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Folco Terzani, una mostra e un film?tutto su "mio padre"

Il figlio del grande Tiziano a Nannimagazine.it: "Il lungometraggio è un tour de force di parole, di discorsi. Invece l'esposizione fotografica e un muto viaggio di riflessione. Lui partiva anche per lavoro, io mi concentro sui luoghi".

» Cronaca Arte Paola Alagia - 30/03/2011
Titolo: Folco Terzani
Fonte: static.rbcasting.com

La mostra 'Tiziano Terzani. Clik! Trent'anni d'Asia' l'ha curata lui personalmente, scegliendo 100 scatti significativi dell'appassionato peregrinare del padre, giornalista inviato in Oriente. Del film 'La fine è il mio inizio', diretto da Jo Baier, che uscirà nelle sale il primo aprile, invece, ha scritto la sceneggiatura. C'è il figlio Folco Terzani dietro il doppio appuntamento culturale di questo primo scorcio di primavera. La sua è un'impresa divulgativa che ha un protagonista indiscusso, il padre, cronista e scrittore fiorentino di fama internazionale che attraverso i suoi scritti e scatti è riuscito più di tutti a far conoscere il continente asiatico. 

Tiziano Terzani e l'Asia sono indissolubilmente legati, come traspare dalle foto in rassegna. Non solo, ma esiste un nesso anche tra la mostra e il lungometraggio: "Mentre il film è un tour de force di parole, dialoghi serrati, senza neanche un diaframma d'aria, la mostra è un film muto, in bianco e nero, dove tutto è affidato alle immagini". Nannimagazine.it  riesce a contattare al telefono di casa sua (perché il cellulare non ce l'ha) Folco, proprio un attimo primo che parta per Roma. Tra l'inaugurazione della mostra e la presentazione de 'La fine è il mio inizio', sono giornate molto intense per lui, ma non si sottrae a qualche domanda.

Folco, partiamo dalla mostra. Tuo padre cercava di catturare un Oriente misterioso e affascinante che stava per sparire. Tu pensi che, alla fine, sia scomparso, vittima del capitalismo selvaggio?
"Ci abbiamo provato col Cristianesimo, ma niente. Il capitalismo, invece, è stata ed è un'onda che ha sommerso tutti. Non c'è una città, un paese, un luogo che non ne siano stati stato lambiti. L'unica eccezione, almeno per ora, è il regno del Mustang, un posto isolato nell'Himalaya, a cui è dedicata una sezione ad hoc della mostra. É un'isola felice che aveva il suo re, una specie di Shangri-la che aveva attratto mio padre proprio perché incontaminato e poco noto. Ora, ahimè, anche lì non c'è più il re e probabilmente il suo aspetto cambierà". 

      
               [Folco Terzani insieme a suo padre a Orsigna (PT) durante le lunghe conversazioni da cui 
                                            nascerà poi il libro 'La fine è il mio inizio' del 2006]

Qual è la prima cosa che pensi guardando le foto di tuo padre nel Mustang?
"É, senza dubbio, importante tutto ciò che si acquisisce col nuovo. Senza acqua e luce, a esempio, noi non riusciamo a immaginare nulla. Ma c'è un'armonia in quei posti dal sapore antico come il regno nel cuore dell'Himalaya che se non tocchi con mano non ci credi. Non riesci proprio a capire come si possa vivere. É questo l'errore in cui si incorre perché in tali luoghi non c'è l'acqua, ma c'è il fiume. C'è, insomma, un altro tipo di felicità. Ed è proprio questa armonia a noi sconosciuta che mio padre, con la sua macchina, ha voluto immortalare prima che sparisse per sempre".

Tu dici che tuo padre ti ha lasciato un insegnamento su tutti gli altri: la voglia di scoprire il mondo. Ma cosa si può ancora scoprire nell'era della comunicazione globale e dell'informazione in tempo reale? C'è spazio per nuove sorprese e nuovi stupori?
"Mi viene in mente Delhi, dove mio padre ha vissuto. E ricordo che per raggiungere il suo ufficio bisognava prima scavalcare una grossa mucca. Stava lì in fondo alle scale. Fotogrammi di vita che, ovviamente, non ci sono più. Oggi Delhi è una città moderna. É cambiata, come sono cambiate tutte le altre, del resto. Ogni cosa è mutata. Io, però, sono convinto che basta addentrarsi nei luoghi, guardare le cose con profondità per riuscire a scorgere aspetti che nessuno coglie".

Come pensi che lui avrebbe raccontato il disastro giapponese. Forse sarebbe stato colpito dalla compostezza e dalla dignità di quel popolo...
"Non riesco proprio a interpretare il pensiero di mio padre. É difficile. Posso dirti solo come la penso io".

Prego.
"Sono stato in Giappone insieme a mio padre negli anni '80 e, ovviamente, abbiamo visto un Paese che era un successo mondiale, non solo asiatico. Noi europei crediamo sempre di essere i più avanzati. A volte, cediamo il posto agli americani, ma finisce qui. Il perimetro rimane dentro questi confini: è una partita di primati che ci giochiamo tra noi e loro. Il Giappone, invece, per tanti aspetti è più avanti di noi. La puntualità dei treni, a esempio, fu una cosa che allora mi colpì moltissimo. Comunque, al di là del gradi di avanzamento di un popolo, la lezione che arriva dal sisma e dallo tsunami nella penisola nipponica è una sola e vale per tutti: anche quando tocchiamo livelli elevatissimi con le nostre performance, la forza dell'essere umano rimane limitata, il nostro dominio dura un attimo. E chissà, magari le formiche torneranno numerose laddove oggi sorgono grattaceli e palazzi".

C'è un altro fronte delicato, la Libia. Torna il concetto di 'guerra umanitaria'. Qual è il tuo approccio?
"Il concetto della non violenza è complicato. Ancora non ci sono arrivato. Per ora sono fermo al vegetarianesimo. Credo ci si arrivi alla fine di un lungo percorso". 

É difficile non pensare a 'Lettere contro la guerra' di tuo padre. Che cosa ti ha trasmesso questo libro?
"Mi hanno sorpreso molto le parole di mio padre nel testo. Ci ho visto dentro una persona diversa da quella che avevo conosciuto. Dalle pagine di 'Lettere contro la guerra' traspare un punto di vista diverso di Tiziano Terzani, non più dentro le cose".

Che rappresenta per te, oggi, il viaggio. In cosa è diverso il tuo viaggiare rispetto a quello di tuo padre?
"Anch'io, come ha fatto lui, viaggio tanto. Torno adesso dall'India e prima ero stato in Brasile. Per me viaggiare significa stimolare il pensiero. Anche vedere un film fa riflettere e venire fuori cose nascoste nella propria interiorità, ma il viaggio è diverso. Ha dentro di sé quella dose di rischi e benefici che ne rappresentano la vera essenza. Il mio approccio al viaggio, naturalmente, è diverso da quello di mio padre. Lui era più distaccato perché giornalista. E, soprattutto, di ogni impresa doveva raccontare, al contrario di me. Io viaggio per immergermi nella natura, poi chi sia il capo di governo di un determinato Paese o quale partito abbia vinto le elezioni mi interessa poco. La mia passione per i luoghi è letteralmente geografica e non geopolitica. Sono i laghi, i fiumi e i monti che mi interessano. D'altronde i re passano, la fisionomia dei luoghi resiste di più".

Parliamo del film tratto dall'omonimo bestseller. Come è nata l'idea?
"Io conosco tutto a memoria di mio padre. Il film, quindi, rappresenta il mio tentativo di raccontare ai più giovani cosa è stato e ha fatto Tiziano Terzani. Questa pellicola è un dialogo serrato, senza diaframmi d'aria. Un esercizio d'ascolto notevole per il pubblico perché è un tour de force di discorsi senza pause. In maniera speculare, invece, la mostra è una riflessione su luoghi e atmosfere. Senza parole".

Una sorta di film muto?
"É esattamente così: un film muto e in bianco e nero".

Elio Germano nel ruolo di Folco Terzani. Che giudizio esprimi?
"In una sola parola: fantastico. É come il mio Avatar, ma più forte e più blu. É riuscito a tirare fuori perfettamente ciò che avevo dentro. É stato bravo anche perché, mentre Bruno Ganz doveva cogliere i particolari e la vita di un uomo già fiorito, mio padre, Elio Germano ha dovuto lavorare su un giovane che si stava formando".