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Lavoro immigrato: debolezze e punti di forza nel Rapporto dell'Inps

Perdita di lavoro del settore industria, tiene quello del lavoro domestico svolto dalle donne. Più vulnerabili alla crisi, i lavoratori stranieri contribuiscono a pagare le pensioni italiane, mentre oggi solo 110mila percepiscono una pensione.

» Occupazione Silvia D'Ambrosi - 23/06/2011

Ad aver sofferto di più, negli anni 2007-2009, è stato il settore industriale, con una perdita di posti di lavoro di quasi il 14 per cento, più evidente, ovviamente, al Nord. Ha tenuto, invece, il settore del lavoro domestico, in ragione dell'alto tasso di dequalificazione e di precarietà e a conferma della tendenza alla cristallizzazione verso il basso di questo settore di occupazione, e del fatto che tutto questo riguarda prevalentemente le donne, relegate a poche mansioni (cura domestica, lavori di pulizia, inservienti sanitarie ecc.). 

A fotografare la situazione di questi anni di crisi economica il quarto Rapporto Inps-Caritas che si propone come un focus attento all'analizzare della vulnerabilità sociale e dell'integrazione lavorativa degli immigrati in Italia secondo cui nelle famiglie immigrate la disoccupazione è intervenuta molto più sui genitori che sui figli (è un genitore ad essere disoccupato nel 44 per cento degli stranieri, del 34 per cento tra gli italiani), evidenziando così una maggiore vulnerabilità di questi nuclei di fronte alla crisi. Altri dati attestano questo svantaggio degli immigrati, le cui retribuzioni, in diverse categorie, restano al disotto della soglia di povertà, e la conseguenza di tutto questo è la scarsa o nulla mobilità sociale di queste persone, la loro persistente marginalizzazione che può portare ad una "etnicizzazione" della povertà e dell'esclusione sociale.

Ma come funziona il rapporto tra immigrazione e futuro pensionistico? Il nostro paese, allineato alla media europea nella spesa per la protezione sociale (il 26,6 per cento del PIL sul 26,9 della media europea) paga però il 14 per cento in favore della spesa pensionistica, contro il 7,2 per cento dei paesi Ocse, ma la nostra struttura demografica ha un alto tasso di componente anziana. 

Le pensioni pagate ai nati all'estero riguardano ancora, nella stragrande maggioranza dei casi, persone nate in Europa nei paesi in passato meta tradizionale dell'emigrazione italiana come la Francia (45mila 368) la Germania (18mila 96) la Svizzera (11mila 474). Questo dato riguarda anche altri continenti, con pensioni pagate a lavoratori nati in Libia, Etiopia, Stati Uniti, Canada, Argentina e così via. Insomma un chiaro quadro della storia  migratoria italiana. Ma adesso gli emigrati di questo paese si connotano come una componente essenziale non solo del sistema paese, ma anche di quello pensionistico, in quanto ne sono, per ora, scarsi "fruitori e importanti contributori, in conseguenza della loro giovane età e del loro dinamismo nel mercato del lavoro".

Adesso si iniziano a pagare pensioni anche a persone provenienti dall'Albania, dalla Romania, ma in tutto, non sono più di 110mila. Per il futuro i dati previsionali l'Inps  dicono che, ancora per un buon numero di anni, almeno fino al 2025 l'apporto del sistema previdenziale da parte degli stranieri sarà positivo, per esempio già nel 2009 il bilancio dell'istituto di previdenza ha avuto un avanzo positivo di 6,9 miliardi, sul quale hanno influito gli apporti dei contributi degli immigrati stimabili in circa il 4 per cento del totale, pari a 7,5 miliardi di euro. Ma, ammonisce il Rapporto, se si vuole guardare con lungimiranza al futuro, bisogna considerare che, in virtù dei bassi livelli retributivi, e delle zone di lavoro 'nero' e 'grigio' gli immigrati andranno in pensione con cifre ridotte che, a causa della cristallizzazione lavorativa, rischiano di spingerli nelle zone di povertà; esattamente il contrario dell'inclusione che porta alla coesione sociale.

A questo proposito, i risultati di un'indagine campionaria di carattere esplorativo hanno fornito indicazioni sulla la percezione dell'Istituto Previdenziale da parte dei lavoratori immigrati  residenti a Roma. I lavoratori hanno chiara la fragilità che contraddistingue lo stato di irregolarità da quello di un lavoro regolare, soprattutto dopo la crisi. Ed hanno esperienza del fenomeno del 'lavoro grigio' per cui, specie ai lavoratori domestici viene dichiarato, in busta paga, un numero minore di ore di quelle effettuate.

Nel complesso, comunque, i risultati delle indagini dicono che i lavoratori immigrati hanno maturato una conoscenza dell'Inps e una capacità di accesso ai servizi erogati mediamente soddisfacente, sia per i diritti riconosciuti loro, sia per i servizi di tutela e per la loro attivazione, ma è un rapporto in via di miglioramento, anche perché, rileva l'indagine, i lavoratori immigrati di Roma sono sostanzialmente divisi in due gruppi, più o meno della stessa consistenza: quelli consapevoli dei propri diritti e in possesso degli strumenti per accedere alle relative tutele e quelli con una visione ancora incerta e poco concreta del sistema previdenziale.

Il Rapporto Inps permette dunque di prendere atto che i lavoratori immigrati costituiscono una dimensione strutturale del nostro mercato del lavoro, e quindi, del relativo sistema previdenziale. Essendo la migrazione un fenomeno complesso e difficile, che può portare sia sradicamento ed emarginazione, sia, per converso, inclusione e integrazione, il Rapporto mostra con evidenza che un funzionale sistema di sicurezza sociale può concretamente contribuire alla realizzazione del secondo obiettivo.