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Medio Oriente: Siria, una rivolta 'di serie B'

Da oltre un mese la popolazione siriana è in rivolta contro il governo di Bashar Assad, ma lo scacchiere internazionale sta dedicando poca attenzione all'ennesima rivoluzione partita dai Paesi del Nord Africa.

Appena due mesi fa il ministro degli Esteri, Franco Frattini, in occasione di una visita-lampo in Siria, Giordania e Tunisia, aveva speso parole rassicuranti sulla Siria: "È un Paese stabile e solido, in cui il desiderio del popolo di modernizzazione è soddisfatto". Lo scorso 18 marzo, però, la popolazione siriana è insorta a Daraa contro il regime del giovane Bashar Assad. A giudicare dagli avvenimenti in corso, non sembra che il "desiderio di modernizzazione del popolo" sia così soddisfacente.

Le notizie di ieri e di oggi, battute da diverse agenzie di stampa, parlano di violente repressioni da parte degli uomini di Asssad: questa mattina il presidente siriano ha inviato i suoi soldati in un quartiere di Damasco, mentre diversi carri armati hanno aperto il fuoco su Daraa per reprimere i disordini sviluppatisi nella città. La stampa locale ha parlato di autobus che starebbero trasportando centinaia di soldati in assetto anti-sommossa nel quartiere settentrionale di Douma, a Damasco, da dove i manifestanti filo-democratici, nelle ultime due settimane, hanno provato a raggiungere il centro della capitale. Secondo fonti di agenzia i morti sarebbero almeno venti. Soltanto ieri, oltre 2mila uomini sono stati dispiegati nel quartiere di Damasco organizzando posti di blocco per arrestare la popolazione filo-democratica. Un anonimo testimone ha riferito di aver visto "diversi camion nelle strade, dotati di mitragliatrici, e uomini della polizia in borghese portare fucili da assalto". La fonte anonima ritiene che i soldati fossero membri delle Guardie repubblicane, fedeli al presidente. Tra ieri e oggi, secondo un'associazione non governativa locale, in diverse città della Siria sarebbero state arrestate 500 persone che manifestavano contro il regime, mentre secondo stime approssimative, dall'inizio della rivolta le vittime delle repressioni sarebbero oltre 350.

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La Siria è governata dalla famiglia Assad da quando il padre di Bashar, il presidente Hafez al-Assad, ha preso il potere nel 1970 attraverso un colpo di Stato. Bashar ha mantenuto intatto il sistema politico autocratico che ha ereditato nel 2000, mentre la famiglia ha aumentato il controllo sull'economia del Paese. Assad ha rafforzato i legami della Siria con l'Iran, ed entrambi i Paesi sostengono i gruppi militanti di Hezbollah e Hamas, mentre Damasco è ancora alla ricerca della pace con Israele. A livello geo-politico la situazione siriana è molto delicata, secondo lo studioso americano Michael Walzer, intervistato qualche giorno fa su Il Corriere della Sera, "Usa, Ue e Onu devono premere quanto più possibile su Assad e sull'opposizione per una soluzione politica della crisi. Devono mediare, promuovere negoziati con tutti i mezzi a loro disposizione, dalle sanzioni all'assistenza economica. Dalla stabilità della Siria dipende la stabilità di buona parte del Medio Oriente, a incominciare da Israele e Palestina". 

Secondo l'esperto è consigliabile non intervenire militarmente in Siria, come invece è accaduto in Libia, perché non esiste, al momento attuale, un'alternativa possibile al regime di Assad: "se venisse rovesciato salterebbero i precari equilibri mediorientali, una prospettiva che allarma l'Iran, il cui regime è sciita, come quello siriano, e cerca pertanto di preservarlo". Insomma, un cambio al vertice forzato, per Walzer, non darebbe alcuna garanzia: un eventuale successore di Assad "potrebbe essere peggio di lui. Ce lo dice l'incertezza sugli sviluppi in Egitto, Libia, Tunisia, ecc. Ce lo dice l'ansietà di Israele, che sa che senza l'Egitto un accordo sulla Palestina è molto più difficile, e sa che senza la Siria è difficile un accordo sulle alture del Golan. Ce lo dice il nervosismo dell'Arabia Saudita, che ha paura che la rivolta si estenda al Golfo Persico, che è già in agitazione".



L'ipotesi di un possibile intervento armato in Siria non è una priorità nello scacchiere internazionale, adesso a muoversi è la diplomazia: la Turchia, è notizia di ieri, ha proposto di fare da 'mediatore' e il presidente Usa, Barak Obama, nel corso di una telefonata al primo ministro Recep Tayyp Erdogan, ha appoggiato questa eventualità riconoscendo il ruolo di Ankara come bilanciere della regione. I due leader hanno condannato la repressione messa in atto da Assad, e Obama ha espresso a Erdogan la speranza che la Turchia possa normalizzare i suoi rapporti con Israele "nell'interesse della stabilizzazione dell'intera regione". La Casa Bianca ha inoltre reso noto che sta studiando il modo di imporre sanzioni selettive contro il regime di Bashir al Assad. "Stiamo valutando una serie di opzioni - ha detto una portavoce del governo -, comprese le sanzioni mirate. Secondo noi possono esercitare la giusta pressione su governi e regimi e modificare i loro comportamenti. Continuiamo a premere affinchè il presidente Assad mantenga tutte le promesse fatte, ovvero attuare le riforme e cessare le violenze contro il suo popolo". A fine marzo 2011, d'altra parte, il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, aveva già espresso chiaramente la posizione degli Usa riguardo le rivolte siriane: "Non interverremo militarmente in Siria, la situazione in questo Paese è diversa dalla situazione creatasi in Libia".

Per quanto riguarda l'Europa, il presidente francese Sarkozy ha reso noto che "un eventuale intervento armato in Siria sarebbe possibile solo nell'ambito di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu". Mentre il ministro degli Esteri, Alain Juppé, ha espresso parole dure contro il regime di Assad al termine dell'incontro Italia-Francia avvenuto ieri a Roma, in cui i due Paesi hanno chiesto al regime di Damasco di porre fine alla violenta repressione di queste settimane: "Non c'è alcun dubbio che non si può fare nulla senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. La situazione è inaccettabile. Non ci si oppone ai manifestanti con i carri armati e con l'esercito, non si spara sui dimostranti, questa brutalità è inaccettabile". L'Italia e la Francia, insomma, hanno intenzione di chiedere l'istituzione di una commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite sulle stragi di civili avvenute in Siria. Questa è la linea comune decisa durante l'incontro dei ministri degli esteri Frattini e Juppé. 

Nonostante l'indignazione espressa più volte dagli Stati uniti e dall'Europa, è evidente che le repressioni sanguinarie di Assad stanno passando pressoché sotto silenzio, la macchina mediatica ha i fari puntati altrove, in altre zone del Medio Oriente e del Maghreb, come se le rivolte della popolazione siriana non abbiano, ad esempio, lo stesso 'peso' di quelle libiche. Probabilmente ha visto giusto il ministro dell'Economia Tremonti, invitato ad esprimersi sulla situazione siriana durante la trasmissione 'In mezz'ora' del 27 marzo 2011: "Non essendoci petrolio in Siria, penso che la voglia di intervenire sia più modesta che altrove".