Cultura e Spettacoli » Arte » Musei

Arte in crisi a Roma: un appello per salvare il Macro

Il direttore Barbero ha deciso di dare le dimissioni dopo l'allungamento dei tempi per la Fondazione e le ingerenze politiche: l'ex assessore alla cultura Croppi ha riunito curatori e critici per spiegare i misteri circa il museo che museo non è.

» Musei Francesco Amorosino - 27/05/2011

Incatenati davanti al Macro. No, non è una performance di qualche artista a corto d'idee, ma quanto potrebbe accadere a breve nella Capitale, che rischia di perdere uno dei suoi musei più interessante, vivo e innovativo per lasciare il posto a un guscio da riempire con quello che capita sotto mano, poco importa se si tratti di progetti creativi o di amici bisognosi d'aiuto. 

Roma è in rivolta per difendere il museo, e sembra incredibile vedere critici d'arte, direttori, artisti, persone di solito serie nelle occasioni formali, ma giocose nel vivere di ciò che di più evanescente e potente esiste, inferocirsi al punto da voler scendere in piazza alla stregua di liceali e legarsi a un edificio. Finalmente sembra che qualcosa si stia muovendo, che la cultura stia alzando la testa per riprendersi lo spazio che merita a partire da un appello rivolto a tutti gli amanti dell'arte per schierarsi contro la situazione nefasta creatasi negli ultimi mesi. 

Facendo un passo indietro, quando Gianni Alemanno è stato eletto sindaco di Roma, in molti hanno pensato che stessero per arrivare tempi bui per la cultura nella Capitale. Timori rientrati per l'Assessorato alla Cultura fu scelto Umberto Croppi, un uomo che ha dimostrato notevoli capacità di gestione del settore che gli veniva affidato, tanto da essere apprezzato da tutte le forze politiche e anche dagli addetti ai lavori. Una persona così bisognerebbe tenersela stretta, invece qualcosa è cambiato nel sempre magmatico panorama politico italiano. Il Popolo delle Libertà ha perso coesione, è nato il partito di Futuro e Libertà ed ecco che per Alemanno si è reso necessario un rimpasto di giunta: fuori Croppi, dentro Dino Gasperini. A nulla sono valse le proteste bipartisan dell'intera città, perché le ragioni politiche vincono sempre sulla ragione stessa. 

Che le cose sarebbero peggiorate, facendo avverare le funeste previsioni post elettorali, era ipotizzabile, ma che in poco più di quattro mesi si arrivasse alle soglie dello smantellamento del sistema dell'arte contemporanea a Roma non lo si immaginava di certo. Improvvisamente, ma forse neanche tanto, è scoppiato il caos. il Macro è rimasto orfano del suo direttore Luca Massimo Barbero; l'azienda speciale PalaExpo si vede ora privata dell'importante collegamento con la Fondazione Roma con le dimissioni di Emmanuele Maria Emanuele a causa del cambio di assessore; spuntano mostre di artisti molto vicini all'amministrazione comunale; quasi dal nulla compare una contestata Biennale di Scultura che poi cambia nome in Rassegna di Scultura; una statua di Papa Giovanni Paolo II alla Stazione Termini che divide l'opinione pubblica, modellata forse più dalla fretta e dai ritardi che dalla creatività. Qualcuno ha detto che è come se fosse saltato un tappo e ora solo una marea compatta, trasparente, efficace può lavare tutto il fango che sta emergendo.

Il tutto, insomma, sembra girare proprio intorno a Croppi, che lo scorso 25 maggio ha convocato una conferenza stampa per cercare di fare chiarezza su quanto sta succedendo nella Capitale. "Roma negli ultimi anni si è fatta notare per tanti eventi, e non per merito mio, erano processi in corso, dall'apertura del Maxxi e del nuovo Macro, dal completamento della Pelanda fino alla fiera Road to Contemporary art al Mattatoio. Si stavano costruendo dei modelli visibili, ma è un sistema fragile e basta un errore per rovinare questa idea dinamica della Capitale" ha iniziato Croppi facendo un quadro della situazione e sottolineando come gli errori ci sono già stati. "C'è stata una grande polemica su quella che era stata annunciata pomposamente come Biennale di Scultura e doveva tenersi in tanti luoghi storici di Roma. Non bisogna qui discuterne il valore artistico, ma chi governa dovrebbe assorbire il conflitto non alimentarlo: era sufficiente non promettere spazi impossibili per poi rimangiarsi la parola, avremmo evitato una brutta figura".

La situazione più grave, però, secondo Croppi è proprio quella del Museo di Arte Contemporanea di Roma, tanto critica da aver portato alle decisione di Barbero di dare le dimissioni: "Secondo uno studio di Zetema, il Macro ha bisogno di 7-8 milioni di euro l'anno per funzionare al meglio. Sono troppi per il solo Comune di Roma, per questo bisogna coinvolgere altri attori. In due anni ho lavorato con il sindaco per creare la Fondazione Macro che desse autonomia finanziaria e gestionale alla struttura, includendo nella governance tutti gli addetti ai lavori". Durante questo percorso, però, Croppi si è scontrato con un ostacolo imprevisto: "Ho scoperto che il Macro non è mai stato istituito come museo, era un ufficio della sovrintendenza a cui era stata data un po' di autonomia da Veltroni. Non ha né lo status di museo, né una collezione". A luglio 2010 nasce la prima delibera che vuole fare tre cose: istituire il museo, dargli gli spazi in cui già risiede (Macro a via Nizza e via Reggio Emilia, Macro Testaccio e Pelanda) e istituire la Fondazione, includendo anche l'associazione MacroAmici che "ha svolto finora una funziona fondamentale dando risorse al museo". 

Un solo provvedimento, però, "poteva generare confusione tra gestione e proprietà delle strutture, così abbiamo lavorato per alcuni mesi per scindere le cose e abbiamo creato due nuove delibere una per istituire il museo e dargli gli spazi e la collezione, l'altra per creare la Fondazione". Il Comune di Roma avrebbe messo 200mila euro come quota nella Fondazione e 2 milioni all'anno per la gestione del museo. Nel frattempo era stato creato un centro di costo autonomo presso la sovrintendenza. Nel provvedimento furono anche assegnanti al Macro "gli altri padiglioni del Mattatoio, per creare una cittadella dell'arte". Le delibere sono arrivate in giunta il 24 novembre del 2010 dove hanno riscosso approvazione sia da maggioranza che da opposizione e lì si è fermato il loro cammino, 'insabbiate' secondo Croppi senza che nessuno faccia qualcosa tanto che "bisognerebbe ricordare al PD che anche loro avevano la volontà di fare quelle iniziative". 

Questo sarebbe uno dei motivi che ha portato Luca Masimo Barbero alle dimissioni, ma il direttore si è visto attaccato da chi doveva difenderlo, a cominciare dallo stesso sovrintendente Umberto Broccoli, ovvero il suo superiore secondo lo status attuale del Macro. "Negli ultimi giorni Broccoli con un atto autonomo ha eliminato il centro di costo perché si doveva fare la Fondazione e quindi secondo lui non serviva più. Questo non solo è stato un gravissimo atto di sfiducia nei confronti del direttore, ma anche un tentativo di assorbire nella sovrintendenza gli stanziamenti per il museo, così com'è stato finora". 

Eppure i numeri parlano da soli: Barbero si è insediato a maggio 2009 portando le visite al Macro in sei mesi a 79mila contro i 40mila dell'anno precedente, mentre nel 2010 ci sono stati 152mila visitatori e nel 2011 finora 115mila, "cifre da grande museo internazionale" secondo Croppi che ha voluto evidenziare come il direttore abbia fatto questo lavoro con uno stipendio di 80mila euro lordi all'anno, ossia il minimo indispensabile per una persona che ha necessità di viaggiare per organizzare mostre e promuovere il museo. Per questi motivi Croppi ha lanciato un appello al sindaco perché rigetti le dimissioni di Barbero e lavori insieme a tutti verso la Fondazione da istituire entro luglio. "Il problema non è chi farà il direttore, il problema è questo sistema gestionale. Se non si ripristinano i fondi per il museo e non gli si dà autonomia artistica finirà per diventare un affittacamere senza alcun criterio". Il criterio, però, c'è già ed è quello della cosiddetta 'amicizia', riproponendo la triste passerella delle mostre in spazi pubblici dove non è l'arte la protagonista, ma solo la politica di basso livello. Croppi dice di non voler avere altri ruoli nella vicenda, perché si è già ritagliato il suo spazio: il prossimo 8 giugno verrà, infatti, presentata 'Una Città. Network di cultura urbana', la nuova associazione da lui presieduta che mira a portare avanti la discussione sul futuro di Roma. 

Dino Gasperini, dal canto suo, non è rimasto silente davanti le accuse di Croppi e le ha rigettate al mittente, assicurando che presto arriverà in giunta la delibera "che finalmente darà al Macro autonomia gestionale e centro di costo autonomo", diversa da quelle precedenti perché, secondo l'assessore, "erano sbagliate: per istituire un museo serve un regolamento e una carta dei servizi". Il nome del nuovo direttore, inoltre, dovrebbe arrivare a breve, una volta finiti i colloqui che l'assessore sta tenendo in questi giorni. Ma se anche fosse vero che le delibere erano sbagliate, perché accantonare per ora l'idea della Fondazione quando si era a solo un passo di distanza? E perché fare colloqui con i possibili direttori (tra cui si fa già il nome di Vittorio Sgarbi) invece di un bando pubblico? Visto che quest'ultimo non si può fare fin quando il Macro non viene classificato come museo, non sarebbe meglio dare la possibilità a Barbero di continuare il suo lavoro?

Intanto a margine della conferenza stampa di Croppi critici, curatori e artisti si sono riuniti spontaneamente per redigere un appello a una gestione più trasparente e meno politica del sistema dell'arte, instaurando un dialogo con tutti gli interlocutori. Forse per essere ascoltati, però, si dovrà ripetere la scena dell'anno scorso, quando il mondo del Cinema ha occupato il red carpet al Festival di Venezia. Ora, forse, bisognerebbe avere il coraggio di fare lo stesso alla Biennale d'Arte, già infuocata dal discusso Padiglione Italia di Sgarbi, teatro perfetto per far risorgere dalle sue ceneri una cultura che da troppo tempo ristagna in un mondo artificiale, mentre fuori tutto prende un'altra strada. 'La cultura non si mangia' ha detto il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, eppure la politica la cultura se la vuole mangiare tutta, lasciando al pubblico i maleodoranti resti. L'Italia è un Paese dove la poesia è deturpata dalle mani dei politici, dove un presidente del Consiglio si fa fotografare con il flash davanti al Cenacolo di Leonardo da Vinci, dove i musei sono solo luoghi per parcheggiare artisti che hanno detto tutto o che non hanno nulla da dire. Il Macro ha la colpa di aver provato ad andare oltre tutto questo. E allora che sia ricoperto di persone e catene. 

MATERIALE
- Appello