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Cinema e lavoro: RCL, ridotte capacità lavorative
Lost in Pomigliano. Presentata al Festival di Torino, ecco la surreale docu-fiction firmata Paolo Rossi e dedicata ai lavoratori della Fiat.
Titolo: Paolo Rossi nel film 'RCL. Ridotte capacità lavorative'Fonte: Immagine dal web
Un regista in abito coloniale con l'accento del Nord Italia, un musicista con camicia hawaiana, un fonico armato di boom e un operatore-operaio con la lingua lunga sbarcano in un paese meridionale nel bel mezzo di una calda estate. Sono gli uomini delle stelle venuti nel Sud Italia per portare la magia e le illusorie lusinghe del cinema?
Forse potrebbero, se il posto in questione non fosse Pomigliano d'Arco, se non fosse famoso per gli stabilimenti della Fiat e non fosse assurto all'attenzione della cronaca nei mesi scorsi per una delle tante lotte sindacali che negli ultimi tempi stanno percorrendo in lungo e in largo la Penisola.
Cosa ci fa, allora, una troupe cinematografica a Pomigliano d'Arco? Un documentario, verrebbe subito in mente: un bel film-verità di denuncia e di impegno civile per dare man forte alla causa di tutti quei lavoratori che, seppur inascoltati, si sono opposti con forza alle nuove condizioni imposte dall'azienda al corpo operaio, comprese quelle che a detta di molti limitano il diritto di sciopero e altri diritti acquisiti in oltre un secolo di dure battaglie.
E invece 'RCL' (acronimo di 'Ridotte capacità lavorative') non è neppure questo. Perché parlare di Fiat e di lavoro, oggi, non è come farlo negli anni '70. Perché il fronte operaio non è più quello di una volta; perché la latitanza della politica ha fatto ricadere gran parte del peso della protesta sulle spalle del singolo cittadino, contribuendo ulteriormente a spaccare l'identità 'di classe'; perché ormai il problema del lavoro va considerato su scala globale, e infine perché sono gli stessi strumenti della rappresentazione cinematografica e della cultura ad essere rimasti privi di fondi e di riferimenti solidi e forti.
Quando il bizzarro manipolo di artisti arriva a Pomigliano, capitanato dall'istrionico e irresistibile Paolo Rossi, l'intenzione è quella di fare un sopralluogo, per capire che tipo di film girare sulle vicende della cittadina campana. Certo, il canovaccio seguito dalla troupe è un chiaro pretesto per girare una docu-fiction di 'surrealismo civile', con l'intera banda costantemente in quadro, senza nessuna pretesa di distacco, di presunta oggettività o di serietà scientifica.
Guidati dalla regia silenziosa ma puntuale di Massimiliano Carboni (e partiti da un'idea del giornalista napoletano Alessandro Di Rienzo) Paolo Rossi & Co. vanno letteralmente all'arrembaggio della realtà, cercando per quanto possibile di sentire più campane, di evidenziare qualche paradosso e, soprattutto, di raccontare al pubblico quello che i media non lasciano trasparire: la complessità di uno scontro dietro cui non ci sono solo i sindacati, e dove non sono in ballo le cattive abitudini di un Sud sempre più dipinto come fannullone e assenteista.
In ballo c'è la vita di persone che ogni giorno, per assicurare un futuro ai propri figli e alle proprie famiglie, devono combattere con i ritmi asfissianti e malsani della catena di montaggio. Un'entità quasi mitologica, che alla troupe di 'RCL' non viene permesso di riprendere, ma che torna nei discorsi degli operai, dei sindacati e delle istituzioni.
Gli unici a non menzionarla, in fin dei conti, sono solo i tg, in cui le battaglie di Pomigliano, come quelle di tante altre realtà industriali italiane, vengono ricondotte all'inaccettabile scontro tra sviluppo e competitività Vs. privilegi acquisiti, salvo poi non entrare nel dettaglio di questi presunti privilegi degli operai assenteisti. Un binomio al quale alla fine, pur di mantenere il posto di lavoro, finiscono per cedere gli stessi lavoratori, smorzando ogni impeto di protesta.
'RCL' mette in luce questi temi, spiegano anche attraverso le parole di un sindacalista come 'ridotte capacità lavorative' non costituisce solo la definizione sotto cui rientrano gli operai che hanno riportato lesioni sul lavoro e quindi non possono sostenere i soliti ritmi di produzione, ma anche tutti quelli più attivi dal punto di vista sindacale e quindi ritenuti più scomodi dall'azienda.
La troupe di Paolo Rossi va anche dal sindaco di destra di quella un tempo conosciuta come la Stalingrado del Sud. Un sindaco che naturalmente sostiene i vertici Fiat e sostituisce automaticamente la parola assenza con assenteismo. Poi va dal parroco del Paese, che invece preferisce parlare della profonda dignità dei lavoratori e dei loro diritti calpestati; va anche a intervistare la gente per strada e a sfatare il mito dell'obsolescenza del Sud, mostrando per prima cosa una stazione che sembra più un aeroporto tedesco per architettura e modernità; va infine a parlare con gli operai, registrando le profonde divisioni che intercorrono in un corpo una volta unito e solidale.
La cosa più interessante è che mentre Rossi & Co. fanno tutto questo, emerge gradualmente, con forza, anche l'enorme difficoltà di pensare un film sulla realtà inquadrata. Se fosse un'opera di finzione, Pomigliano, a quale genere apparterrebbe? Drammatico? Tragicomico? Horror? Paolo Rossi non ha dubbi, sarebbe un film di fantascienza, ma impossibile da realizzare. Un film dove Shakira e Nino D'Angelo - quest'ultimo rigorosamente nel ruolo di Karl Marx - dovrebbero interpretare il ruolo di alieni che dal pianeta Lapo giungono a Pomigliano, per liberare la classe operaia campana e del mondo intero.
Forse apparirà come una trovata comica, ma in realtà sembra nascondere un'amara presa di coscienza dell'impreparazione della cultura e della società contemporanea ad affrontare le sfide di un mondo in cambiamento. L'incapacità di raccontare gli scontri alla Fiat se non con un finto reality, significa implicitamente l'incapacità di pervenire a una soluzione della storia, di cui non si comprende bene né l'incipit né l'esito, e dove comunque tutti sembrano destinati a perdere.
Così, come gli operai non riescono a decidersi in maniera unanime riguardo i propri interessi e la strada da seguire, così gli autori di 'RCL' non riescono a mettere in racconto la realtà. Svelano piuttosto l'impotenza dell'elaborazione cinematografica di fronte alla complessità della tragedia contemporanea, e si perdono insieme ai loro intervistati (in particolare il sindaco e il prete) in un mare di discorsi pseudo-scientifici sulla natura contadina di Pomigliano, che sarebbe in teoria all'origine della difficoltà di adeguarsi ai ritmi della catena di montaggio.
Ma cosa c'entra la società rurale con ragazzi di 20-30, al massimo 40 anni, cresciuti nell'epoca delle tv commerciali, che hanno vissuto il boom dei cellulari e di internet e che chiamano 'Isola dei famosi' lo stabilimento-ghetto per i lavoratori etichettai con il marchio RCL? Evidentemente poco e niente, tanto che l'insistenza sulla dicotomia campagna-industria suona come un anacronismo insopportabile, come una parola d'ordine vecchia e ammuffita che serve solo a creare ulteriore confusione ed allontanare la comprensione dei problemi.
Per fortuna la gang di 'RCL' è abbastanza furba da non soffermarsi sulla tiritera e aprirsi ad altri contributi 'esogeni', che vengono da lontano e - indovinate un po' - riportano al passato, ma non quello ancora irrisolto della storia industriale italiana, bensì a qualcosa risalente alle origini della cultura occidentale, che somiglia molto a un recupero necessario della Memoria collettiva.
Il primo ad arrivare è il riferimento cinematografico. Per informarsi meglio sulla catena di montaggio Paolo Rossi va su Wikipedia (cioè su Internet, l'elemento più futuristico del mondo contemporaneo), che dopo averne spiegato un po' il meccanismo, conclude: "Per capire meglio di cosa si tratta, basta guardare 'Tempi Moderni' di Charlie Chaplin". Una coordinata culturale forse scontata, ma essenziale e tristemente meno nota di Shakira.
Secondo: il riferimento ideologico, che stavolta viene dall'Est, più precisamente dalla Polonia, dalla lettera (quasi commovente) che gli operai della Fiat di Tychy hanno inviato ai colleghi di Pomigliano per invitarli a non arrendersi ai ricatti dei padroni, che se ne vanno in giro per il mondo usando la delocalizzazione come spauracchio per tenere buoni i lavoratori e persuaderli a erodere i propri diritti in nome della sicurezza del posto di lavoro (che tanto sicuro non è, visto che la storia continua a ripetersi senza fine).
La lettera rappresenta sicuramente uno dei gioielli del film, nonché il suo indiscusso fulcro emotivo, e si conclude con la frase: "Lavoratori, è ora di cambiare!" Versione riveduta e corretta in chiave post-sovietica (tra l'altro, dal Paese dove partì la disfatta dell'Urss) di quel "Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!", che tanto significa per la Storia occidentale. Scontato anche questo? Forse, ma parlare di Marx, ormai, sembra così strano e inaudito che per farlo bisognerebbe chiamare proprio Nino D'Angelo.
Questa è la forza di 'RCL': non solo l'aver restituito alla lotta di Pomigliano la sua dignità e la sua complessità, ma anche averlo fatto senza ideologismi stantii, scegliendo invece un linguaggio contemporaneo e leggero, allo stesso tempo implacabile nel mettere a nudo le falle di un sistema sociale e culturale che sembra davvero aver perso la bussola.
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