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INTERVISTA - Silvano Vinceti: "Il vero 'codice' da Vinci? È negli occhi della Gioconda

Lo studioso emiliano e il suo team di scienziati sono sulle tracce dei resti mortali di Lisa Gherardini, la donna che forse posò come modella per il ritratto di Leonardo, "ma non fu la sola", spiega il professore "e la prova è nascosta nel dipinto".

» Cronaca Arte Tatiana Battini - 07/06/2011

Lo staff scientifico del Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali (Convab), presieduto dallo studioso Silvano Vinceti, è da settimane impegnato nello scavo delle fondamenta dell'ex Convento di Sant'Orsola dove, in base ad indagini condotte, dovrebbero trovarsi i resti mortali di Lisa Gherardini, la nobildonna fiorentina moglie del mercante Francesco del Giocondo, che secondo fonti più o meno accreditate (la più antica sembra essere quella del Vasari) avrebbe posato come modella per il ritratto di Leonardo da Vinci universalmente conosciuto come la 'Gioconda' o 'Monna Lisa'. 

Scopo di questa nuova ricerca del Comitato, i cui membri sono già stati soprannominati 'Tomb Raiders' (l'équipe in passato ha svolto ricerche approfondite sui resti del Caravaggio, e prima ancora aveva indagato sulle spoglie mortali del Boiardo, del Poliziano, di Pico della Mirandola, solo per citare alcuni grandi personaggi), è quello di verificare una volta per tutte, grazie ad analisi scientifiche condotte sui resti ossei, se Lisa Gherardini è effettivamente 'la Gioconda' ritratta da Leonardo. Secondo Silvano Vinceti, presidente del Comitato e collaboratore esterno del ministero del Turismo, il quadro nasconde molto più di un semplice mistero legato alla donna ritratta. Vinceti lancia anche una sfida e una proposta al museo del Louvre. NanniMagazine lo ha intervistato per conoscere i dettagli:

Professor Vinceti, quale tipo di  documenti storici ha portato la sua équipe a cercare i resti di Lisa Gherardini nell'ex convento di Sant'Orsola?

"Come prova storica effettiva ci siamo basati sull'atto di morte e sepoltura della nobildonna, risalente al luglio del 1542, rinvenuto in un antico registro e scoperto qualche anno fa dallo storico Giuseppe Pallanti. Il documento indica come luogo di sepoltura proprio il convento femminile di Sant'Orsola in Firenze. Questo perché, mentre gli altri membri della famiglia del Giocondo (il marito Francesco e i due figli Bartolomeo e Piero) sono sepolti in una delle cappelle all'interno della chiesa fiorentina della Santissima Annunziata, Lisa, ormai sessantenne e malata, aveva espresso volontà di trascorrere l'ultima parte della propria vita (e la volontà di essere sepolta) nel convento di Sant'Orsola, che svolgeva anche ruolo di pensionato, assistita dalla figlia più giovane, Marietta, che aveva assunto il nome di suor Ludovica dopo aver preso i voti presso il convento. Questo per quanto concerne la documentazione certificata, grazie alla quale abbiamo ottenuto il permesso di scavare nell'ex convento. Ma la vera 'molla' che mi ha spinto a seguire le orme di Lisa Gherardini è un'altra, tutta personale".


[Nel cerchio di sinistra, la lettera 'L', nel cerchio di destra la lettera 'S']

Di cosa si tratta?

"Circa un anno fa un mio conoscente, appassionato di Leonardo anche lui, osservando un'immagine particolarmente ingrandita degli occhi della Gioconda notò dei piccoli 'segni' all'interno delle iridi. Mi comunicò questa sua impressione e da quel momento iniziai a studiare con attenzione gli occhi del ritratto. Ingrandendo ancor più il particolare delle iridi decifrai finalmente quei segni, che a mio avviso sono una lettera 'L' nell'iride sinistra (per chi guarda il dipinto) e una lettera 'S' nella destra, entrambe le lettere sono dipinte di nero con un pennello a punta finissima, e sono poste nel lato sinistro degli occhi. Oltre alle due lettere, analizzando un'immagine del quadro con una lente di ingrandimento, notai il numero '72' dipinto sotto una delle arcate del ponte presente sullo sfondo dell'opera, nel paesaggio sulla destra, che secondo me riproduce Ponte a Buriano, in provincia di Arezzo. Ritengo che questi tre 'segni' siano un vero e proprio messaggio che Leonardo ha volutamente nascosto in questo dipinto, che io considero una sorta di 'testamento spirituale' dell'artista, dove la pittura si coniuga con la filosofia, la matematica, la religione, l'esoterismo e così via. L'interpretazione di queste due particolari lettere (L e S) mi ha condotto sulle tracce di Lisa Gherardini (L come iniziale del nome Lisa) e, sollecitato anche dalla scoperta dell'atto di morte e sepoltura, ho iniziato la ricerca delle spoglie della nobildonna in Sant'Orsola".

A proposito delle ricerche nell'ex convento, finora avete rinvenuto diversi resti, come farete ad appurare quali siano quelli appartenenti a Lisa Gherardini, disponete forse del DNA?
"Quella dello scavo è la fase iniziale, il nostro obiettivo, per ora, è portare alla luce tutte le spoglie presenti nell'area che stiamo analizzando. Una volta riesumati, i resti saranno trasportati al dipartimento per la conservazione dei Beni culturali di Ravenna, presso l'università di Bologna, per dare il via alla seconda fase di studio. Qui le ossa saranno sottoposte a numerose analisi scientifiche, tra le quali l'esame del Carbonio 14 per determinare l'epoca a cui risalgono i resti ossei, l'esame istologico per verificare l'età anagrafica delle ossa (la Gherardini è morta all'età di 63 anni, quindi potremo fare una selezione mirata), l'esame dei metalli pesanti per verificare eventuali malattie, perché sappiamo che Lisa era malata, ma ignoriamo quale tipo di male l'affliggesse. Il livello di metalli pesanti presenti nel tessuto osseo permette di verificare svariate patologie, ad esempio, la presenza molto alta di piombo rinvenuta nelle ossa del Caravaggio ci ha portato a ipotizzare che potesse soffrire di saturnismo, o ancora, esaminando i resti mortali di Pico della Mirandola e del Poliziano abbiamo rinvenuto una presenza molto forte di arsenico, tanto da escludere una semplice assunzione della sostanza a scopo medicale, crediamo anzi che siano stati entrambi avvelenati. Tornando alle analisi, dopo che i resti ossei femminili rinvenuti saranno stati sottoposti a tutti gli esami sopra indicati, si passerà all'esame del DNA. Come abbiamo detto, in una delle cappelle della basilica fiorentina della santissima Annunziata, quella di Santa Lucia, si trovano le tombe dei del Giocondo. Questa cappella appartenne alla famiglia fino al 1723, quando l'ultimo discendente la vendette ad un'altra famiglia, la quale però non eliminò i resti ossei già presenti, ma li spostò in un ossario posizionato sempre all'interno della cappella. Abbiamo rinvenuto l'atto di morte dei due figli di Francesco e Lisa, ovvero Piero e Bartolomeo, e dunque riesumando le spoglie di uno dei due potremo confrontare il DNA con quello della madre".

A che punto sono gli scavi?
"Studiando il nucleo originario e quindi più antico dell'ex convento di Sant'Orsola, composto dalla chiesa e dal chiostro risalenti al XIV secolo, e focalizzando in quell'area le nostre ricerche, ci siamo imbattuti casualmente in una serie di tombe terranee di cui ignoravamo l'esistenza, perché il geo-radar non era riuscito a captarle, dato che questo strumento rileva soltanto la presenza di materiali consistenti, come ad esempio i mattoni. Una tomba terranea, lo dice la parola stessa, si trova ad una certa profondità nella terra nuda, ed è il modello di sepoltura più umile, quello utilizzato dall'ordine francescano, cui per l'appunto appartenevano le monache che si stabilirono nel convento a partire dal 1435. Alcuni resti ossei provenienti da queste sepolture li abbiamo riportati alla luce, ma sicuramente vi sono ancora altre tombe da analizzare, in questi giorni stiamo aspettando i permessi per poter scavare anche in aree non previste nel piano di indagine iniziale".

Che tipo di resti ossei avete rinvenuto fino a questo momento?
"All'inizio dei lavori abbiamo rinvenuto dei resti ossei incompleti all'interno di quattro tombe. La novità è che recentemente abbiamo scoperto altre quattro tombe che si trovano sotto uno strato di cemento armato, appena avremo il permesso, inizieremo a scavare anche questa zona del pavimento. Nelle tombe terranee abbiamo riportato alla luce pochissimi resti mortali, tutti provenienti dal primo nucleo di scavi effettuati, ma dobbiamo ancora analizzarne il contenuto. E di seguito ci dedicheremo a tutte le altre sepolture".

Per quale motivo lei sostiene che, a livello antropologico, sarebbe importante rinvenire il teschio della Gherardini, a che tipo di analisi volete sottoporlo?
"Le tecnologie moderne ci permettono di ricostruire le fattezze di un volto partendo dal cranio, abbiamo già svolto questo tipo di ricostruzione su Dante Alighieri e Pico della Mirandola, ed è possibile inoltre riprodurre le fattezze del viso così come dovevano apparire in età giovanile. L'antropologia ossea è un metodo di analisi riconosciuto e diffuso in tutto il mondo, la percentuale di errore è molto bassa, si aggira infatti tra l'uno e l'otto per cento. Ricostruendo le fattezze del volto di Lisa Gherardini potremmo finalmente appurare se è lei la modella che ha posato per il quadro di Leonardo cinque secoli fa. La risposta a questa domanda la può dare solo un esame del genere, né gli studiosi né gli storici dell'arte sono in grado di dire con certezza chi si cela dietro la Gioconda, anche perché mancano documenti storici a supporto, lo stesso Leonardo, che pure ha scritto molto, non ha mai vergato una riga a proposito di questo suo ritratto".

Dal punto di vista storico fu Giorgio Vasari il primo a rivelare l'identità della Gioconda dipinta da Leonardo, facendo appunto il nome della moglie di Francesco del Giocondo, Lisa Gherardini. Questa notizia è stata confermata da altri?
"C'è un precedente molto stuzzicante rispetto al passo riportato nelle 'Vite' del Vasari, che pochi conoscono. Si tratta di una nota manoscritta (datata 1504) presente nel libro di Cicerone 'Epistolae ad familiares' che si trova attualmente presso la biblioteca dell'università di Heidelberg, in Germania. La nota è stata apposta da Agostino Vespucci, segretario del Machiavelli, il quale annota nel libro in questione che Leonardo usava la stessa tecnica del pittore classico Apelle, famoso perché realizzava schizzi delle opere lasciandole per lo più incomplete. Scrive il Vespucci: "(come) il pittore Apelle. Così fa Leonardo da Vinci in tutti i suoi dipinti, ad esempio per la testa di Lisa del Giocondo e di Anna, la madre della Vergine", e come poi farà con la Battaglia di Anghiari, aggiunge il Vespucci. Questa nota manoscritta è di grande importanza perché è stata scritta pochi anni dopo l'inizio dell'opera da parte di Leonardo (1501-1502), e Vespucci nomina chiaramente la Gherardini ('Lisa del Giocondo') e considera il dipinto 'incompiuto'. Passando a Giorgio Vasari, egli pubblicò due edizioni del famoso libro 'Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri', la prima nel 1550 quando risiedeva a Roma, e questa edizione risulta molto imprecisa, e la seconda nel 1568 in cui cambiò numerosi passi rispetto alla prima edizione, ma non corresse mai la notizia che Francesco del Giocondo diede la commessa a Leonardo da Vinci per realizzare il ritratto della moglie Lisa Gherardini, attorno al 1501-1502, essendo evidentemente certo di questo fatto. Queste due notizie, seppur intriganti e indicative, non sono sufficienti per poter affermare con certezza che il volto della 'Gioconda' corrisponde a quello della moglie dei Francesco del Giocondo, e noi speriamo di riuscirci con le nostre ricerche..."

Torniamo alle lettere che sostiene di aver rinvenuto nelle iridi e al numero dipinto sotto le arcate del ponte, cosa rappresentano, secondo lei?
"Sono messaggi legati da un preciso simbolismo. Il numero 72, a mio parere, è la chiave per interpretare il significato nascosto negli occhi della Gioconda, ovvero la 'L' e la 'S', invisibili a occhio nudo. Sono convinto che almeno due persone hanno prestato il volto a Leonardo per questo dipinto, una è Lisa Gherardini, l'altro è Gian Giacomo Caprotti, soprannominato da Leonardo stesso 'il Salai', che fu aiutante e discepolo dell'artista per lunghi anni. A mio parere, la lettera 'L' rimanda a Lisa e la 'S' al Salai. Un 'duetto' che la dice lunga sulla concezione filosofica dell'artista: anzitutto si crea un binomio tra il femminile (Lisa) e il maschile (il Salai) che si rifà alle teorie filosofiche ed esoteriche sulla ri-congiunzione degli opposti, in modo da creare l'essere androgino, una creatura perfetta perché non più 'divisa a metà'. Tutta la filosofia antica, e anche le teorie neoplatoniche in voga nel '400 e nel '500, che Leonardo conosceva bene, erano basate sul simbolismo e sul concetto di dualismo, come abbiamo già accennato. Le figure ricorrenti della Vergine Celeste e della Vergine Terrestre segnavano la presenza di due diverse dimensioni, quella terrena e quella spirituale, quella storica e quella metastorica, e così via. Nei secoli in cui visse Leonardo il simbolismo e l'iconografia erano importantissimi, perché carichi di significati filosofici ed esoterici che noi oggi abbiamo perso, non sapendo più riconoscerli".

Ha definito questo dipinto il  'testamento spirituale' di Leonardo da Vinci, vuole spiegarci cosa intende?
"La Gioconda è l'unico quadro che l'artista porta con sé per 17 anni, fino quasi alla morte. Leonardo inizia a dedicarsi all'opera attorno al 1501-1502, ma la tela non sarà mai consegnata a Francesco del Giocondo (e quando da Vinci si recherà in Francia venderà il quadro al re Francesco I). Il Museo del Louvre ha svolto numerose ricerche sulla tela, e a seguito di indagini condotte già negli anni '50 con i raggi X, si è scoperto che l'artista ha ritoccato e modificato più volte il dipinto nel corso degli anni, e che è composto di più strati. La mia ipotesi è che nella prima versione del dipinto fosse assente il sorriso enigmatico che ha reso celebre il volto della 'Gioconda', sembra anzi che la donna ritratta apparisse malinconica. A sostegno di questa tesi c'è un richiamo importante del Vasari, a rafforzare l'idea che la modella ritratta in maniera tanto seriosa potesse effettivamente essere la moglie di Francesco del Giocondo. Il Vasari scrive che per far ridere Lisa Gherardini, durante la posa, si dovettero chiamare una serie di clown e pagliacci [1]. Sono convinto che nella prima versione del ritratto la donna avesse un'espressione malinconica perché Leonardo non avrebbe mai dipinto qualcosa di estraneo al temperamento di una persona, in questo caso la propensione al sorriso, se chi aveva di fronte in quel momento manifestava sentimenti opposti".

In base a cosa lo afferma?
"Alcuni studiosi sostengono che Leonardo fosse un ottimo ritrattista, quindi sapesse rendere perfettamente le fattezze fisiche di chi posava per lui; secondo altri, e io propendo per questa ipotesi, era certamente un eccellente ritrattista ma più che riprodurre fedelmente l'aspetto fisico mirava all'anima, all'interiorità, e attraverso il ritratto faceva in modo che la parte 'interiore' venisse alla luce. Rendere visibile 'il dentro', questo era il suo scopo. A conferma di ciò, in uno dei suoi trattati scrisse che ciò che è più complesso per un pittore non è fare il ritratto di una persona, ma tradurre in sembianze la spiritualità del modello che ha di fronte. A mio parere, Leonardo era anche uno psicologo, se così possiamo dire, oltre che un eccellente pittore".

Seguendo il suo discorso, quindi, il sorriso dipinto in un secondo momento da Leonardo sul volto della Gioconda apparterrebbe al Salai? Ha prove a sostegno di tale ipotesi?
"Nella versione finale del dipinto, quella che noi oggi ammiriamo al Louvre, la forma del naso e quella delle labbra sorridenti della 'Monna Lisa' sono stranamente simili alla forma del naso e del sorriso de 'L'Angelo incarnato', un disegno di Leonardo. Per realizzare il quale  egli volle un modello maschio, il suo discepolo e allievo Gian Giacomo Caprotti. Questo disegno richiama anch'esso il dualismo maschile-femminile, l'androginato, tanto che l'angelo è provvisto del sesso maschile e del seno femminile, e ha il dito rivolto verso il cielo, proprio come il dipinto del San Girolamo (anche per questa opera il modello fu Caprotti). Leonardo seguiva l'idea filosofica della perfezione come unione degli opposti, e torno a dire che il volto della Gioconda è sia quello di Lisa che quello del Salai, e ne trovo conferma anche nel numero 72 ,cui accennavo prima, perché nella concezione pitagorica il 7 e il 2 sono simbolo di opposti e fusione degli opposti, che si legano a concezioni filosofiche non solo di Pitagora, ma anche di Eraclito e di tutto il neoplatonismo in voga tra '400 e '500. Nel pitagorismo il numero è fondamentale, basta pensare che i seguaci sua Scuola prestavano il proprio giuramento su una figura geometrica [2]. Leonardo era figlio del suo tempo e 'infarciva' le opere pittoriche di concetti filosofici e geometrici che per lui erano la chiave per raggiungere la verità".

È anche vero che ogni numero può prestarsi a svariate interpretazioni cabalistiche ed esoteriche e risultare molto sigificativo...

"Certo, ma per Leonardo il 72 era una cifra degna di nota, tanto che ricorreva nelle sue opere. Nel corso delle mie ricerche ho studiato il significato dei simboli usati nel '400 e nel '500 per poter comprendere meglio il pensiero di Leonardo e capire perché, nei dipinti e nei disegni, sceglieva alcune forme geometriche e alcuni numeri piuttosto che altri, pensiamo all'affresco milanese de 'L'ultima Cena': se si contano i cassoni dipinti nell'opera si scoprirà che sono proprio settantadue. Anche Leonardo, come gran parte degli studiosi dell'Umanesimo, affonda le proprie radici filosofiche in Pitagora. Sappiamo che questi concepiva i numeri e le figure geometriche come essenza del mondo, e le figure geometriche avevano un preciso significato metafisico e religioso. E questo vale anche per il grande genio. Nelle pagine del 'De divina proportione' del matematico Luca Pacioli (testo che Leonardo acquistò per studiare matematica) è scritto che la figura perfetta è quella che ha 72 lati [3]. Da Vinci era uomo rinascimentale, epoca in cui la figura d'insieme contava molto più della frammentazione, tanto cara ai nostri tempi. Nella pittura egli esplorerà il tono, il colore (pensiamo alla famosa tecnica dello 'sfumato') ma  in questo tipo di arte farà sempre interagire tutte le altre discipline, la matematica,  la geometria, la filosofia, e così via. Siamo di fronte a un'interazione totale, tipica nel rinascimento ma difficile da comprendere per noi, che tendiamo a separare le innumerevoli forme del sapere, e separando perdiamo la visione d'insieme propria degli antichi".

Le lettere e i numeri che lei sostiene di aver scoperto non sono percepibili a occhio nudo. A che scopo, dunque, lasciare dei messaggi 'invisibili'?
"Non è proprio così. Il numero 72 è visibile, anche se è molto piccolo, infatti, a mio parere, è possibile notarlo a occhio nudo o con l'ausilio di una lente di ingrandimento. Le due lettere dipinte all'interno delle pupille non si vedono se non con un ingrandimento fotografico. Ma il fatto che Leonardo abbia deciso di inserirle proprio negli occhi è di grande importanza, nei suoi scritti ripete più volte che gli occhi sono lo specchio dell'anima, e per lui l'organo della vista è fondamentale. A mio avviso, ha dipinto le due lettere pur sapendo che nessuno le avrebbe mai potute notare, come a dire, ironicamente, che pochi sono in grado di 'vedere' davvero la realtà e comprenderla fino in fondo. Tornando al numero 72, gli studiosi hanno avanzato svariate ipotesi, c'è chi dice che indica la data del dipinto, ovvero 1472, ma a quell'epoca Leonardo aveva vent'anni, era ancora a bottega dal Verrocchio, tale congettura non ha fondamento, e poi l'ipotesi di una semplice datazione è troppo banale, non in linea con la figura di Leonardo da Vinci. Come ho già accennato, leggo nel 7 e nel 2 il significato pitagorico di congiunzione del maschile e del femminile, concetto filosofico alla base del pensiero leonardesco".

Si è dibattuto a lungo sul panorama che fa da sfondo al dipinto e in particolare sul ponte, c'è chi crede sia un paesaggio del piacentino e chi, come lei,  crede si tratti di Ponte a Buriano. Perché Leonardo avrebbe scelto proprio quel luogo? Il ponte ha una sua simbologia?
"Se ci si reca a Ponte a Buriano, in provincia di Arezzo, si vede la stessa scena naturale riprodotta dall'artista. Per di più Leonardo, per conto di Cesare Borgia, fece delle cartografie del territorio aretino (le 'carte di Windsor', così denominate perché sono conservate nel castello omonimo), dunque conosceva benissimo la zona. Il ponte, a livello simbolico, è ancora il mezzo di congiunzione di due opposti, come il maschile e femminile, o la realtà terrena con la realtà ultraterrena, rappresentando la continuazione della vita dopo la morte del corpo. Il paesaggio sulla sinistra per chi guarda, invece, è probabilmente posteriore rispetto all'altro, è un paesaggio lombardo e si intravede un lago, e sappiamo quanti anni l'artista abbia trascorso nel Nord Italia potendo scoprire, tra l'altro, la bellezza dei laghi della Brianza e del lago di Como".

Anche i francesi hanno condotto ricerche sul dipinto. Qual è il suo rapporto con gli studiosi del Louvre e cosa pensano delle sue teorie?
"A proposito delle lettere che ho scoperto negli occhi della Gioconda il direttore del museo ha asserito che sono un visionario, che vedo cose inesistenti. Eppure, vale la pena ricordare che gli studi condotti per conto del Louvre nei laboratori francesi del Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) hanno confermato la sia la presenza del numero 72 sotto l'arcata del ponte, sia la presenza di due 'segni' nelle iridi, ma non hanno una spiegazione valida da fornire, se non che potrebbe trattarsi di crepe del dipinto, ma è strano che entrambe queste 'crepe' siano posizionate dentro ciascun occhio e per di più entrambe spostate sulla sinistra delle iridi. Credo sia un tentativo da parte dei francesi (popolo notoriamente orgoglioso) di salvare il fatto che finora, nonostante anni di studio, non hanno mai fatto caso alle lettere dipinte negli occhi della Gioconda e al numero riportato sotto il ponte. Io, comunque, ho già lanciato la mia sfida al Louvre: il mio team scientifico si recherà a Parigi e al fianco del team di studiosi francesi indagherà sugli occhi della Monna Lisa. E ho anche aggiunto, se qualcuno ipotizzasse che le lettere ci sono ma sono state aggiunte posteriormente, che è sufficiente raccogliere un micro frammento di pigmento e analizzarlo, sapendo così a quale epoca appartiene. Finora non ho ricevuto alcuna risposta dalla Francia".

In seguito alle analisi condotte sui resti mortali del Caravaggio lei ha scritto un libro, 'Il mistero Caravaggio', sta preparando un libro anche su Monna Lisa?
"Si, lo pubblicheremo una volta terminate le ricerche e le analisi, quando sapremo finalmente la verità su Lisa Gherardini. Si intitolerà 'I segreti della Gioconda' e ricostruirà tutte le fasi dei nostri studi".
   
Il ritratto della Gioconda è da 500 anni in terra di Francia, crede che potremo mai riaverlo in Italia?
"Forse. A molti è sfuggito il fatto che quest'anno ricorre un anniversario particolare, esattamente 100 anni fa, nel 1911, Vincenzo Peruggia, ex impiegato del Louvre, rubò la Gioconda dal museo, e la polizia italiana ritrovò il dipinto due anni dopo, nel 1913, nel momento in cui il ladro stava cercando di venderlo ad un antiquario fiorentino. Il quadro, prima di essere riconsegnato ai francesi, venne restaurato ed esposto in Italia per un certo tempo. La proposta che lancio al governo francese e al Louvre è di poter esporre la Gioconda in Italia nel 2013 per alcuni mesi, a cento anni esatti dal ritrovamento del dipinto. In fondo, è grazie anche alle indagini della polizia italiana se loro, oggi, possono esporre al pubblico la Gioconda. Trovo sia un bel modo per fortificare ancor più il legame tra i nostri Paesi, e credo che il Louvre e il governo francese sapranno rispondere positivamente a questa proposta".

In passato ha indagato a lungo sui resti ossei del Caravaggio. Anche in quel caso, proprio come sta avvenendo ora, le sue ricerche sono balzate agli onori della cronaca. Cosa risponde a quanti sostengono che lei 'sfrutta' personaggi famosi per ricavarne notorietà?
"Noi scegliamo di dedicare i nostri studi a grandi uomini del passato perché crediamo che questo tipo di ricerche abbiano un risvolto educativo sui giovani, intendiamo stimolarli nello studio della storia, concentrandoci in particolare sui personaggi straordinari che hanno contribuito, per un verso o per l'altro, a dar lustro al nostro Paese. Stuzzicare la curiosità dei giovani attraverso ricerche avventurose e reperti antichi è un propulsore in più per fare in modo che si appassionino allo studio e imparino a sfogliare i testi scolastici con occhi diversi. Intorno ai luoghi di scavo notiamo molti ragazzi incuriositi e il nostro scopo è proprio quello di mostrare loro un diverso approccio alla cultura, allo studio del passato. Allargando il concetto, il nostro è anche un modo per agevolare il turismo culturale e valorizzare il territorio italiano, tanto è vero che il nostro ente è il 'Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali'. Il fatto poi che ricerche come queste scatenino i media internazionali e diano notorietà e visibilità a chi le compie è un effetto inevitabile, ma non è per questo che operiamo".

Ha detto che il suo sogno più grande sarebbe quello di ritrovare le spoglie di Leonardo da Vinci: quindi  lei non crede sia sepolto nella cappella Saint-Hubert ad Amboise, in Francia?
"Non si sa se i resti siano ancora nel castello di Amboise, alcune fonti ritengono che le spoglie siano state trafugate e disperse nelle acque della Loira dagli Ugonotti. E una targa apposta nei pressi della tomba suona più o meno così: "Qui dovrebbe essere sepolto Leonardo da Vinci". L'uso del condizionale la dice lunga sui dubbi che da tempo avvolgono i resti mortali di Leonardo. Vorremmo poter scavare e verificare l'interno del sepolcro, per ora abbiamo il via libera da parte dell'attuale proprietario del castello, ma l'autorizzazione più importante è quella del governo francese. Vedremo. Per ora la mia attenzione è tutta rivolta alla Gioconda e ai suoi misteri".

NOTE
[1]
Riportiamo parte del passo: "(...) e sia qual si vuole usovvi ancora questa arte essendo che M. Lisa bellissima, teneva, mentre che la traeva, chi sonasse o cantasse, e di continuo buffoni che la facessero stare allegra, per levar quel malinconico che suol dar spesso la pittura a' ritratti che si fanno. Ed in questo di Lionardo vi era un ghigno tanto piacevole, che era cosa più divina che umana a vederlo, ed era tenuta cosa maravigliosa, per non essere il vivo altrimenti". Giorgio Vasari, 'Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri'.
[2] Si tratta della tetraktys, cioè un triangolo equilatero formato in realtà disponendo in maniera piramidale 10 punti con il lato di 4. La tetraktys era considerata una figura sacra sulla quale i pitagorici pronunciavano il loro giuramento.
[3] Nel 'De divina proportione' del matematico Luca Pacioli è descritto il cosiddetto 'triangolo aureo', considerata la figura geometrica più semplice come raffigurazione dell'armonia divina nel mondo terreno, ed è un triangolo isoscele che ha gli angoli di base di 72 gradi.


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