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Papilloma virus (Hpv): sul vaccino mamme italiane ancora poco informate
Prevenire il tumore dell'utero: 7 donne su 10 hanno informazioni chiare, ma restano interrogativi e timori. Per questo chiedono rassicurazioni su efficacia, sicurezza e costi del vaccino. Dall'O.N.Da arrivano i dati sulla conoscenza della patologia.
Fonte: Immagine dal web
Solo due mamme su dieci con figlie femmine tra gli 11 e i 18 anni sono pienamente consapevoli di che cosa sia il 'papilloma virus (Hpv)', il virus responsabile del carcinoma dell'utero, mentre solo due su dieci ritengono di avere ricevuto una buona informazione, chiara e completa. In generale le donne hanno un atteggiamento favorevole nei confronti dei vaccini, anche se poi il 20% manifesta qualche pregiudizio in merito. Per questo motivo, in relazione all'Hpv solo il 59% delle adolescenti nate nel 1997 è stata vaccinata con le tre dosi previste.
A distanza di due anni dal lancio della campagna di vaccinazione contro l'Hpv, l'Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (O.N.Da) ha pubblicato il 27 gennaio i risultati di un’indagine verso le donne potenzialmente raggiunte dall'iniziativa, quindi un campione di circa 1.500 mamme intervistate on-line su tutto il territorio nazionale. "Ciò che chiedono le donne - ha spiegato la presidentessa di Onda, Francesca Merzagora - è una maggiore rassicurazione su efficacia, sicurezza e costi della vaccinazione da parte di pediatri, medici di famiglia e ginecologi. Rassicurazione che raramente ricevono".
"La prevenzione del carcinoma della cervice dell'utero – ha sottolineato il presidente dell'Iss, Enrico Garaci - è l'obiettivo di numerose attività di sanità pubblica". "Alle donne dai 25 anni di età, infatti, è raccomandato di sottoporsi allo screening in grado di evidenziare lesioni precancerose causate da vari tipi di virus papilloma (Hpv). Ma solo il 40% delle donne italiane – ha aggiunto - lo effettua nell'ambito dei programmi pubblici (con ampie variazioni regionali e per livello sociale). Anche in questo caso, dunque, non bisogna allentare le campagne informative e di sensibilizzazione".
LA CONSAPEVOLEZZA DELLE DONNE. Il campione interpellato rivela fin da subito un atteggiamento tutto sommato favorevole nei confronti dei vaccini in generale, pur evidenziandosi un segmento non trascurabile di donne (20%) che manifesta una posizione pregiudiziale. Le maggiori perplessità sui vaccini si riscontrano soprattutto in presenza di profili meno evoluti: donne meno scolarizzate, casalinghe e disoccupate, condizione socio-economica medio/bassa, nel centro-sud Italia. Entrando nel merito del vaccino contro l'Hpv, l'86% delle donne dichiara di aver già sentito parlare di qualche vaccino specifico per le donne; numero che scende l'82% quando viene posta la domanda specifica sull'Hpv.
I CANALI DI INFORMAZIONE. I canali attraverso cui le donne sono a venute a conoscenza del vaccino contro l'Hpv sono alquanto variegati e frequentemente sovrapposti tra di loro: basti pensare che 7 donne su 10 sono state raggiunte da informazioni provenienti da più fonti diverse. I mass media hanno svolto un'azione di diffusione piuttosto importante (31% articoli su giornali e riviste, 27% notizie/servizi su radio e TV), a cui si è aggiunto il contributo delle figure di consiglio (medici di famiglia, pediatri, ginecologi).
GEOGRAFICAMENTE PARLANDO. Per quanto riguarda il grado di diffusione della conoscenza della campagna, le differenze a livello regionale sono minime. Si registra tuttavia una limitata memorabilità degli interventi di comunicazione ad hoc sviluppati sul territorio, con meno del 50% delle donne che ricorda almeno una delle attività promosse e una certa discontinuità nelle diverse aree del paese. Nelle regioni del nord, fatta eccezione per Lombardia e Friuli Venezia Giulia, la comunicazione è stata più incisiva, mentre nel centro-sud solamente la Puglia si distingue per l'efficacia delle attività promosse. Circa il 70% delle donne interpellate ritiene di aver ricevuto informazioni chiare e complete sul vaccino Hpv, ciononostante emergono interrogativi e timori soprattutto tra le madri che non sono state raggiunte da una specifica comunicazione. Permane infatti un consistente bisogno di rassicurazione su pericolosità (40%) e reale efficacia del vaccino (39%); non è peraltro trascurabile la quota di donne che esprime ancora dubbi in merito a gratuità (21%) e modalità di somministrazione (20%).
ADESIONE ALLA CAMPAGNA DI VACCINAZIONE. Nonostante quasi 3/4 del campione coinvolto nell'indagine dichiari di essere a conoscenza della campagna di prevenzione contro l'Hpv, la giovane età, la condizione socio-economica delle madri, la limitata sensibilità e le posizioni pregiudiziali nei confronti dei vaccini rallentano il processo di diffusione della conoscenza, che tuttavia si mantiene su buoni livelli: tra le madri con figlie nate dopo il 1996 il dato raggiunge quasi l'80%.
In generale, oltre il 60% delle madri con figlie di età compresa tra 11 e 14 anni ha deciso di aderire alla campagna di vaccinazione, così come a livello nazionale il dato di copertura vaccinale diffuso dall'Istituto Superiore di Sanità (66%) trova un discreto riscontro anche nell'indagine demoscopica. A livello regionale, invece, l'adesione alla vaccinazione è a macchia di leopardo. Ancora una volta risalta il positivo risultato ottenuto in Puglia (78% di adesioni), mentre si confermano le difficoltà della Lombardia (54%); Nord est e Centro Italia non presentano criticità troppo pronunciate.
L'adesione o la resistenza alla campagna è condizionata da fattori ideologico-culturali, connessi alla comunicazione più che da aspetti meramente organizzativi. Le donne hanno aderito soprattutto perché consapevoli dei rischi legati all'Hpv e da una fiducia di base nei confronti dei vaccini. I medici hanno giocato un ruolo importante per indirizzare le decisioni delle mamme. Laddove la comunicazione è apparsa meno convincente sono emersi dubbi e perplessità sull'affidabilità del nuovo vaccino. Anche tra le donne che hanno deciso di vaccinare la propria figlia più di 1/4 segnala qualche lacunain merito alle modalità prescelte per diffondere le informazioni sulla campagna. Le carenze si riferiscono soprattutto alla mancata segnalazione di possibili effetti collaterali e di eventuali controindicazioni (15%); in generale l’aspettativa è di un'informazione meno generica e più capillare (25%), da veicolare con maggiore intensità e prevedendo l'impiego di più mezzi.
È inoltre alta la confusione sul dosaggio: il 50% delle donne rischia di non portare a termine il ciclo completo di vaccinazione a causa di un difetto di conoscenza. Comunque il 38% di donne che finora non hanno vaccinato le proprie figlie, soprattutto per un problema di inerzia, sono propense a farlo in futuro. Il consiglio da parte dei medici potrebbe rivestire una funzione maggiormente incentivante: tra le donne che hanno ricevuto informazioni da parte dei medici la propensione è sensibilmente più alta della media (46%).
MATERIALI
- Hpv, le 7 regole per la vaccinazione
LINK
- Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (O.N.Da)
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HPV e prevenzione: il 23% delle donne sopra i 18 anni non ha mai effettuato un Pap test
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Le questioni aperte sul vaccino antiHPV sono diverse. Sulla base delle conoscenze ad oggi disponibili sui vaccini antiHPV (1), elenco sette punti che meritano una approfondita riflessione e discussione. L?efficacia dei vaccini è stata verificata considerando la riduzione di incidenza di displasie gravi e non del tumore, per cui è necessario attendere 30-40 anni. E' informazione ingannevole dichiarare che i vaccini prevengono il tumore e le Autorità hanno la responsabilità e l?obbligo di intervenire. La persistenza dell?immunità vaccinale non è dimostrata sufficiente a coprire la storia naturale del tumore e l?eventuale rivaccinazione, necessaria in caso di immunità non "long life", riguarderebbe persone sessualmente attive e quindi a rischio di infezione da HPV nel periodo finestra tra perdita dell?immunità e rivaccinazione. È accertato che la vaccinazione non è efficace in caso di precedente infezione. Assunto che la profilassi vaccinale con i vaccini disponibili protegge dall?infezione di alcuni ceppi associati come causa necessaria (ma non sufficiente) al 70% dei casi di tumore (al riguardo non ci sono validi studi descriventi il pattern dei ceppi HPV implicati nelle varie aree geografiche e il relativo peso), è necessario continuare e migliorare lo screening con Pap test secondo le raccomandazioni vigenti, tenendo conto che al Sud, ma non solo, la copertura è insufficiente e, sono penalizzate le persone meno abbienti, più a rischio di infezione e di tumore. Errori di strategia operativa, interferenza di messaggi fuorvianti (da citare per la sua gravità il consiglio del prof. Veronesi in una trasmissione di ELISIR di qualche anno fa di effettuare il Pap test ogni anno, delegittimando l?offerta del Pap test da parte delle ASL con periodicità di tre anni, come da raccomandazioni della commissione oncologica nazionale, al professore ben note essendo stato ministro della salute), carenze di servizi di base in grado di organizzare una valida offerta attiva del Pap test sono da rimuovere: il proseguimento dello screening è necessario per tenere sotto controllo lo sviluppo tumorale sostenuto dai ceppi non contenuti nei vaccini disponibili. Il proseguimento dello screening è essenziale anche per la verifica a distanza della supposta ma non dimostrata efficacia del vaccino a prevenire il tumore. Ma non è tutto. Non si può trascurare il rischio (già evidenziato in altre circostanze) che la pressione selettiva creata con la vaccinazione contro i ceppi considerati dia spazio agli altri implicati nello sviluppo tumorale, eventualità che vanificherebbe l?intervento attuale di profilassi. Si dà per scontato che i servizi saranno in grado di raggiungere tutta la popolazione "bersaglio" su tutto il territorio nazionale. Dopo l?introduzione della vaccinazione, obbligatoria, contro l?epatite B una indagine epidemiologica mise in evidenza che nel meridione circa il 30% degli adolescenti non completava il ciclo delle tre dosi. Si trattava, come sempre, delle situazioni di emarginazione sociale, da cui provenivano praticamente tutti i casi di epatite B in quella fascia di età, sia prima che dopo l?introduzione della profilassi vaccinale (2). Non ci sono elementi per sostenere che i servizi di sanità pubblica di base siano migliorati, piuttosto sono peggiorati. C?è serio rischio che si riduca l?adesione allo screening, da parte di chi si vaccina, anche a causa del livello di oscenità con cui viene propagandata la vaccinazione come panacea. L?imponente sforzo economico per l?acquisto dei vaccini e l?impegno aggiuntivo dei servizi, costantemente sottoposti a uno stillicidio continuo di riduzione di risorse, soprattutto umane, sottrarrà risorse essenziali per la generalità dei servizi primari dedicati alla promozione della salute, in primis i consultori familiari, secondo il modello operativo delineato nel Progetto Obiettivo Materno Infantile (POMI). Da notare che nel POMI uno dei programmi strategici è proprio lo screening per il tumore del collo dell?utero, con un ruolo decisivo dei consultori familiari nell?offerta attiva del Pap test. Per quanto detto, lo screening deve essere potenziato. E se ben condotto da solo risolve sostanzialmente il problema del tumore (riduzione del 90%), cioè lo strumento da utilizzare per verificare l?efficacia dell?intervento vaccinale di per sé risolve meglio il problema. La scelta di vaccinare non è giustificata né sul piano del merito né secondo un criterio di priorità. Se l?ingente impegno economico previsto per la vaccinazione venisse impiegato per l?applicazione integrale del POMI, con l?adeguato potenziamento della rete e delle attività dei consultori familiari secondo le indicazioni del POMI stesso, si otterrebbero risultati di gran lunga più consistenti, non solo riguardo al tumore ma anche per tutte le altre aree di promozione della salute della donna e dell?età evolutiva e, di conseguenza, della famiglia e della società. Le decisioni in sanità pubblica vengono prese sulla base del parere di esperti coinvolti nei contesti istituzionali (CSS, ISS, AIFA). Tali esperti non devono avere connessioni per finanziamenti ricevuti dalle o per attività di consulenza svolta alle aziende produttrici dei prodotti per il cui uso ci si deve esprimere. Non devono essere riconosciuti punti ECM ai corsi, convegni, congressi su temi che considerano i prodotti in questione, sponsorizzati dalle aziende produttrici o con docenti, moderatori e facilitatori implicati in rapporti di consulenza o finanziati dalle aziende in questione. Altrimenti non si fa sanità pubblica, si fa mercato, il più ignobile, speculativo sulla salute con le risorse che i cittadini mettono a disposizione con le tasse, il che rende la speculazione ancora più odiosa. Michele Grandolfo, epidemiologo
Concordo con la scarsa e non aggiornata informazione sul vaccino anti HPV. Quando si afferma che l'HPV 8spero i tipi 16 e 18) è causa del cancro del collo uterino, significa che non si conosceil Terreno Oncologico e il Reale Rischio Congenito di Cancro del Collo Uterino: non si è aggiornati! Tra quanto ho scritto mi limito al commento ad una notizia riferita alla URL http://www.loccidentale.it/articolo/nobel.+scandalo+in+svezia:+accuse+di+corruzione+ai+giurati.0063421