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INTERVISTA - Guido Barbera: "Diamo un Nobel alle donne d'Africa"

Portatrici sane di pace, le donne di uno dei più grandi e sofferti continenti del mondo lottano ogni giorno contro fame, povertà e violenza per far progredire il Paese. Un'associazione internazionale le ha candidate al Nobel. Tutte.

» Africa Tatiana Battini - 29/09/2011

"Riconoscere e valorizzare il ruolo delle donne in Africa e dare loro il Premio Nobel per la Pace 2011". Questa è la proposta promossa dal Coordinamento di iniziative popolari di solidarietà internazionale (Cipsi) e dall'associazione ChiAma l'Africa, per sottolineare il ruolo di primo piano che le donne africane ricoprono ormai da diversi anni nel Paese, svolgendo attività di micro imprenditoria in vari settori, scegliendo di migliorare la società abbracciando la carriera politica, aiutando chi soffre, chi è malato, o ancora badando alla famiglia, alla crescita dei figli, sempre in condizioni estremamente difficili. La Campagna per l'assegnazione del premio si chiama 'Nobel Peace Prize for African Women' (Noppaw), e sta coinvolgendo da mesi l'intero mondo, attraverso una raccolta di firme cartacea e una digitale, congressi, video di sensibilizzazione.

Coraggiose, silenziose, determinate. Le donne africane da decenni sono protagoniste nella microfinanza: "Dalle storiche tontine dell'Africa occidentale, fino alle forme più elaborate di microcredito in tutte le parti dell'Africa - si legge nel sito web di Noppaw -. Microcredito che ha permesso la nascita di migliaia di piccole imprese. Le donne africane sono capaci nell'organizzazione della gestione dell'economia: esistono in Africa migliaia di cooperative che mettono insieme donne impegnate nell'agricoltura, nel commercio, nella formazione, nella lavorazione di prodotti agricoli". Per parlare della proposta del Nobel NanniMagazine.it ha intervistato il presidente del Cipsi, Guido Barbera:

Un Premio Nobel collettivo è atipico: cosa avete proposto esattamente alla commissione di Oslo?
"Il premio è atipico in quanto il regolamento del Nobel prevede una candidatura specifica di un massimo di tre persone o comunque di un'associazione, società o ente specifico. Con la proposta di premiare tutte le donne d'Africa intendiamo far passare un messaggio preciso, che risiede proprio nell'importanza di un premio collettivo e non individuale. La pace ha bisogno di azioni di massa, ha necessità dell'intervento di tutti, non solo di qualcuno. Resta il fatto che la nostra proposta è atipica e dunque, per venire incontro a quelle che sono le regole del Nobel, nella candidatura presentata a Oslo abbiamo indicato tre diverse possibilità per l'attribuzione del premio". 

Di cosa si tratta?
"La prima opzione è quella di premiare tutte le donne africane a livello simbolico, senza che al riconoscimento siano affiancati i milioni di euro solitamente donati al vincitore del Nobel, per evitare che siano distribuiti soldi a qualcuno e qualcun altro no. Se la commissione dovesse valutare impossibile tale modalità, avrà la possibilità di scegliere una tra le oltre 150 associazioni ed enti istituite da donne africane, di cui abbiamo allegato la documentazione. Si tratta di micro attività imprenditoriali, mediche, agricole, tutte nate allo scopo di far progredire il Paese e la gente che vi risiede. Inoltre, nella candidatura presentata, compaiono oltre cento curricula appartenenti a singole donne che, autonomamente e quotidianamente, svolgono attività di supporto e aiuto alla società africana. Se proprio non fosse possibile assegnare il Premio Nobel a tutte le donne d'Africa, la commissione potrà comunque scegliere uno tra i numerosi casi elencati. Come terza e ultima opzione abbiamo previsto la possibilità che il premio, assegnato comunque a tutte le donne africane, sia materialmente 'gestito' da un comitato creato appositamente, destinando la somma ricevuta al bene della comunità (come prevede lo stesso regolamento), in questo caso attraverso l'educazione e la formazione delle ragazze africane, la tutela dei diritti delle donne, le attività per il miglioramento del settore salute e infine la promozione di attività di avvio alla micro impresa femminile".

Le donne africane sono la spina dorsale del Paese: vuol dirci in quali settori professionali e sociali si impegnano ogni giorno?
"In tutti i settori simbolo della vita. Le donne nella famiglia, intesa come educazione e cura dei figli e assistenza alle persone anziane, le donne nel mondo del lavoro, le donne nel settore della salute, dell'ambiente e, non ultime, le donne nella costruzione della pace. In questi ambiti abbiamo registrato un'infinità di esperienze in cui le donne africane, continuamente e silenziosamente, costruiscono le basi dell' 'economia della sopravvivenza', che è quella che dà da mangiare ai bambini, siano essi figli o piccoli orfani bisognosi di cure, così come dà da mangiare alle persone abbandonate, indigenti. Le donne africane sono in prima linea anche a livello politico, da anni si stanno assumendo la responsabilità di ricostruire la rete di relazioni sociali distrutta dalle guerre e debellata dalle malattie, pensiamo alla Repubblica del Congo, alla Liberia, al Camerun, luoghi in cui la popolazione è schiava della guerriglia e della violenza. In molti casi sono state proprio le donne a tessere la nuova  tela diplomatica e relazionale che ha portato al superamento dei conflitti e a una gestione democratica, come in Liberia, dove il presidente è una donna liberamente e democraticamente eletta".

In che modo un riconoscimento come questo potrebbe aiutare l'Africa a risollevarsi economicamente?
"Il problema principale dell'Africa non è solo di ordine economico. La speranza, che è anche quella delle donne africane, è quella di riportare l'attenzione del mondo sul Continente, e soprattutto di stabilire proficue partnership con gli altri Paesi del mondo, per crescere nel tempo e solidificarsi, sia economicamente che strutturalmente".

L'africana Wangari Maathai, recentemente scomparsa, ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2004 e ha trascorso la vita al servizio dell'ambiente e dei diritti civili…
"Una donna straordinaria, più volte chiusa in carcere e ostracizzata a causa delle sue battaglie. Wangari si è impegnata in attività di enorme rilievo, come il piantare più di quaranta milioni di alberi sul suolo africano, per scongiurare la morte di quel polmone verde che è la giungla, fondamentale per la sopravvivenza dell'intero pianeta. Per porre in atto progetti complessi come questo, Wangari Maathai aveva compreso che sarebbe stato necessario educare e formare le donne, per avere un appoggio e un aiuto concreto e per far nascere in loro una responsabilità civica. L'organizzazione e la consapevolezza spaventavano il 'potere', per questo Wangari è stata chiusa ripetutamente in carcere, rea di aver 'svegliato' troppe coscienze femminili".

Ha detto che le donne africane sono un esempio per il mondo occidentale, cosa intende?
"Le donne africane sono abituate per tradizione a stare insieme, a vivere insieme la quotidianità, prendendo decisioni, consultandosi, lasciandosi consigliare dal 'gruppo'. Se si recasse in Africa potrebbe verificarlo facilmente, è molto raro vedere una donna camminare sola per strada o star sola in casa. L'esatto contrario di ciò che accade da noi, in Europa e Oltreoceano, dove tra le persone non c'è più condivisione, dialogo, non siamo più in grado di convivere pacificamente e relazionarci tra noi come fanno da secoli le donne africane. Allargando il concetto, in occidente si creano tensioni tra vicini di casa, città, nazioni, continenti…Le donne africane sono un esempio di pace e cooperazione e per tutti i Paesi industrializzati, sono pronte a ripartire dai valori basilari e dal rispetto verso l'umanità per costruire una società migliore, mentre l'occidente è pronto a dilapidare patrimoni per sostenere i conflitti e le guerre".

Quante firme ha raccolto la Campagna Noppaw finora?
"Siamo sull'ordine delle 50mila firme online, ma la cifra non è indicativa perché mancano all'appello le firme cartacee raccolte in tutto il mondo che ci stanno pervenendo e che quindi dobbiamo ancora contare. Ogni Paese del globo è intervenuto appoggiando la candidatura del Premio Nobel per la Pace alle donne africane, da mesi si moltiplicano ovunque convegni, video, campagne, interviste e testimonianze, affinché questa Campagna acquisti peso e importanza".

Lo scorso anno il Cipsi ha festeggiato i 25 anni di attività: quali sono stati i vostri traguardi migliori?
"All'inizio della sua storia il Cipsi era composto di tre associazioni. Oggi conta 48 organizzazioni non governative di sviluppo e associazioni che operano nel settore della solidarietà e della cooperazione internazionale, alcune delle associazioni sono straniere. Il Cipsi ha mosso i suoi primi passi negli anni '80, in un momento in cui nascevano numerose società, enti e onlus in tutto il mondo in favore dei Paesi non industrializzati. Abbiamo sostenuto le piccole aggregazioni locali e abbiamo fatto in modo che divenissero protagoniste del mondo politico e sociale. In 25 anni abbiamo appurato che la speranza iniziale di formare un paternariato tra diverse associazioni era divenuta realtà concreta, il Cipsi è oggi un punto di riferimento internazionale, anche da un punto di vista delle relazioni. Trovo sia utile riflettere sul significato di 'cooperazione', se si vuole ben comprendere il nostro operato: ritengo sia sorpassato il concetto di cooperazione come aiuto a un Paese che si basi semplicemente su dei progetti, perché troppo spesso questo tipo di aiuto si è trasformato in una sorta di colonialismo, quindi sullo sfruttamento delle risorse del Paese. Molto più proficuo è muoversi in ambito politico istituzionale, oggi i ministeri sono quasi sempre promotori di associazioni ed enti, oppure ne sono i patrocinanti. È molto più importante puntare sulle relazioni tra i popoli che sul semplice denaro. Quest'ultimo è lo strumento degli investimenti, delle attività nate in seguito alla cooperazione internazionale".

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