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Ocse: il lavoro? Per un giovane italiano su due è solo un miraggio
I nuovi dati sull'occupazione nel Bel Paese segnano un aumento al 27,9 per cento nel 2010 . Più colpite sono le donne fra i 15 e i 24 anni. Con il crescente problema della mancanza di specializzazione.
Fonte: Immagine dal web
"Affrontare l'ampio costo umano della disoccupazione, soprattutto per quanti che non riescono ad entrare con una posizione stabile nel mondo del lavoro, deve essere una priorità. Bisogna fare di più per migliorare in modo durevole la situazione del mercato del lavoro per i giovani". È è il monito lanciato dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (Ocse) di Parigi, che ha pubblicato oggi il rapporto d sull'occupazione basati su dati di fine 2010, secondo cui in Italia, il 46,7% dei giovani tra i 15 e i 24 anni che lavorano ha un impiego temporaneo.
Secondo quanto riportato dall'istituzione parigina, la percentuale dei giovani precari in Italia è in costante aumento dall'inizio della crisi: 42,3% nel 2007, 43,3% nel 2008 e 44,4% nel 2009. Il balzo avanti è ancora più rilevante rispetto al dato del 1994, quando la percentuale di under 25 italiani con un impiego temporaneo era del 16,7%. Nel rapporto vengono sottolineati, in particolare, i problemi relativi alla scarsa qualificazione della forza lavoro in diversi paesi: fra questi anche l'Italia, dove il 46% della crescita fra i disoccupati di lungo termine è rappresentata proprio da lavoratori non specializzati. Relativamente alle persone senza lavoro nella Ocse, a luglio erano sono 44,5 milioni, 13,4 milioni di persone in più rispetto al periodo precedente alla crisi del 2008. Tuttavia il tasso di disoccupazione nell'area è in calo di 0,6 punti percentuali rispetto al picco dell'8,8% toccato nell'ottobre 2009.
I GIVANI I PIU' COLPITI DALLA RECESSIONE. Il rapporto dell'Ocse evidenzia, dunque, come la recessione abbia colpito in maniera più pesante la fascia più giovane della popolazione. Nel primo trimestre 201, infatti, il tasso di disoccupazione per i giovani fra i 15 e i 24 è stato del 17,3% rispetto a un tasso del 7% per gli adulti. "Esiste - osserva l'organizzazione - un 'rischio di emarginazione e di esclusione dal mercato del lavoro' più forte per i giovani che sono fuori da percorsi educativi o di apprendistato e specializzazione". "In 30 paesi Ocse alla fine del 2010 - aggiunge l'Ocse - questa categoria rappresentava 22,3 milioni di persone, il 12,6% della popolazione fra i 15 e i 24 anni. E nei prossimi anni i giovani in uscita dal percorso formativo "avranno maggiori problemi a trovare lavoro rispetto alle precedenti generazioni". Il documento rileva, inoltre, che il rallentamento della ripresa economica pesa sulle prospettive occupazionali. Se, infatti, alcuni paesi dell'area Ocse sono riusciti "a mantenere dei tassi di disoccupazione bassi" tra il 3,5 e il 5,5%, altri come la Spagna, la Grecia, l'Irlanda o il Portogallo "sono stati particolarmente colpiti"; soprattutto il Paese ellenico cui spetta il poco ambito primato della percentuale più alta di senza lavoro, con il 21,2%.
LA DISOCCUPAZIONE A LUNGO TERMINE IN AREA OSCE. Continua a crescere nell'area Ocse il tasso di disoccupazione di lungo termine. Nei 34 Paesi membri, a fine 2010, il 48,5% dei disoccupati era senza lavoro da almeno 6 mesi, contro il 41% dell'anno precedente, e il 32,4% da almeno 12 mesi, contro il 24,2% del 2009. Per quanto riguarda l'Italia, i disoccupati senza lavoro da 6 mesi o più sono il 64,5% (in aumento di 3 punti percentuali rispetto al 2009) e quelli senza lavoro da un anno o più il 48,5% (+4 punti percentuali rispetto al 2009). "Fasi prolungate di disoccupazione - sottolinea l'Ocse nel rapporto - sono particolarmente penalizzanti, perché aumentano il rischio di una marginalizzazione permanente dal mercato del lavoro, come risultato del deprezzamento delle abilità e della perdita di autostima e motivazione".
UN GIOVANE SU 8 FUORI DA SCUOLA E LAVORO. "Nell'area Ocse, il 12,6% dei giovani (un giovane su 8 tra i 15 e 24 anni) non vanno a scuola né lavorano e vengono definiti 'Neet' ('Not in Employment, Education and Training')": è quanto affermato dal segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria, durante la presentazione del Rapporto. "La cifra, oltre ad essere elevata - ha sottolineato - sta aumentando e stiamo andando nella direzione sbagliata". La questione deve quindi passare "in testa all'agenda politica", perché "bisogna recuperare questi giovani", dato che "i Neet corrono un rischio superiore di marginalizzazione durevole nel mondo del lavoro e di povertà". "Affrontare l'ampio costo umano della disoccupazione, soprattutto per quello che non riescono a ed entrare con una posizione stabile nel mondo del lavoro, dev'essere una priorità", ha aggiunto il segretario generale sottolineando in particolare l'importanza di "raggiungere una migliore corrispondenza tra le competenze che i giovani acquisiscono a scuola e quelle necessarie ne mondo del lavoro".
IN ITALIA, 76,9% LAVORATORI PART-TIME È DONNA. Il dossier evidenzia poi che le lavoratrici part-time rappresentano nel Bel Paese il 31,1% del totale delle donne occupate contro il 6,3% tra gli uomini. Il lavoro a tempo parziale (meno di 30 ore settimanali, secondo la definizione Ocse) rappresenta nel nostro Paese il 16,3% del totale dei posti di lavoro.
IL SALARIO MEDIO ITALIANO SOTTO UE. Il salario medio in Italia nel 2010 é stato di 36.773 dollari (a tasso di cambio corrente), contro una media dell'Ue a 21 di 41.100 dollari e dell'Eurozona a 15 di 44.904 dollari. Di fatto il salario medio del Bel Paese è superiore a quelli di Spagna (35.031), Grecia (29.058) e Portogallo (22.003), ma inferiore a Francia (46.365 dollari), Germania (43.352) e Gran Bretagna (47.645). La palma del salario medio più elevato per il 2010 va alla Svizzera, con 80.153 dollari.
GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI ITALIANI SONO I MENO EFFICACI. In Italia il sistema fiscale e di welfare "gioca un ruolo minore nel proteggere le famiglie contro le conseguenze di grandi contrazioni del reddito da lavoro" rispetto ad altri Paesi dell'Ocse. Per gli italiani, spiega l'Ocse, "grandi riduzioni del reddito da lavoro individuale (per esempio in caso di perdita del posto di lavoro) tendono a tradursi in contrazioni del reddito disponibile familiare superiori a quelle osservate negli altri Paesi Ocse", a causa "della limitata azione di assorbimento degli shock operata dagli ammortizzatori sociali". Di conseguenza, conclude lo studio, "lo shock negativo sui redditi da lavoro subito da non pochi italiani durante la crisi si è probabilmente tradotto in un aumento del rischio di povertà e di difficoltà finanziarie, anche se l'aumento massiccio di risorse per la cassa integrazione guadagni ha contribuito significativamente a limitare il numero di lavoratori affetti da tali shock".
"L'impatto della crisi recente sul mercato del lavoro italiano è stato fino ad oggi moderato, ma la ripresa è stata lenta". Il tasso di disoccupazione italiano, spiega l'organizzazione parigina, è cresciuto meno della media Ocse: 2,5 punti percentuali tra il secondo semestre del 2007 (inizio della crisi) e il 1/o trimestre del 2010 (picco dell'8,5%). Da allora però, "la ripresa occupazionale è stata alquanto moderata", con un calo di "solo mezzo punto percentuale". Inoltre, sottolinea ancora l'Ocse, "il recente rallentamento della ripresa economica nell'area euro suggerisce che la disoccupazione italiana rimarrà al di sopra dei livelli precedenti alla crisi per un certo tempo".
IL COMMENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBLICA. In visita a Bucarest, Giorgio Napolitano ha scelto di commentare con un messaggio di incoraggiamento i dati del rapposrto Ocse sulla disoccupazione: "La tendenza negativa - ha detto - è un dato già acquisito da lungo tempo. Non facciamoci atterrire da questi dati e problemi negativi. Dobbiamo affrontarli con consapevolezza e lucidità in un contesto europeo", ha detto il capo dello Stato". "L'Europa - ha aggiunto - può fare molto per sostenere lo sviluppo e risanare le situazioni più squilibrate". Poi, però, il presidente ha indirizzato un richiamo alla politica italiana: "Come fare, dopo due manovre in tre mesi, per stabilizzare la finanza pubblica e rilanciare la crescita non tocca a me dirlo, deve deciderlo il governo e il parlamento".
LA PROPOSTA DELLE ACLI. Procedere verso una "nuova forma contrattuale per il lavoro dipendente, che offra a tutti i nuovi assunti una medesima condizione di lavoro dipendente a tempo indeterminato, consentendo alle aziende di poter negoziare nei primi tre anni di anzianità la risoluzione del rapporto di lavoro, in caso di manifeste esigenze organizzative ed economiche, imponendo comunque all'impresa un adeguato risarcimento nei confronti del lavoratore". È quanto propone Maurizio Drezzadore, responsabile dei dipartimento Lavoro dell'Associazione Cristiana Lavoratori Italiana (Acli) per arginare i disagi della crescente disoccupazione. "Anche un più avveduto uso del contratto di apprendistato - conclude il responsabile delle Acli - può oggi attutire l'impatto pesante della disoccupazione e la generalizzazione delle forme contrattuali atipiche. Nella sua nuova versione, rafforzata la valenza formativa, l'apprendistato può diventare una forma contrattuale diffusa per il primo ingresso dei giovani al lavoro e allo stesso tempo una forma sostitutiva al dilagante diffondersi del precariato".
MATERIALE
- Un piccolo estratto in sintesi del dossier (pdf)
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