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Il lavoro immigrato? Fa risparmiare all'assistenza 6 mld di euro l'anno

Dipendenti, autonomi, domestici e operai agricoli. Sono 2,7 milioni gli immigrati contribuenti all'Inps e poco più di 100mila le pensioni pagate a stranieri. Per il 2020 previsti 625mila pensionati di origine immigrata.

» Occupazione Silvia D'Ambrosi - 24/06/2011
Fonte: Con i piedi per terra

Il supporto dei lavoratori immigrati, soprattutto donne, consente al sistema assistenziale della rete pubblica un risparmio di 6 miliardi di euro all'anno. E se da una parte è vero che l'Italia spende più della media europea per le prestazioni di vecchiaia, cui dedica oltre la metà delle risorse per la protezione sociale, dall'altra è vero anche che ciò non avviene per gli immigrati: al loro ingente versamento di contributi previdenziali (circa 7,5 miliardi di euro nel 2008) corrisponde una scarsa rappresentazione nel gruppo dei beneficiari di prestazioni pensionistiche. 

All'inizio del 2010, infatti, sono stimabili in appena 110mila i pensionati stranieri e quelli entrati in età pensionabile nel corso dell'anno incidono appena per il 2,2% sul totale dei residenti nella stessa condizione. Considerata l'età media nettamente più bassa di quella degli italiani (31,1 anni contro 43,5), questo andamento è destinato a durare per diversi anni, con innegabili benefici per l'intero sistema previdenziale italiano. 

È quanto emerso dal quarto Rapporto Inps sui lavoratori di origine immigrata presentato il 9 giugno scorso a Roma e curato dai redattori del centro studi e ricerche Idos-Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes, in collaborazione con l'Istituto di previdenza. Lo studio si riferisce all’anno 2007, e il rimando all'indietro è dovuto alla natura amministrativa e, quindi, mobile, degli archivi previdenziali; la loro ricchezza di contenuto, pertanto, necessita di un più lungo periodo di tempo per la raccolta e il perfezionamento dei dati statistici. Questo Rapporto, fornisce, evidentemente, una diversa completezza dei dati, e è anche interessante rilevare come il suo risalire al 2007, agli inizi della crisi, permetta di vedere, poi, come quest'ultima abbia inciso sull'aspetto dei rapporti di lavoro degli immigrati.

IN GENERALE. Il rapporto prende in esame i lavoratori dipendenti da aziende (un milione 722mila 634, il 63,2  per cento) i lavoratori domestici (479mila 133, il 17,6 per cento) gli operai agricoli (231mila 663 l’8,5 per cento) e i lavoratori autonomi (293mila 824, il 10,8 per cento). Ovviamente, questi numeri si riferiscono a lavoratori emersi per l'Inps. Il numero reale presente sul territorio, a causa del lavoro nero è difficilmente quantificabile. È subito evidente che su 10 lavoratori 9 sono lavoratori dipendenti in uno dei settori sopra indicati e solo 1 è un lavoratore autonomo.

LA DISTRIBUZIONE SUL TERRITORIO. La distribuzione sul territorio, come è immaginabile, vede la maggiore concentrazione al Nord dove sono impiegati quasi i due terzi del totale, a seguire al Centro con un quarto, e un ottavo al Sud. Altrettanto prevedibilmente al Nord la maggioranza dei lavoratori immigrati è concentrata nelle imprese, specie metalmeccaniche, al Centro nel settore domestico, seguito dall'edilizia e dal tessile, al Sud nel settore agricolo, e fin qui questi dati rispecchiano chiaramente la condizione produttiva del paese. 

Il rapporto dettaglia poi la distribuzione per categorie nelle province e nelle principali città, notando come la sola Lombardia accolga un quinto degli iscritti all'Inps, quasi il doppio dell'intero Mezzogiorno, e riferisce altri aspetti curiosi come, per esempio, il fatto che, nella provincia di Prato, vi sia il massimo dell'incidenza di questi lavoratori, il 21 per cento. Gli immigrati lavoratori autonomi sono maggiormente concentrati al Sud, probabilmente in conseguenza delle minori possibilità di lavoro dipendente e per la funzione di traino svolta dal turismo. In ogni caso la tendenza del lavoro degli immigrati è alla 'cristallizzazione', in quanto, anche in presenza di crisi, gli italiani non sembrano tornare ad occupazioni considerate poco appetibili che restano appannaggio degli immigrati, confinati, così, anche nel tempo, ad occupare posizioni marginali nella società.

LAVORATORI DIPENDENTI. Più nel dettaglio dal Rapporto risulta che il lavoro dipendente da aziende per gli immigrati è in aumento dal 2002, anno della regolarizzazione massiccia, ed è stato, fino al 2007, consistente (+ 172,1 per cento). Le donne impiegate sono il 33,7 per cento del totale donne (la maggioranza è impiegata nel lavoro domestico) quasi la metà degli immigrati è impiegata in soli 3 comparti: commercio, edilizia, metalmeccanico, quelli, fra l'altro, più toccati dalla crisi, e, a riprova della cristallizzazione di cui si parlava, le posizioni occupate  sono quelle di operai (81,9 per cento) o apprendisti (7,4 per cento), con una retribuzione ridotta di quasi un quarto rispetto agli stessi lavoratori italiani. 

LAVORATORI AUTONOMI. Il lavoro autonomo (quasi 300mila addetti) risulta in costante aumento e, comunque, la scelta di questo lavoro risponde essenzialmente a due esigenze, una funzionale, l'altra di tipo emancipatorio: infatti "l'auto impiego", dice il Rapporto, offre la garanzia della regolarità del soggiorno e la stabilità di occupazione anche in periodi di crisi, in più "si fa espressione della volontà di riscatto dai ruoli subalterni in cui i migranti spesso restano confinati", dando la possibilità di applicazione di abilità proprie di provenienza o acquisite. Non bisogna dimenticare che, talvolta, può essere una "maschera" di un lavoro subordinato discontinuo per evitare, da parte dei datori di lavoro, incombenze burocratiche e oneri fiscali.

LAVORATORI DOMESTICI. Quanto ai lavoratori domestici, i tre quarti dei 618mila 32 addetti, sempre nel 2007, era costituito da immigrati. L'Inps però rileva come il numero di assicurati sia certamente inferiore a quello reale, perché si tratta di un settore in cui alla fragilità del lavoratore si associa quella delle famiglie e quindi molti lavorano in nero. L'intera categoria è in costante crescita, aumentata di 2,5 volte in un decennio, perché è  in grado di resistere meglio di altre, proprio in virtù delle sue manchevolezze, alla crisi: infatti è poco stabile, esposta alle dinamiche del sommerso e alla marginalizzazione sociale, e, quindi, più flessibile. Le donne sono l'86,9 per cento degli addetti, comunque con un divario minore che tra gli italiani, dove, in questo ambito, lavorano praticamente solo donne.

PROVENIENZA E MODELLI DI ASSISTENZA. La maggioranza degli addetti proviene dalla Romania o da altri paesi europei come Ucraina Moldavia. Consistente è la tradizionale quota di filippini (11,3 per cento) seguiti da peruviani ecuadoriani e così via. È interessante notare come le Regioni con il massimo impiego di questi lavoratori siano quelle con i più carenti servizi sociali, in particolare l'assistenza agli anziani e ai bambini, o quelle con la maggiore urbanizzazione della vita lavorativa, tanto che Lombardia e Lazio, con la presenza di grandi città, hanno le quote più consistenti di lavoratori domestici. Questo modello di assistenza familiare, imperniato sulle donne immigrate, capace di far risparmiare allo stato ben 6 miliardi l'anno per mancate prestazioni e di farne spendere alle famiglie ben 9 l'anno, è attualmente sostitutivo e non integrativo di un sistema di assistenza pubblica, e necessita quindi di maggiori sgravi fiscali, più incontro fra domanda e offerta, più qualificazione dei profili professionali.

LAVORATORI AGRIGOLI. Il Rapporto ci dice che essi svolgono un ruolo cruciale nel sostenere la produzione agroalimentare, uno dei fiori all'occhiello del "Made in Italy" (l'Italia è infatti il terzo paese produttore agricolo dell'Unione Europea con il 15,1 per cento del totale). Sempre più immigrati sono stati indirizzati verso il settore agricolo negli ultimi anni (la loro incidenza ha superato nel 2007 un quinto del totale) e ogni anno è previsto l'ingresso di 80mila stagionali, flusso confermato anche nel 2009 e 2010; ben un nono di tutti gli immigrati assicurati opera nel settore agricolo, ma questo dato non tiene conto della vasta area del sommerso. 

I dipendenti stranieri nella manodopera agricola, sono il 21 per cento, quasi tutti uomini, e, mentre negli impieghi generici la provenienza è variegata, in settori più specialistici e qualificati si è determinata, nel tempo, una sorta di settorializzazione sia delle mansioni sia dei territori, dovuta anche alla fidelizzazione, che vede, per esempio, gli albanesi operare nella floricoltura del pistoiese, gli est-europei a raccogliere frutta nel Nord Est i Sikh nell'allevamento del bestiame nella pianura padana e nell'agro pontino, i nord africani nelle serre ragusane o nella pesca a Mazara del Vallo.

IL DECLINO DELLE IMPRESE. Comunque questo è un settore che tende, nel tempo, a veder diminuire le imprese (basti pensare che nel 1950 l'agricoltura rappresentava il 43,9 per cento delle attività dell'epoca e che nel 2007 è solo il 4 per cento) vuoi perché le superfici agricole a disposizione diminuiscono costantemente, vuoi per l'arretratezza del settore che vede ancora una stragrande maggioranza di ditte individuali (92 per cento) e per il costante invecchiamento degli addetti che hanno, in media, superato i 65 anni di età. Gli immigrati faticano a sostituirsi a loro, da una parte perché l'acquisto di macchinari e terreni è per loro economicamente impossibile, dall'altra, perché tendono a considerare questa un'attività di passaggio, sperando di approdare a settori più qualificati.

MATERIALI
- Introduzione
- Dati degli archivi previdenziali
- Approfondimenti
- Indagine sui lavoratori immigrati a Roma e i diritti previdenziali e assistenziali
- Allegati statistici