'indagine si è provveduto al rimboschimento di versanti montuosi e collinari franosi o instabili. Nel 29% dei comuni intervistati le attività di messa in sicurezza hanno previsto opere di risagomatura dell’alveo fluviale e nel 17% dei casi la costruzione di briglie. 

GESTIONE DELL'EMERGENZA E INFORMAZIONE. Secondo il rapporto Ercosistema Rischio 2011, la situazione è migliore quando si parla di organizzazione del sistema locale di protezione civile: atto in caso di frana o alluvione, infatti, l'82% dei comuni applica un piano di emergenza dichiarato "aggiornato", però, soltanto dalla metà dei comuni intervistati. Il 71% dei comuni, inoltre, riferisce di aver recepito il sistema di allertamento regionale, mentre il 48% dei comuni che hanno partecipato all'indagine, ha detto di disporre di una struttura di protezione civile operativa in modalità h24. Altro punto dolente riguarda l'informazione alla popolazione sui rischi idrogeologici, sui comportamenti da adottare in caso di pericolo, sui contenuti del piano d'emergenza e sulla formazione del personale. Purtroppo, solo il 33% dei municipi che hanno risposto al questionario di Ecosistema rischio ha organizzato iniziative rivolte ai cittadini e il 29% ha predisposto esercitazioni per testare l'efficienza del sistema locale di protezione civile.

IL COMMENTO DI LEGAMBIENTE.  "I drammatici eventi che hanno colpito di recente Liguria, Toscana, Sicilia, Calabria - ha spiegato la direttrice generale di Legambiente, Rossella Muroni - sono solo le ultime tragiche testimonianze di quanto il territorio italiano abbia bisogno non solo di un grande intervento di prevenzione su scala nazionale ma anche di come la popolazione debba essere informata e formata ad affrontare gli eventi calamitosi". "Dobbiamo lavorare - ha detto -  anche per affermare una nuova cultura del rischio che renda le persone capaci di evitare comportamenti pericolosi di fronte a fenomeni naturali purtroppo non più eccezionali ma intensificati, ormai con evidenza, dagli effetti dei cambiamenti del clima". "Sul fronte del territorio poi - ha concluso Muroni - è assolutamente prioritario e fondamentale dare maggiore efficacia ai vincoli che vietano di costruire nelle aree esposte al pericolo, programmare e realizzare gli abbattimenti dei fabbricati abusivi, delocalizzare dove possibile le strutture a rischio e investire in interventi di qualità per la sicurezza".

MATERIALE
- Il dossier di Legambiente 'Ecosistema Rischio 2011' (pdf)

NOTE
[1]
Un valore stimato calcolando le risposte ai questionari utilizzati da Legambiente per l'indagine pervenute da parte dei Comuni, ai quali è stato chiesto di indicare il numero di persone che quotidianamente vivono o lavorano in zone a rischio idrogeologico secondo sei livelli individuati nel questionario.