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Banksy: Sabina De Gregori, "writer bravo, furbo e prepotente"

L'autrice del più completo libro dedicato al famoso street artist racconta le imprese di un misterioso ragazzo che da Bristol è riuscito a conquistare il mondo intero.

» Correnti artistiche Francesco Amorosino - 07/01/2011

"Il terrorista dell'arte", così Sabina De Gregori definisce Banksy, il 'writer più famoso di tutti i tempi', al quale ha dedicato un interessante volume edito da Castelvecchi, casa editrice per cui lavora. Anche se in Italia non è ancora celebre come in altre parti del mondo, prima fra tutte la sua nativa Inghilterra, l'artista di Bristol ha un folto numero di ammiratori, sempre attenti a scoprire le sue assurde performance, come quando si introdusse a Disneyland con una bambola raffigurante un prigioniero di Guantanamo, o gli ironici stencil, tra cui i famosi topi. La sua fama, poi, promette di aumentare grazie a 'Exit through the gift shop', il documentario da lui diretto.

Come nasce, allora, l'idea di scrivere questo libro?
"Banksy mi è sempre piaciuto - racconta Sabina De Gregori, autrice del testo - ma non lo conoscevo a fondo. Un giorno ero in casa editrice e indossavo una maglietta con un disegno di Banksy, e allora il direttore editoriale mi ha chiesto se volessi scrivere un libro su di lui. A quel punto mi sono documentata e sono andata a Londra a seguirne le tracce e a cercare i lavori in strada. Quello della street art, però, è un mondo così veloce che le opere spariscono presto, così ho camminato per chilometri a Londra e ho trovato cose che non mi aspettavo, mentre altre non c’erano più".

A Londra hai scavato anche nella misteriosa vita privata di Banksy. Che idea ti sei fatta del personaggio?
"È molto furbo, ma è sostenuto da capacità indubbie sia tecniche che di significato. Sa quello che vuole, ma forse non si aspettava di arrivare dove è arrivato. La sua metodologia iniziale dell'anonimato era necessaria, in quanto gli street artist vogliono rimanere anonimi perché spesso ciò che fanno è illegale. Poi, invece, è diventata una cosa decisa a tavolino, perché Banksy è stato bravo a capire come far funzionare il suo personaggio".

Secondo te è proprio grazie all'anonimato che ha tanto successo? Come è riuscito a mantenerlo?
"La domanda su chi sia in realtà aumenta la sua forza, ma non è solo questo. Ha una base di grande originalità, ha rivalutato la tecnica dello stencil abbinandola a messaggi di impatto. L'anonimato serve per tenere alta l'attenzione e finora è stato incredibile che sia riuscito a mantenerlo. Quando ho parlato con persone che potrebbero aver lavorato con lui, come i galleristi, e gli ho chiesto se lo conoscessero ho colto nelle loro parole e nelle facce qualcosa di strano, una grande paura di rivelare troppo. Secondo me Banksy paga i suoi collaboratori per non rivelare chi sia, li paga così bene che rivelare la sua identità sarebbe meno remunerativo. Credo sia l'unica spiegazione".

Ti sei fatta un'idea su chi possa essere?
"Ho studiato i quotidiani, le inchieste, e credo che bisogna aver vissuto in Inghilterra per trovarne le tracce. Gli indizi sono tanti e ci sono delle conferme. Io avvaloro la tesi della giornalista Claudia Joseph, che dopo lunghe indagini ha individuato Banksy in Robin Gunningham, nato a Bristol il 28 luglio del 1973". 

Perché è diventato molto più famoso di tanti altri bravi street artist?
"Il grande successo è arrivato in due momenti: nel 2006 quando è stato lanciato da un circuito di persone famose come Brad Pitt e Angelina Jolie, secondo i quali lui era il migliore. Ma sono anche le incursioni che ha fatto nei musei ad averlo reso celebre".

Credi che avrebbe avuto lo stesso successo se fosse nato in Italia?
"In Inghilterra si è distinto più degli altri street artist per come attacca il potere, ritraendo, ad esempio, la Regina che fa l'amore con un'altra donna. In Italia siamo più abituati alla satira, mentre lì non si era mai visto un tale attacco al potere, va contro quel senso del pudore tipicamente britannico. Noi siamo così abituati a vedere di tutto che non ci fa né caldo né freddo. Qualche giorno fa mi hanno detto che è comparso uno stencil firmato Banksy alla stazione Garibaldi di Milano che ritrae Berlusconi colpito dalla statuetta del duomo con scritto 'Non gettare niente fuori dai finestrini', ma non se n'è parlato per niente, proprio perché qui non fa notizia, forse l'Italia è tanto piena di questo tipo di artisti che non vengono considerati. Se vogliamo parlare di stencil ci sono tanti bravi artisti anche da noi, ad esempio Sten e Lex, ma sono meno partecipi della vita del Paese, mentre il bello di Banksy è che è sempre sulla notizia".

Perché questo artista è tanto odiato?
"C'è tanta invidia, questo è certo. Il caso più eclatante è la storia con Robbo, secondo cui Banksy ha cancellato un suo stencil che stava lì da 25 anni. Così è cominciata la guerra per cui si cancellano le opere a vicenda e per chi la segue sui muri di Londra è molto divertente".

Banksy critica la società del consumo, il militarismo, l'arte, però ne segue le regole e le sue opere sono quotate tantissimo. Si tratta solo di una critica senza offrire una vera alternativa?
"Il percorso di Banksy è decisamente anomalo, impressionante: non solo è per strada, ma anche nelle gallerie e nei musei. Per esempio lo stesso museo della sua città gli ha dedicato una grande mostra in cui ha avuto la massima libertà. Questo fa riflettere sull'evoluzione della street art. Quello di Banksy, però, è un ragionamento ambiguo e provocatorio, ma è prepotente quando dice 'Voglio stare in un museo', e allora decide, come ha fatto, di entrare nei musei e appendere le sue opere, come accaduto, ad esempio, al Louvre. Proprio da qui nasce il titolo del libro, 'Il terrorista dell'arte'. Non so se sia un ipocrita, forse un po' sì, anche io nel libro lo attacco e lo difendo e non voglio dare risposte definitive, perché è in questi anni che si definirà il discorso su questo tipo di arte. Bisogna, però, capire dove finisce il ruolo di un artista, se c'è solo denuncia o anche proposte. Banksy ha avviato il progetto del Santa's Ghetto, in cui street artist dipingono il muro di separazione tra Israele e Palestina, oppure fa un mercatino a Londra ogni anno con opere a prezzi stracciati. Forse fa già qualcosa più degli altri, ma davvero bisogna capire cosa è giusto che faccia un artista".

Cosa ne pensi del primo film di Banksy uscito a settembre, 'Exit through the gift shop'?
"È difficile giudicarlo, è un film dove non si capisce mai cosa sia vero e cosa no. Si tratta di una mossa nel suo stile, una sfaccettatura del suo lavoro, dove è possibile davvero vedere tante cose vere, come l'artista Space Invader al lavoro, o il protagonista, Terry Guetta, che vuole filmare Banksy e alla fine viene filmato. Non capisci, insomma, se ti sta prendendo in giro. Il film è candidato a miglior documentario agli Oscar e così forse anche in Italia lo conosceranno più persone. Sono curiosa di sapere come si presenterà alla cerimonia: alla Berlinale non si è fatto vedere, ha solo mandato un messaggio. Di certo il film è pieno di domande aperte che forse portano a una presa di coscienza sul senso della street art".

Un'ultima domanda: perché la dedica all'albero di limoni del tuo giardino?
"Ha molti significati, uno è che ho scritto il libro d'estate e dalla mia camera mentre scrivevo vedevo questo albero ancora verde e quando ho consegnato il libro i limoni erano tutti cresciuti".

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- Il sito web di Banksy
I video di Banksy su YouTube