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Doping: Dragani, "l'assunzione di EPO può causare trombosi ed embolie"
L'analisi dello specialista in Medicina dello Sport: "Il ciclismo amatoriale è oggi sotto stretta osservazione, ma la tentazione di assumere sostanze dopanti è presente in ogni disciplina che implichi un impegno cardiovascolare".
Fonte: immagine dal web
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C'era una volta lo sport amatoriale salutare, quello che impegnava milioni di ragazzini di ogni parte del mondo, li faceva sudare, fortificava le loro ossa, i loro muscoli e, soprattutto, aiutava la loro mente a crescere sana, imparando ad assaporare da subito la gioia della vittoria e la tristezza della sconfitta. In poche parole: lo sport che insegnava a vivere.
È anche vero che non si può mai fare di tutta un'erba un fascio, soprattutto in questo settore, in cui migliaia di giovani atleti vanno avanti utilizzando grinta e passione come unico propulsore, e in cui altrettanti allenatori e medici seguono e assistono gli sportivi nel migliore dei modi.
Detto questo, una consistente fetta dello sport amatoriale è nel mirino del ministero della Salute perché l'allarme doping tra gli atleti dilettanti italiani va aumentando anziché diminuendo. È di pochi giorni fa la notizia dello stanziamento, da parte del ministro Ferruccio Fazio, di due milioni di euro alla neonata Commissione Antidoping, istituita proprio per colpire duro su chi fa uso di determinate sostanze nel mondo dello sport amatoriale. Con un occhio di riguardo al ciclismo che, in fatto di doping, ha un preoccupante primato tra le giovani leve.
La questione è complessa: fino a quando lo sport professionistico sarà concepito come sinonimo di 'medaglie e gloria', con relativo ritorno economico per squadre, team e campioni, il doping sarà il diavolo tentatore di tanti piccoli atleti desiderosi di essere notati e 'scelti' tra tanti. E finquando l'ago della bilancia sarà spostato pesantemente sulla 'prestazione', le case farmaceutiche continueranno a produrre steroidi, anabolizzanti, integratori, e così via. Per cercare di esaminare gli effetti delle varie sostanze nocive su un organismo in crescita, Nannimagazine.it ha chiesto il parere del dottor Luca Dragani, Specialista in Medicina dello Sport e Dirigente Medico di Medicina Interna presso l'ospedale di Lanciano, in provincia di Chieti:
Dottor Dragani, l'uso di sostanze dopanti tra i giovani che praticano sport a livello amatoriale, soprattutto il ciclismo, ha indotto il ministero della Salute a istituire un'apposita Commissione, ma è un fenomeno di cui si parla da anni.
"Direi proprio di si. Il fenomeno è molto antico, e per combatterlo si sono susseguite numerose iniziative legislative, sempre più 'stringenti', sia a livello nazionale che europeo, ma si è sempre trovato il mezzo per aggirarle. Occorre ribadire che con il termine 'doping' si indica il qualsiasi utilizzo di sostanze terapeutiche senza indicazione clinica, ovvero senza che ci sia la necessità di curare una malattia. Numerose sostanze farmaceutiche hanno un effetto dopante (e in questo caso i farmaci devono obbligatoriamente segnalarlo sulla confezione), e naturalmente sono stati prodotti allo scopo di curare determinate malattie".
Può farci qualche esempio?
"Il più eclatante è l'eritropoietina (EPO), un ormone prodotto dal rene che può essere sintetizzato per la cura di alcune forme di anemia, ma che viene sfruttato a livello sportivo per aumentare artificialmente il numero di globuli rossi e 'potenziare' il trasporto dell'ossigeno ai tessuti migliorando così le prestazioni fisiche. A qiesto proposito, nei primi anni '80 il professor Angelo Resina portò avanti alcune ricerche, analizzando la presenza di anemia tra gli atleti che praticano sport a impegno cardiovascolare e scoprì che numerosi sportivi riportavano un ridotto tasso di emoglobina, ovvero risultavano anemici. All'epoca in cui il professor Resina condusse le ricerche non era ancora possibile sintetizzare l'ormone della eritropoietina, quindi nessuno sportivo poteva utilizzare questa sostanza dopante. Caso strano, a mio avviso, è che oggi si sente molto meno parlare di anemia tra gli sportivi, e il sospetto è che diversi atleti utilizzino l'EPO per migliorare le prestazioni fisiche".
Quindi, secondo lei, che legame c'è tra il livello di emoglobina e le sostanze dopanti?
"Un aumento dell'ematocrito, ovvero la percentuale di parte solida (globuli rossi) sul totale del sangue oltre il 43-45 per cento avviene solo in caso di malattie polmonari, a causa di un meccanismo di compensazione della ridotta ossigenazione del sangue indotto dall'eritropoietina del nostro organismo. Questo non avviene mai in un soggetto sano, come può essere uno sportivo, che ha evidentemente capacità funzionali respiratorie ottimali, se non introducendo dall'esterno l'eritropoietina (la sostanza dopante EPO). Per questo le ricerche condotte all'epoca dal professor Resina risultavano particolarmente interessanti".
A quali rischi va incontro una persona che assume una sostanza come l'EPO?
"Il pericolo è quello di rendere il sangue molto viscoso, meno liquido e con una velocità di circolo più bassa, condizione questa che favorisce fenomeni di trombosi ed embolia. Oltre l'EPO esistono molte altre forme di doping, ad esempio l'utilizzo di trasportatori artificiali di ossigeno (che risultano dannosissimi per il fegato) o l'uso dell'ormone GH, che aumenta sia la massa muscolare sia quella degli organi interni e delle cartilagini ossee provocando la acromegalia, dovuta proprio agli aumenti patologici di questo ormone, che nel tempo modifica la fisionomia del volto. Il ciclismo è finalmente sotto osservazione, com'è giusto, ma credo che la tentazione del doping sia dietro l'angolo per ogni sport a elevato impegno cardiovascolare".
A tal proposito il ministro Fazio ha accennato all'uso di sostanze dopanti anche tra i maratoneti dilettanti. Quali altri sport, secondo lei, sono coinvolti maggiormente e perché?
"Anche la maratona è uno sport faticoso a impegno aerobico (cioè con un metabolismo che predilige l'uso di meccanismi ossidativi per la produzione di energia) che investe l'intero organismo. Possiamo dire che esistono forme di doping per ogni tipo di sport, a secondo della 'necessità': pensiamo all'uso dei farmaci cosiddetti beta-bloccanti (utilizzati per l'ipertensione e lo scompenso cardiaco) che nei tiratori riducono il tremore fisiologico delle mani e permettono una mira più accurata. Naturalmente però, gli sport più 'a rischio' sono quelli che coinvolgono maggiormente l'apparato cardiovascolare: calcio, corsa, nuoto, ciclismo e anche la marcia".
Chi soffre già di una patologia e assume una sostanza dopante è a rischio doppio rispetto agli altri atleti? E in questo caso la responsabilità è del medico?
"Chi soffre di patologie rilevanti non ottiene l'idoneità allo svolgimento dell'attività fisica agonistica, quindi questa ipotesi sembra remota. Ma è vero che, anche in atleti in buona salute, può essere il doping stesso a creare patologie. Un esempio tipico è la SLA (ribattezzata morbo di Gehrig in ambito sortivo) che si manifesta con più grande incidenza in ex atleti: la sua causa è sconosciuta, ma fra le ipotesi c'è anche quella che possa insorgere tardivamente in chi abbia fatto uso di sostanze dopanti. Tornando alla responsabilità del medico, indubbiamente può esserci, anche se in molti casi l'atleta gestisce il doping per conto proprio e con altre figure (come il preparatore atletico personale, i dirigenti, ecc.). In ogni caso il medico o il team medico hanno anche funzione di vigilanza, e se questa risulta insufficiente per qualche ragione, allora si configura una responsabilità".
L'importanza dello sport (mens sana in corpore sano), è stata fagocitata da concetti quali 'prestazione' e 'rendimento': il giovane sportivo fa uso di sostanze dopanti perché sogna un futuro nel professionismo e non pensa ai rischi per la salute. Occorre, secondo lei, una ri-educazione allo sport?
"È difficile oggi pensare a uno sport senza 'sponsor', in questo ambito accade più o meno quello che accade nella società civile, c'è una costante ricerca della ricchezza e del successo. Potrebbe aiutare la testimonianza di campioni 'puliti' per essere di esempio ai più giovani, ma mi rendo conto che questa proposta suona un po' debole. Magari è preferibile far passare il concetto che è l'attività fisica, e non lo sport 'agonistico', a migliorare il nostro stato di salute e la qualità della nostra esistenza per tutta la sua durata".
Gli allenatori 'premono' sul giovane atleta perché renda sempre al massimo, spingendo spesso per un recupero in tempi brevi in caso di problemi fisici. Questo atteggiamento, secondo lei, può indurre all'uso di sostanze dopanti?
"No, l'allenatore fa il suo mestiere. C'è il medico, che è un suo collaboratore di fiducia, che fa rispettare i tempi e i modi di recupero da un infortunio o da una malattia. Purtroppo, a volte, chi più spesso 'preme', per usare la sua espressione, sulla valorizzazione e l'efficienza del giovane atleta sono proprio i genitori".
Una serie di campagne informative, soprattutto nelle scuole e nelle palestre, incentrate sui rischi che si corrono assumendo sostanze dopanti, potrebbe aprire gli occhi ai giovani?
"Certo, è quello che fa da anni la Federazione Medico-Sportiva Italiana (FMSI) con progetti coordinati assieme al CONI, con l'organizzazione di campagne informative e incontri nelle scuole medie e superiori. Il doping e l'alimentazione sono i due argomenti cardine e queste iniziative andrebbero incentivate e capillarizzate sempre più”.
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