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Cinema e lavoro: precarietà, sicurezza e ambiente

Da Chaplin alla globalizzazione, i nuovi tempi moderni al Festival umbro 'Cinema &/è Lavoro', con un focus sul ruolo femminile e il bel documentario 'La svolta. Donne contro l'Ilva'.

» Cronaca Cinema Laura Croce - 20/12/2010
Titolo: Una scena del doc 'La svolta. Donne contro l'Ilva'
Fonte: La svolta. Donne contro l'Ilva

Sin dal suo avvento il cinema ha avuto un rapporto stretto e significativo con il lavoro, che ha contribuito all'affermarsi della sua dignità e delle sue peculiarità. Il cinema nasce come arte dell'industria, sfidando l'unicità dell'opera intesa in senso classico, rendendola non più aulica ed élitaria bensì democratica ed egualitaria: vicina all'uomo, alla sua quotidianità e al lavoro, in quanto dimensione umana per eccellenza. 

Emblema di questo rapporto è sempre stato e continua ad essere il film 'Tempi Moderni', in cui il genio e pioniere del cinema Charlie Chaplin rappresenta, con tutta la sensibilità e la delicata ironia che gli sono peculiari, il rapporto complicato e conflittuale tra l'essere umano e la catena di montaggio, apice dell'omologazione e della spersonalizzazione richiesta dalla nascente realtà industriale.

L'uomo che fatica a trovare una sintesi con il sistema, l'individualità appiattita nel rapporto con le macchine, i nuovi potentati del Capitale e il difficile equilibrio tra produttività e dignità del lavoro: sono tutti temi che in 'Tempi Moderni' hanno trovato una loro prima e forse più completa raffigurazione, per continuare poi a pervadere il cinema fino ad oggi. Non è certo un caso se il film di Chaplin, del 1936, continui ad essere puntualmente citato e tributato, soprattutto in un'epoca come quella contemporanea in cui la globalizzazione dei mercati, la crisi mondiale  e il precariato hanno ormai cambiato il volto e la sostanza stessa del concetto di lavoro, minando anche  la sua capacità di diventare una matrice identitaria forte.

La locandina del doc 'La svolta. Le donne contro l'Ilva'Nell'epoca degli stage, dei contratti atipici e della cosiddetta 'flessibilità', non stupisce che si senta il bisogno di recuperare i pilastri culturali del passato per interpretare il presente, per ridare valore ad una dimensione fondamentale per quanto depauperata dell'esistenza umana e, infine, per comprendere meglio quei conflitti e quelle contraddizioni della realtà industriale e post-industriale a cui non si è ancora riusciti a trovare soluzioni.

In poche parole, non stupisce ritrovare un omaggio a Charlot in un documentario radicato nell'attualità come 'RCL - Ridotte capacità lavorative', opera di 'surrealismo civile' dedicata agli operai della Fiat di Pomigliano, o in un festival come 'Cinema &/è Lavoro', la kermesse che da otto edizioni porta a Terni una riflessione particolare e indispensabile non solo sulla rappresentazione cinematografica del lavoro, ma anche sull'intenso operato che si cela dietro la magia della settima arte. Per il 2010, infatti, la manifestazione umbra appena conclusasi ha scelto un manifesto emblematico: un'immagine di Charlot in 'Tempi Moderni' percorsa da alcuni strappi, come si trattasse di un poster lacerato, o meglio di un'icona tradita e ferita della cultura occidentale.

Un simbolo rovinato ma comunque vivo e vitale, tanto che all'insegna di questo grande capolavoro, il festival di Terni ha proposto un'interessante selezione di documentari, film di fiction e cortometraggi che continuano a porre in luce tematiche legate al mondo industriale e non solo, come il doc 'Il sangue verde' di Andrea Segre, presentato a Venezia e dedicato alle vicende di Rosarno, 'Cattedrali di sabbia' di Paolo Carboni, che investiga il delicato rapporto tra l'industria e il territorio sardo (recentemente martoriato dall'abbandono delle grandi aziende che per anni hanno sfruttato le risorse dell'area, quali l'Unilever e tutto il settore della chimica facente capo all'Eni a Porto Torres), le sei storie di precariato e incertezza  di 'foschia Pesci Africa Sonno Nausea Fantasia' di Andrea De Sica e Daniele Vicari.

E ancora l'alienante lavoro in mare raccontato da 'Cargo' di Vincenzo Mineo, o l'irriverente 'Nord Est' di Milo Adami e Luca Scivoletto, che sfata qualche mito su uno dei distretti produttivi al momento più celebrati e politicamente forti d'Italia. Da non dimenticare, inoltre, il caso, '40% Le mani libere del destino', film prodotto da una cooperativa sociale di Torino, diretto da Riccardo Jacopino e interpretato da un gruppo di attori non professionisti, con la partecipazione di Luciana Litizzetto.

Tra gli importanti omaggi del festival sono da ricordare poi il premio 'per il lavoro nel cinema' (assegnato nelle precedenti edizioni a Ken Loach, Bertrand Tavernier, Danis Tanovic, Marco Bellocchio, Mahamat Saleh Haroun, Gabriele Salvatores e Peter Greenaway) consegnato al Maestro Ugo Gregoretti, accompagnato dalla riproposta del suo film del 1969, 'Contratto', parte di una trilogia composta anche da 'Omicron' e 'Apollon'. Uno spazio è stato riservato al ciclo di cinque film di Alessandro Blasetti ritrovati nelle Teche Rai, intitolati 'Storie dell’emigrazione' e diretti dal pioniere della nostra cinematografia all'inizio degli anni Settanta.

Tra i temi più interessanti non va dimenticato quello su il lavoro femminile, cui quest'anno 'Cinema &/è Lavoro' ha voluto assicurare uno sguardo più approfondito, sia con una serie di conversazioni e incontri - tra i quali spicca quello con la regista Anne Riitta Ciccone, anche nei panni di rappresentante del direttivo dell'Associazione 100 AUTORI - sia con titoli a cui purtroppo non verrà mai concessa un'adeguata attenzione mediatica. Tra questi vogliamo ricordare in particolare 'La svolta. Donne contro l'Ilva' di Valentina D'Amico, già presentato a Venezia e interamente incentrato su una delle realtà industriali probabilmente più dolenti e dimenticate della penisola: l'enorme acciaieria di Taranto, nata come punta di diamante dello sviluppo italiano e trasformatasi col tempo in un Golia di inquinamento, morti sul lavoro e fallimenti sindacali.

Una nota tanto più dolente quanto confinata nell'indifferenza generale di un'opinione pubblica che verosimilmente, nonostante tutte le denuncie e l'attivismo degli ambientalisti, continua ad ignorare i dati allarmanti non solo sul numero di infortuni e decessi ma anche sull'incidenza di tumori e altre malattie orribili di cui è vittima la città pugliese, la cui popolazione continua a essere attanagliata dall'indecente scelta tra il diritto al lavoro e il diritto alla vita.

Il doc di Valentina D'Amico aggiunge forse poco a ciò che i più informati conoscono già bene, ma ha il pregio di concentrarsi su vari aspetti dell'enorme questione Ilva, non solo quella concernete la gravità dell'inquinamento, ma anche il malfunzionamento delle rappresentanze sindacali, i vari metodi usati dall'azienda per fare pressione sui dipendenti e la dolorosa realtà delle donne che non sono impiegate all'Ilva, ma che subiscono tutte le conseguenze nefaste di una realtà che negli anni ha portato lutto e dolore nel privato di tante famiglie tarantine.

Non sarà nulla di nuovo, ma fa comunque impressione continuare a vedere i processi sulle morti bianche che rischiano di cadere in prescrizione, giovani operai indotti all'ostracismo, magari anche alla menzogna, col ricatto del posto di lavoro a tempo indeterminato, o i dipendenti che si esaltano per il premio in buoni spesa istituito dall'azienda per i reparti che fanno registrare meno infortuni sul lavoro. 

In un Paese più civile verrebbe subito da chiedersi perché mai ci sia bisogno di incentivare gli operai a non farsi male, dato che si tratta di un loro interesse inequivocabile e primario, e forse si arriverebbe alla conclusione che una misura del genere non può spingere i lavoratori a curarsi della loro persona più di quanto già non facciano, ma al limite che non vadano a dichiarare gli incidenti meno gravi. Ma all'Ilva, a Taranto e in Italia pare proprio che tutto funzioni sempre al contrario.  



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