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Italiani detenuti all'estero: sono 3mila in attesa di giudizio

» Carcere Valentina Dello Russo - 06/05/2008

Da tre anni chiuso in una cella di una prigione californiana, davanti a sé altri sei anni di reclusione: è l’incubo che sta vivendo Carlo Parlanti, 44enne nostro connazionale, accusato di sequestro di persona e violenza sessuale e domestica nei confronti della sua ex convivente.
Nel 2005 Parlanti è stato condannato a nove anni di carcere, nonostante la mancanza di elementi accusatori credibili, l’inattendibilità della presunta vittima e la presentazione di evidenti prove della sua innocenza. La sua situazione è inasprita da una grave forma di sciatalgia, di piorrea e asma. In più, nel corso del suo stato detentivo, ha contratto l’epatite C e gli è stato diagnosticato un sospetto cancro al polmone. Purtroppo, come la sua, ci sono altre migliaia di storie di detenuti italiani all’estero.
I DATI. Secondo fonti ufficiali del Ministero Affari Esteri, allo stato attuale, gli Italiani detenuti all’estero, sono 2.828 (con mille complicazioni nel contarli). Lo stato della giustizia varia a seconda del Paese e della situazione personale di ognuno: i già condannati sono 1.501, 1.238 aspettano un giudizio, mentre 89 l’estradizione. Ovviamente non tutti si dicono innocenti e non tutti scontano trattamenti inumani come Parlanti. Eppure sono tanti e, il più delle volte, ignorati dal nostro Stato. Basti paragonare i due Paesi a più forte immigrazione dall’Italia, vale a dire la Germania e l’Argentina. Secondo le statistiche del 2006, sono 626.078 gli italiani migrati nel Paese europeo, mentre 534.670 connazionali hanno preferito spostarsi oltreoceano. Ebbene, in Germania 976 di questi sono attualmente in carcere (otto di loro attendono però l’estradizione) e si tratta del numero più alto fra 70 Paesi, ma il dato non è comparabile con quello argentino (che ne calcola solo 34, di cui uno in attesa di estradizione). Le cifre dal Sudamerica sarebbero infatti molto più alte se si contassero anche i nostri compatrioti che hanno ottenuto la doppia cittadinanza.
Fa scalpore, poi, che la cifra relativa all’Australia (23 detenuti, di cui 4 in attesa di estradizione) sia aggiornata al 2005: un vuoto di tre anni che dipende dalla reticenza del governo australiano stesso nel comunicare eventuali incrementi o decrementi nel dato. Anche le cifre relative al Belgio (sesto Paese nel mondo per presenza di Italiani, con 234.445 unità) sono ferme al giugno 2006 e parlano di 260 compatrioti in attesa di giudizio e 20 di estradizione. Nelle carceri della Svizzera, che ospita 511.190 nostri connazionali, ce ne sono 95, mentre in Spagna (dove gli Italiani sono molti meno e cioè 76.200) sono ben 429. La legge sulla privacy, le diverse legislazioni nazionali, quella internazionale e le mille falle normative, non agevolano una corretta comprensione del fenomeno e della sua estensione.
IL CONFLITTO TRA LE LEGISLAZIONI. Fra gli italiani detenuti nelle carceri straniere ve ne sono alcuni che rischiano la pena di morte per reati come detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti che, secondo il nostro ordinamento giuridico, sono puniti con sanzioni detentive brevi o addirittura amministrative. Secondo i dati ufficiali, ad esempio, sono molti, ad esempio, i cittadini italiani incarcerati negli Stati Uniti, Emirati Arabi, in Eritrea, India, Indonesia, Perù, Cile, Bolivia,  Argentina e Brasile: tutti Paesi nei quali é prevista la pena di morte, anche se, in alcuni, alcuni di essi soltanto per reati eccezionali.
Inoltre sono pochissimi gli Stati che, pur non essendo membri del Consiglio d’Europa, hanno ugualmente ratificato la Convenzione europea sul trasferimento delle persone condannate, siglata a Strasburgo nel 1983. Questo significa che, in tutti gli altri casi, sarebbero necessari accordi bilaterali in tal senso con i singoli Stati perché, in mancanza di questi, non esiste un modo per ottenere il trasferimento di cittadini italiani, trattenuti in istituti penitenziari stranieri.
I PRINCIPALI PROBLEMI . L’articolo 27 della nostra Costituzione stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato e non consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Va da sé che la distanza dalla famiglia e lo sradicamento dal proprio territorio rendono di fatto impossibile ogni tentativo di reinserimento sociale delle persone detenute all’estero. Inoltre le difficoltà di comunicazione con i propri familiari e quelle di dialogo con gli altri reclusi (per presumibili problemi di lingua),  tendono a rendere la prigionia inumana e degradante. A questi aspetti, si aggiungono anche le pessime condizioni in cui versano le carceri di mezzo mondo: non sono pochi i nostri connazionali che contraggono malattie nel periodo di detenzione e, nei loro racconti, non mancano i riferimenti a “topi ed escrementi, mancanza d’acqua, scarsità di cibo”.
L’ASSENZA DI UN GRATUITO PATROCINIO. Una delle problematiche più gravi e ricorrenti, in questi casi, è poi la mancanza di un “gratuito patrocinio” (è sempre la nostra Magna Carta a prevederlo: l’articolo 24, infatti, stabilisce che tocchi allo Stato Italiano, laddove sorgano difficoltà economiche, garantire il diritto alla difesa a chiunque venga arrestato sul suo territorio). Il più delle volte, infatti, le famiglie di persone arrestate in un Paese straniero, oltre ai normali problemi di comunicazione e di ignoranza relativi alla legislazione locale, si trovano a dover fronteggiare delle spese legali troppo al di là delle loro possibilità economiche.