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Legge sullo stress dei lavoratori: la applicano solo 2 aziende su 10

Latitano anche i controlli delle Asl: "Solo nel 50% delle ispezioni viene chiesto al datore di lavoro l'attestazione della valutazione del nervosismo", riferiscono gli esperti.

» Cronaca Lavoro Redazione/GP - 12/09/2011
Fonte: Immagine dal web

Il decreto legislativo che impone l'obbligo per il datore di lavoro di monitorare oltre ai rischi oggettivi, anche la pericolosità dello stress a cui sono sottoposti i dipendenti, nato per garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori, viene è applicato solo dal 20 per cento delle piccole e medie imprese italiane. "Possiamo stimare che due aziende su dieci ha in corso oggi l'adempimento, anche se la legge prevedeva come termine ultimo il 31 dicembre 2010", sottolineano gli esperti.

Non va meglio con i controlli da parte delle Asl: "Solo nella metà delle ispezioni viene chiesta al datore di lavoro l'attestazione della valutazione dello stress", spiega il dipartimento di prevenzione della Asl Roma H all'agenzia Adnkronos. L'insieme di norme contenute nel decreto legislativo 81/08, conosciuto come 'Testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro' (Tusl), ha riunito e riorganizzato le precedenti normative in materia di sicurezza e salute per i dipendenti succedutesi in più di cinquant'anni facendo rientrare l'Italia negli standard previsti dall'Europa.

"Ma il documento di valutazione dei rischi da stress (Dvr) viene predisposto solo ora dalle aziende - fanno sapere dalla Asl romana -. Le piccole e medie imprese sono in ritardo, insieme al settore pubblico (ospedali, scuole, militari). Vanno meglio le grandi società e le multinazionali". Eppure, secondo gli ultimi dati Istat, sono oltre 4 milioni gli italiani che si sentono a rischio stress sul posto di lavoro. "La circolare del ministero del Lavoro del 17 novembre 2010 - chiariscono gli esperti - ha stabilito che la decorrenza del 31 dicembre 2010 prevista dal decreto 81/08 andava intesa come data di avvio dell'attività di revisione del Dvr. E non come il giorno entro cui dovevano essere concluse le pratiche". La circolare "ha causato non poca confusione - sottolineano dal dipartimento -, nonostante la diversa valutazione di alcuni giuristi e delle Regioni, tenute a vigilare con le Asl i rischi da stress correlato".

Insomma, un cocktail poco appetibile di poca informazione, scarsa applicazione e controlli superficiali. Ma il problema dello stress per i lavoratori può compromettere la salute del dipendente e causare all'azienda una perdita in termini di produttività. Secondo quanto si legge nel rapporto Istat 'Salute sui luoghi di lavoro' (2008), ammontano a 4 milioni e 58mila "i dipendenti italiani che ritengono di essere esposti ai rischi che potrebbero pregiudicare il proprio equilibrio psicologico". Mentre i lavoratori che hanno sofferto di stress, depressione e ansia dovuti all'attività lavorativa sono stati il 21 per cento del campione intervistato (19,4 per cento degli uomini e 21,6 per cento delle donne): il 39,2 per cento dei dirigenti, il 29,1 per cento degli impiegati e il 10,3 per cento degli operai. I fattori di rischio di tipo psicologico sono percepiti soprattutto tra le persone che lavorano nella sanità (26 per cento), nei trasporti (24,6 per cento) e nella pubblica amministrazione (23 per cento), in particolare tra le donne, che ne risentono in modo maggiore rispetto agli uomini.

Le problematiche legate allo stress devono essere inserite nel documento di valutazione dei rischi sul lavoro (Dvr) e il monitoraggio deve essere compiuto su tutti i lavoratori, compresi i dirigenti e gli impiegati, prendendo in esame non i singoli, ma i gruppi omogenei esposti ai rischi dello stesso tipo. Il datore di lavoro deve procedere alla redazione del Dvr, avvalendosi dell'ausilio del responsabile del servizio di prevenzione e protezione (Rspp), con il coinvolgimento del medico competente, laddove presente, e previa consultazione del rappresentante dei lavoratori. Inoltre dal 30 giugno 2012 le aziende con meno di 10 lavoratori non potranno più autocertificare la valutazione del rischio, come previsto finora, ma dovranno basarsi sulle procedure standardizzate.

"Ogni territorio regionale ha le sue specificità settoriali di lavoro - sottolineano i tecnici - e i controlli delle Asl si concentrano e specializzano su questi. Nel Lazio, in Piemonte o in Veneto ci sono settori artigianali e industriali che non troviamo in Sicilia o in Campania. Ecco che il sistema di controllo della Asl è ancora troppo variegato. Quando gli ispettori delle aziende sanitarie verificano i documenti durante i controlli, nel dubbio non sanzionano penalmente l'azienda se non c'è l'assoluta certezza che non abbia neanche iniziato la procedura di valutazione del rischio".

"Il dato del 20 per cento è sottostimato, moltissime aziende medio piccole anche al Nord fanno una valutazione generica nel Drv. Seguono le Linee guida, ma spesso con un approccio superficiale al problema. Sono più attente le multinazionali, ma nelle piccole realtà siamo ancora molto indietro - fa notare Biagio Calò, direttore del Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro (Spresal) della Asl di Novara -. Sul rischio stress non abbiamo effettuato nessuna sanzione, purtroppo anche qui in Piemonte abbiamo una mancanza di ispettori che non ci permette di vigilare nei modi opportuni".

Anche in Sicilia la percentuale si aggira attorno al 20: "È difficile valutare lo stress da lavoro in strutture medio piccole - afferma Niccolò Perrone, responsabile dello Spresal della Asl 6 di Palermo -. I datori di lavoro si appoggiano alle Linee guida, ma c'è poco coinvolgimento dei dipendenti nella redazione del Dvr. Anche se è previsto dalla legge. Il Testo unico in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro è però un bel passo avanti rispetto alla giungla degli anni '90".

"Finora non abbiamo sanzionato nessuno e stiamo ancora assistendo le aziende, piuttosto che vigilare con mano pesante - afferma Fulvio D'Orsi, direttore dello Spresal della Asl Roma C -, tuttavia le carenze che riscontriamo più frequentemente sono la mancanza di coinvolgimento dei lavoratori nella valutazione. Il Responsabile del servizio e protezione e prevenzione (Rspp) compila più o meno da solo le liste di controllo descrivendo spesso un quadro non veritiero dell'azienda. E quando le società hanno molto personale non provvedono a suddividerlo in gruppi omogenei, come prevedono le metodologie di valutazione delle Linee guida, ma sono valutate genericamente nella loro globalità. Così non si riscontrano tutti i problemi riferibili alle singole articolazioni organizzative".

Il problema principale che allarma le Asl è non avere i mezzi e gli ispettori per monitorare un territorio così ampio: "Se ho pochissimi ispettori a disposizione - sottolinea la direzione dell'Asl Roma H - e ad esempio ho molti cantieri edili aperti sul territorio, non andrò a controllare la dichiarazione di valutazione del rischio, ma mi concentrerò su altro. Sui ponteggi, sui caschi di sicurezza. O, come spesso accade, se ho un grave problema di sanità pubblica sul territorio, i miei sforzi andranno in quella direzione".