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'Wir rufen nicht die polizei': l'opera in Eternit che ha schoccato Venezia

Un sarcofago con uno scheletro in amianto che risposa sott'acqua: PG-SLIS alla Biennale affronta il tema della distanza dai problemi attraverso il materiale tossico.

» Correnti artistiche Francesco Amorosino - 14/06/2011
Titolo: L'opera in eternit 'Wir rufen nicht die polizei'

'Il mezzo è il messaggio' diceva il grande Marshall McLuhan, il 'guru' della comunicazione di cui si celebrano quest'anno i 100 anni dalla nascita, intendendo che il canale attraverso il quale comunichiamo qualcosa cambia la natura stessa del messaggio e che il canale stesso può divenire un messaggio. Comunicare un'informazione in un modo o in un altro cambia la natura stessa di ciò che si afferma. 

Questo discorso vale ancor di più nel mondo dell'arte: il materiale utilizzato per creare un'opera è spesso importante quanto ciò che l'opera stessa rappresenta, e a volte è proprio il materiale utilizzato a divenire la vera forza di un lavoro. Un esempio si può rintracciare nelle sculture di Maurizio Savini, che utilizza il chewing-gum per realizzare incredibili animali profumati.

Pochi, però, si sono spinti tanto in là quanto PG-SLIS (Pierluigi Slis), artista trevigiano presente quest'anno alla Biennale d'arte di Venezia, nel padiglione della Siria, con un'opera che ha fatto molto discutere proprio per il materiale con cui è stata prodotta: l'amianto. Considerato dannoso per la salute, è ancora presente in tante forme nelle nostre città, dove le bonifiche procedono a rilento, nonostante le continue denunce delle associazioni ambientaliste e dei consumatori. L'amianto è uno di quei problemi che rimangono sullo sfondo, che continuano a tormentare il nostro Paese nel tempo, come un nemico impossibile da debellare. Si tratta di uno di quegli elementi che non è considerato dannoso fin quando non ci capita sotto gli occhi, a distanza ravvicinata. 


L'opera di PG-SLIS 'Wir rufen nicht die polizei' (tradotto dal tedesco: 'Noi non chiamiamo la
polizia'), vuole proprio far riflettere su questi concetti. L'installazione è composta da un sarcofago di metallo al cui interno, immerso in una vasca piena d'acqua, giace uno scheletro realizzato in eternit. L'oggetto è posto in una piccolissima stanza buia, mentre un brano del vangelo, sussurrato in forma di cantilena, viene diffuso in maniera ossessiva nella sala. Per scoprire com'è nata quest'opera tanto inquietante e potente abbiamo intervistato il suo autore, reduce dal grande impegno veneziano.

Qual è la genesi di questo tuo ultimo lavoro? 
"Mi sono concentrato sul tema della distanza, quella spazio temporale, mentale, eterea che intercorre tra la coscienza e la volontà, tra la coscienza che una cosa sia negativa e la volontà di farla nonostante sia negativa. In quel mentre passa un breve spazio mentale in cui si decide se agire o non agire. Mi interessa far cogliere questa distanza". 

Perché l'eternit?
"È stata una scelta precisa: è un materiale di cui si discute molto ma bisognerebbe conoscerlo bene per poterne parlare. È presente tutt'ora nella maggior parte delle infrastrutture pubbliche di cui disponiamo. Nonostante ci sono stati molti morti continuiamo a bere l'acqua che passa negli acquedotti fatti in eternit, quindi anche qui si ripropone la questione della distanza dal problema".

Come l'hai maneggiato? Come hai proceduto alla realizzazione dell'opera?
"Il lavoro è stato fatto in sicurezza per tutelare tutti quelli che ci hanno lavorato, tengo alla mia salute e a quella di chi mi sta attorno. La vasca è piena d'acqua e l'acqua stabilizza il materiale, lo rende inerte. Nella costruzione di questo lavoro ciò che mi ha dato più problemi è stata proprio l'acqua: è difficile renderla pura, trasparente, ferma. L'effetto cercato era quello di chiedersi se fosse un vetro, e volevo dare l'impressione che l'essere dentro il sarcofago respirasse, che tendesse a salire". 

Cosa significa essere alla Biennale di Venezia?
"La Biennale è un passaggio, certo è importante, ma è pur sempre solo un evento. Il mio principale obiettivo, da artista, è sentirmi felice a conclusione di ogni opera  e questa volta sono riuscito nell'intento. E poi lasciami dire che quest'opera rispecchia una piccola presa di posizione, quasi una rinuncia alle istituzioni, lo si legge nel titolo. L'istituzione va bene ma non voglio farci troppo affidamento".

Senti riemergere il tuo passato da graffitaro, da artista contro il sistema?
"Ho iniziato come writer dipingendo in strada, poi la pittura è diventata per me un mezzo facile di comunicazione, la padroneggio. Però adoro le installazioni, è una forma d'espressione che mi stimola enormemente: lì devi scavare dentro di te per poter essere pulito, essenziale, tecnico, preciso. Io, però, sono abbastanza 'aperto' come artista e mi piace sperimentare varie forme artistiche". 

Ogni tanto torni a fare i graffiti?
"Sì, la prossima opera sarà proprio in strada".