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Trapianti: Bambino Gesù, quello di rene da vivente è un'alternativa efficace
Questo intervento rappresenta oggi l'11% di quelli eseguiti in Italia ogni anno Sono 7mila i pazienti in Italia ancora in lista d?attesa, 7 donatori su 10 sono donne. In un convegno il punto su potenzialità e criticità legate a questa operazione
Fonte: Immagine dal web
È considerato una valida alternativa terapeutica al più noto trapianto da donatore cadavere. Eppure, il trapianto di rene da vivente rappresenta oggi l'11% di quelli eseguiti in Italia ogni anno. È quanto emerso dal convegno il 14 novembre scorso durante il quale esperti internazionali e nazionali hanno discusso e analizzato le potenzialità e le criticità legate a questa tipologia di intervento: dalle problematiche etiche alla legislazione in materia, dalle tecniche chirurgiche sviluppate negli ultimi anni alle esperienze di altri paesi comunitari ed extracomunitari, dalle riflessioni sulle scelte comunicative per proporre la donazione da vivente alle resistenze riscontrate nell'opinione pubblica o tra gli stessi operatori.
"L'incremento dei trapianti di rene da vivente e la promozione di questa scelta terapeutica - ha dichiarato Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro Nazionale Trapianti - rappresentano nel loro insieme un obiettivo strategico della Rete Nazionale Trapianti anche nell'ottica di un progressivo aumento dell'aspettativa di vita della popolazione italiana e di un conseguente innalzamento dell'età media dei donatori per quanto concerne il prelievo di organi da cadavere. Il Trapianto di rene da vivente. Un'alternativa efficace". "Nel nostro Paese - ha chiarito Lorenzo D'Avack, Vice Presidente Vicario del Comitato Nazionale di Bioetica - la regolamentazione giuridica del trapianto di rene da vivente (legge 26 giugno 1967, n. 458), si ispira a questi criteri e principi ed è stata costruita come esplicita deroga all'art. 5 del vigente Codice civile che vieta ogni atto di disposizione del proprio corpo qualora ne possa derivare un danno biologico permanente e qualora sia contrario al buon costume e all’ordine pubblico".
"La normativa autorizza la donazione e il trapianto di rene sia tra consanguinei che fra estranei affettivamente collegati, qualora i primi non siano reperibili, ma - ha aggiunto - non esclude la possibilità che vi possano essere casi di donazione di rene anche fra persone totalmente estranee come nel caso della donazione samaritana e della donazione cross-over". "Nel complesso - ha concluso D'Avack - l'intero procedimento è circondato da una serie di cautele normative allo scopo di garantire la partecipazione libera e consapevole dei potenziali donatori e la concreta realizzazione di interessi solidaristici con esclusione di finalità di lucro (registro dei possibili donatori, valutazione da parte di un collegio medico dell'idoneità fisica e psichica del donatore, controllo e autorizzazione data dal Tribunale)".
COMPITI, INTERVENTI E METOODOLOGIA. A chi spetta il compito di proporre, al malato e alla sua famiglia, la possibilità di eseguire un trapianto da vivente? In che modo e quando? Chi informa i candidati donatori sugli eventuali rischi per loro stessi e sulle reali possibilità di successo del trapianto? È possibile informare il paziente e i suoi parenti in maniera "neutra", senza condizionare la libera scelta e come viene verificato il livello di comprensione di tutte le informazioni date? "È evidente che gli interventi finalizzati a implementare la donazione da vivente devono affrontare questi interrogativi - ha dichiarato Alessandra Feltrin, Responsabile Area Psicologia e Formazione del Centro Regionale Trapianti Veneto - e trovare risposte e soluzioni condivise e praticabili. Conseguentemente tali interventi presuppongono l'implementazione delle abilità comunicative dei sanitari coinvolti, oltre alle loro conoscenze tecniche e cliniche". "La vicenda della donazione e del trapianto da vivente - ha aggiunto - ci mette di fronte alle storie delle persone, alle prese con le biografie familiari; ci dà il potere di influenzarle, modificando gli equilibri tra i vari componenti, i bisogni e le aspettative reciproche, a volte la qualità delle relazioni. Questa consapevolezza ci darà la misura del compito che abbiamo di fronte e dell'importanza di individuare e attuare strategie di assistenza e accompagnamento adeguate”.
PROGRAMMI TERAPEUTICI E PRELIEVO LAPAROSCOPICO. Come spesso accade in medicina, lo sviluppo di tecniche chirurgiche più raffinate facilitano il diffondersi di programmi terapeutici prima impensabili. È il caso, ad esempio, del prelievo laparoscopico di rene da donatore vivente: "La nefrectomia laparoscopica nel donatore vivente, introdotta per la prima volta nel 1995 negli USA, ha rivoluzionato il trapianto renale ed è diventata il metodo di prelievo di riferimento nella maggior parte dei centri trapianto nel mondo - ha sostenuto Jacopo Romagnoli, Dirigente Medico UOC di Chirurgia Sostitutiva presso il Policlinico Agostino Gemelli -, a dispetto della sua difficoltà tecnica e del suo processo di maturazione sempre in corso. Questa tecnica riduce la morbilità chirurgica, pur garantendo un ottima funzione renale nel ricevente, e si è rivelata un utile strumento per affrontare la carenza di donatori". In Italia gli ultimi anni sono stati segnati dall'introduzione di tecniche chirurgiche e dallo sviluppo di sistemi gestionali che hanno favorito l'incremento del trapianto di rene da vivente. "Negli ultimi 10 anni abbiamo eseguito oltre 200 trapianti di rene da donatore vivente di cui 180 con prelievo renale laparoscopico. Abbiamo avviato il programma di trapianto "cross-over", trapiantando 5 coppie, e quello di trapianto AB0 incompatibile", ha dichiarato Ugo Boggi, Direttore UO di Chirurgia Generale e Trapianti nell'Uremico e nel Diabetico dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana.
"Quaranta anni dopo il nostro primo trapianto renale, da donatore vivente, molti dei cambiamenti organizzativi e gestionali che sono intervenuti rappresentano l'evoluzione dello spirito innovativo che animò anche le prime esperienze". "Oggi - ha concluso Boggi - lo sviluppo di un'attività continuativa di trapianto renale da donatore vivente richiede un costante aggiornamento professionale, una stretta collaborazione interdisciplinare, un programma di informazione dei pazienti e delle loro famiglie, la possibilità di utilizzare le tecniche chirurgiche più avanzate, e la disponibilità di competenze immunologiche di avanguardia tali da affrontare con successo le barriere di "incompatibilità" biologica". Per alcuni però, come il professor Paolo Rigotti, responsabile della SSD Trapianti Rene e Pancreas del Dipartimento di Chirurgia generale e trapianti d'Organo Azienda Ospedaliera di Padova, i passi fatti sino ad oggi sono l'inizio ma non sono abbastanza. "L'insufficiente informazione dei medici, dei pazienti e dei potenziali donatori; la fase di preparazione molto lunga necessaria per la valutazione della potenziale coppia donatore/ricevente e l'estrema tutela del donatore - ha detto Rigotti - sono solo alcune delle ragioni che impediscono un reale sviluppo di questo programma nel nostro paese".
LA SITUAZIONE A LIVELLO INTERNAZIONALE. Si chiama 'The Norwegian model', il modello utilizzato in Norvegia per il trapianto di rene da vivente scelto sin dal 1968, come spiegato da Arnt Jacobsen, ex Chairman del Board Scandiatransplant, come prima opzione terapeutica "nella piena convinzione che avremmo potuto trapiantare più pazienti, ridurre i tempi di lista d'attesa e garantire anche l'ottimo stato di salute del donatore". Dopo 43 anni il risultato di questa scelta è che il 38 percento dei trapianti di rene eseguiti in Norvegia sono da donatore vivente. E la Norvegia è anche il paese in cui i dati sul follow up dei pazienti trapiantati e dei donatori è più ricco: in tutti questi anni non ci sono stati decessi operatori né post-operatori, l'aspettativa di vita del donatore non risulta essere modificata e anche il recupero dei trapiantati è completo.
IN FRANCIA. In Francia, paese in cui la legislazione e l'organizzazione del sistema trapiantologico è molto simile all'Italia, il trapianto di rene da vivente rappresenta ancora una parte residuale del totale dei trapianti di rene effettuati (4.4 pmp nel 2010). Secondo il parere del Direttore Direzione Medica e Scientifica presso l'Agence de Biomédicine Karim Laouabdia, "il motivo di numeri così bassi? I nefrologi sono riluttanti ad accettare la donazione da vivente perché la trovano in contrasto con il principio del "primum non nocere". Ma tutte le commissioni di esperti, invece, propongono il trapianto di rene da vivente come una valida alternativa terapeutica per il paziente in attesa di trapianto e non rappresenta un pericolo per la salute del donatore".
IN EGITTO. Completamente diversa, invece, la situazione in Egitto paese in cui, sino ad oggi, il procurement di organi a donatori cadavere era vietato dalla legge. L'unica possibilità di donazione, dunque, è stata per anni quella "da vivente". Come annunciato da Mohamed Adel Bakr, Vice presidente della Società Araba di Nefrologia e trapianto di rene, "la primavera araba ha avuto effetti anche in tema di donazione di organi tessuti e cellule: un accordo firmato tra l'Italia e l'Egitto prevede lo sviluppo della donazione da cadavere".
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