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Archeologi italiani: Ana, "riscoprono il passato, ma non hanno futuro"

Lo slogan utilizzato più volte nelle manifestazioni di questa categoria di lavoratori è chiaro e si unisce al dossier dell'Associazione nazionale che delinea, senza esclusione di particolari, luci e ombre della professione.

» Professioni Redazione - 02/02/2012
Fonte: Immagine dal web

Altro che Indiana Jones alla scoperta di preziosi tesori, sarcofagi egizi, reliquie sacre o città sepolte dalla storia. Se film e saghe cinematografiche di successo hanno contribuito a veicolare nel tempo un'idea fin troppo fascinosa della professione, nella realtà di tutti i giorni il mestiere dell'archeologo non gode proprio di buona salute.
 
Secondo i dati del secondo Censimento nazionale dell'Associazione nazionale Archeologi (Ana) presentati alla Borsa del turismo archeologico di Paestum il 17 novembre scorso, infatti, "da  molti anni, come nel resto d'Europa, gli scavi archeologici non avvengono più solo per scopi di ricerca, bensì per consentire la realizzazione di opere assai diverse, pubbliche e private, dalle grandi infrastrutture di comunicazione (strade, ferrovie, canalizzazioni ecc...) agli scavi urbani per parcheggi, metropolitane, fognature, complessi residenziali, agli interventi sul territorio per impianti di energie alternative, cave, sistemazioni agricole". "Scavi d'emergenza", come li ha definiti il direttore generale per le antichità, Luigi Malnati, nell'introduzione del dossier, poiché vengono svolti per documentare depositi archeologici che verranno asportati o per salvare strutture archeologiche che rischierebbero la distruzione.

ARCHEOLOGO, UN MESTIERE CHE CAMBIA..MA NON IN MEGLIO. Il ruolo dell'archeologo, dunque, sta cambiando piuttosto in fretta, perdendo via via la sua caratteristica di ricerca per trasformarsi, invece, in una sorta di "tecnico urbano" che poco o nulla ha a che vedere con la sua formazione. Sono tanti gli archeologi, infatti, ad essersi laureati in lettere antiche, beni culturali, archeologia; talvolta hanno conseguito anche un dottorato per poi formare l'esperienza in molti cantieri d'emergenza, per una competenza qualitativa estremamente alta. Negli anni, però, l'elevata competenza di questi professionisti sembra essersi ridimensionata e questo, secondo il dossier "per un motivo molto semplice: la committenza che paga non è interessata alla qualità della prestazione, ma solo a spendere il meno possibile e ad accelerare i tempi".

CONTROLLI QUALITATIVI E IL COMPITO DELLA RICERCA. Da un punto di vista professionale, dunque, gli archeologi, in particolare quelli delle soprintendenze, hanno sulle loro spalle tutta una serie di controlli qualitativi che l'Ana dubita possano riuscire a svolgere: "Per un fatto quantitativo - si legge nel dossier -, perché sono circa 400 per oltre 7mila scavi; per un fatto anagrafico, perché l'età media supera i cinquanta anni e per un fatto organizzativo, perché sono afflitti da una burocrazia ormai ossessiva". E è poi c'è l’attività di ricerca, "svolta in maniera quasi esclusiva dalle università, già pesantemente penalizzata dal taglio delle risorse economiche che appare sempre più slegata dalle esigenze della società e dalla prassi quotidiana della tutela e che prepara operatori inadatti ai compiti dell'archeologia d'emergenza, mentre l'attività delle soprintendenze risponde alle richieste contingenti delle committenze pubbliche e private e delle pianificazioni territoriali, ma si rivela spesso priva di strategie di ampio respiro". Secondo l'Ana, dunque, "servirebbe una forte integrazione tra università e soprintendenze, mentre spesso si riscontrano inutili conflittualità latenti".

TAGLI AL SETTORE, ASSENZA DI TURN-OVER E PRECARIETÀ. Al di là della questione degli scavi, centrale per chi si occupa di archeologia, il calo sempre più consistente delle risorse a disposizione delle Soprintendenze, ma anche degli enti locali, sta mettendo in discussione la capacità di provvedere anche semplicemente alle esigenze di manutenzione delle aree archeologiche strutturate, nonché alla sicurezza e alla operatività dei musei archeologici in termini di relazioni con il pubblico e di attività di valorizzazione; in molti casi mancano anche le risorse per mantenere semplicemente aperti gli uffici. 

IDENTIKIT DELL'ARCHEOLOGO ITALIANO. Secondo i dati raccolti dal II° censimento nazionale dell'Associazione Nazionale Archeologi (Ana), cui hanno risposto 835 archeologi, il profilo di un archeologo italiano nel 2011 si tradurrebbe in "una giovane donna freelance, con alta formazione e competenze multidisciplinari, che prova in tutti i modi ad affermarsi come professionista, ma rischia quotidianamente di rimanere impigliata nella trappola della precarietà". Il 14% dei professionisti i occupa di scavi, ricerca, valorizzazione e indagini preventive in forma di dipendente; il 6% svolge la propria attività nel ministero, Università o altri enti pubblici; l'8% presso imprese o istituzioni private.  



FORMAZIONE E INQUADRAMENTO CONTRATTUALE. Dal punto di vista della formazione, viene confermato nel dossier il dato di una professione ad alto profilo formativo: gli archeologi professionisti italiani sono laureati con curriculum quadriennale vecchio ordinamento o laurea quinquennale nuovo ordinamento. Il 41% operanti in Italia possiede un titolo di studio post lauream. "Ciononostante appena il 3% dei laureati in discipline archeologiche riesce a trovare un lavoro coerente con le proprie competenze (dati Civita 2007). Anche quando ci riesce, la condizione lavorativa resta debole: il 62%, non riesce a lavorare più di sei mesi all'anno, il 52% è costretto a trovarsi un secondo lavoro". La conseguenza inevitabile "è l'abbandono della professione dopo 3 o massimo 5 anni, per cercare un impiego in altri settori". Dal punto di vista dei contratti lavorativi, invece, il 27% dei professionisti opera in forma autonoma con partita iva o parasubordinata (21% Co.co.pro, 14% collaborazione occasionale), mentre il 7% lo fa in forma di impresa (società, cooperative, studi professionali). Da non trascurare il 10% di archeologi retribuiti da borse di studio che spesso, però, devono essere associate ad altre fonti di reddito perché insufficienti.

COMMITTENTI. Nel dossier viene specificato che "chi esercita l’attività professionale in forma autonoma o d'impresa lavora prevalentemente su incarico diretto di enti pubblici o controllati, di società e gruppi di costruzioni privati e, in alcuni casi, delle soprintendenze archeologiche". L'attività principale è costituita dall'assistenza archeologica alle opere pubbliche e private e da scavi di emergenza, ma va affermandosi, seppur a rilento, il contributo dell’archeologia preventiva e l'intervento nei processi di pianificazione territoriale. Tra le altre attività si rileva la catalogazione dei beni, le guide turistiche, la didattica, la divulgazione, le attività museali.

APPALTI E TARIFFE. "Il meccanismo del massimo ribasso da un lato, il ricorso a soggetti non qualificati e il dilagare di forme contrattuali atipiche per eludere i contratti nazionali di lavoro dall'altro, hanno determinato negli ultimi anni un costante 'smottamento' delle tariffe riconosciute agli archeologi, arrivando - si legge nel dossier - a picchi minimi orari di 5-6 euro lordi. E questo accade soprattutto negli  appalti pubblici". "Il 74% degli archeologi guadagna meno di 20mila euro lordi all’anno, mentre solo il 10% riesce a raggiungere livelli di retribuzione tra i 20mila e i 35mila euro. Il 4% riesce a guadagnare tra 35mila e 50mila euro lordi all'anno. "Allarmante, inoltre, il numero dei mesi lavorati all'anno: il 63% lavora meno di sei mesi all'anno, mentre solo il 17% riesce a lavorare continuativamente tutti i mesi. I dati quindi confermano la difficoltà nelle attuali condizioni di fare dell'archeologia una professione vera e propria".

RICONOSCIMENTO PROFESSIONALE. Secondo il dossier dell'Ana, attualmente "non esiste alcuna forma di riconoscimento professionale per l'archeologo perché la normativa italiana non fissa dei requisiti minimi (titoli, curriculum, esperienza) per l'esercizio della professione". In assenza di una pur minima regolamentazione, "il mercato tende a premiare i soggetti più spregiudicati o meno qualificati e appena formati perché disposti, almeno nella fase di ingresso, ad accettare tariffe molto basse, in alcuni casi inferiori a 10 euro lordi all'ora". Secondo l'Associazione nazionale Archeologi, dunque, per ottenere il riconoscimento della professione "occorre abbandonare ogni nostalgia per formule di protezione che tendono a irrigidire la professione, alimentando logiche ultra-corporative che inevitabilmente generano inefficienza e scarso controllo degli standard qualitativi". "È altrettanto vero, però, che non si può consegnare alla giungla del mercato, così come avviene oggi, una professione come quella dell'archeologo, che partecipa, direttamente o indirettamente, alla tutela di un interesse pubblico costituzionalmente garantito. Per questo l'Ana chiede il riconoscimento giuridico della professione, individuando in maniera chiara e univoca all'interno del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio i requisiti minimi per poter esercitare, definendone le sfere di competenza". 
Al contempo è necessario istituire presso il ministero per i Beni e le Attività Culturali un elenco dei professionisti in possesso dei requisiti minimi, garantendo modalità di iscrizione aperte e piena trasparenza nella gestione. "L'istituzione di un elenco pubblico è fondamentale per favorire l'incontro diretto fra il mercato del lavoro e gli archeologi professionisti sulla base dei titoli, delle competenze e dell'esperienza professionale acquisita, anche per superare le attuali prassi che mediano e talvolta alterano il rapporto fra domanda e offerta di lavoro".